Col senno di poi

Non è il massimo perdere una madre a quattordici anni. Non che ci siano età preferibili, ma ecco, io l’ho persa a quattordici anni perciò di questo posso parlare. 

Fosse morta, poi: se n’era solo andata via, puff, sparita dalla circolazione, un trolley appena e un beauty, un biglietto sul mio letto e uno sul tavolo della cucina. L’accusa: mio padre si interessava solo ai suoi romanzi e la dava per scontata. Io però ero la cosa migliore che le era capitata e, non appena si fosse sistemata, avrei potuto raggiungerla.

Poteva aspettare qualche mese, invece di sparire proprio quando iniziavo a uscire con Matteo. Era poco più grande di me, aveva il motorino, stava per farsi un tatuaggio con il consenso di suo cugino, non so se mi spiego. 

Io non ero particolarmente bella, va detto, ma neanche brutta. Avevo ereditato la palpebra cadente da mamma, ma non la sua capacità di mettere l’eyeliner. Il naso era di papà, tale e quale, un naso grosso, dritto, che imperava sulla mia faccia. Mamma diceva sempre che un naso grande è indice di una grande personalità, che era stato proprio quel naso a farla innamorare di lui, e siccome da piccola assorbi le informazioni come un cammello, ci credevo molto e ci credo ancora.

In quei mesi ho dato a Matteo tutto quello che chiedeva, e anche quello che pensavo di dovergli: la mia verginità, i miei compiti, il mio tempo, la mia devozione. 

Quando mi scaricò, sparendo senza darmi possibilità di appello, io avevo solo voglia di piangere. Mia madre mi mandava sms consolatori, mi diceva che lui sarebbe stato il primo, che ce ne sarebbero stati molti altri, che nessuno meritava le mie lacrime, e altre banalità da femminista dell’ultim’ora. 

Mio padre mi supportava come poteva, facendomi compagnia dal suo studio. Non avevamo bisogno di vederci in faccia, specialmente perché ci sentivamo l’un l’altro dalla sottile parete di cartongesso che separava le nostre stanze. Ogni tanto mi faceva trovare fuori dalla porta una fetta di pane con la nutella.

Una mattina di giugno mi fece scivolare sotto la porta una busta chiusa con la ceralacca (è sempre stato un po’ teatrale, mio padre), nella quale c’era un racconto. Faceva più o meno così.

Tanti anni fa, in città, viveva una donna tormentata da un lutto insanabile. Il suo amore era morto in circostanze misteriose, e lei non riusciva a farsene una ragione. Lasciò un lavoro stabile e redditizio, abbandonò il suo loft in centro e si trasferì in una vecchia casetta di campagna vicino a un lago, devastata dalle termiti e dai topi – la casetta, non lei.

Ogni giorno la donna andava a piangere sulla riva, circondata da una nebbia sottile che, specie all’ora del tramonto, rendeva il paesaggio ancora più tetro. Quelli erano i suoi unici momenti di respiro perché con la nebbia gli alberi si animavano e, come se soffrissero anche loro per la sua insanabile tristezza, creavano profili che le ricordavano l’amore che aveva perso.

Una sera, una di queste ombre si avvicinò a lei: lo fece con calma, fluttuando sull’acqua, a testa china; l’ombra alzò gli occhi di nebbia e le sorrise appena.

Non aveva dubbi, era proprio l’uomo che aveva perso. Lo portò a casa sua, lo riempì di attenzioni. Lo portava a spasso intorno al lago, gli accarezzava i capelli di nebbia con le sue dita sempre meno giovani, lo abbracciava fino ad addormentarsi.

Tuttavia, c’era qualcosa che non andava. L’uomo era con lei, eppure non era veramente lì. A volte lo trovava affacciato alla finestra, a fissare il lago, con un’aria malinconica che traspariva dai suoi lineamenti vaghi. All’inizio lei preferì non notarlo. Dopotutto è un’ombra, e le ombre sono malinconiche per natura. E poi – si ripeteva – se avesse voluto andarsene, non lo avrebbe fermato.

Più passava il tempo, più lui si rabbuiava, e anche se lei cercava di tirarlo su di morale, le cose peggioravano. L’espressione mesta di lui raggiunse il bel sorriso di lei, finché un giorno, mentre cercava di versare del caffè in una tazzina, questa le scivolò dalle dita e si ruppe in mille pezzi. Si guardò la mano: stava svanendo.   

Più lei svaniva, più lui la riconosceva. Sorrideva, la toccava, la baciava. Prima svanirono le mani, poi le braccia, infine le gambe e la testa. La donna fluttuava, il suo cuore continuava a battere.

Il finale di questa storia potevo sceglierlo io, perché mio padre mi aveva dato ben due opzioni. C’era quello romantico, in cui lei si trasformava in nebbia e i due vivevano felici e contenti nel loro lago di niente; e quello drammatico, nel quale la donna spariva completamente, poiché la nebbia non aveva lasciato nulla, nemmeno un’ombra, nemmeno un corpo da salutare o un ricordo da conservare. 

Nel corso degli anni, a seconda di come mi sentivo dopo questa o quella rottura, rileggevo questo o quel finale. 

Mio padre non ha mai pensato a una terza strada. Non ha mai pensato che quella donna potesse decidere di lasciare andare il suo amore perduto, lì dove era giusto che fosse, sepolto in terra e in fondo al suo cuore. Tornare indietro finché era in tempo, abbandonare la casetta, il lago, la fiaba. 

Mio padre non ha mai pensato che il dolore potesse essere un motore, una spinta, un modo per tirarsi su. Lo ha sempre ritenuto una catena legata attorno al collo, un campanaccio che fa rumore ogni volta che ci si muove e che fa girare tutti nella tua direzione, per strada. 

La prima volta ha provato con le benzodiazepine: ha svuotato la boccetta di lormetazepam e ha preso dei sonniferi. Alla domanda del medico che mi chiedeva da quanto tempo era sotto psicofarmaci risposi non lo so. 

La seconda volta è stata quando mia madre ha avuto la brillante idea di tornare.

Per un breve periodo, diciamo un mesetto, mia madre tornò a essere quel perfetto esempio di abnegazione che avevo rimosso dai ricordi più lontani. 

Si sorridevano. E più si sorridevano, più la mia angoscia aumentava, quell’angoscia derivata dalla certezza che la felicità di mio padre dipendeva unicamente da quella donna, da quei sorrisi, e la premonizione della caduta inevitabile che lo avrebbe colpito quando lei se ne sarebbe andata via di nuovo era troppo dolorosa per chi, come me, vedeva senza vedere scampo. 

La terza volta dicono sia la volta buona.

Racconto questa storia con finali diversi, a seconda del fatto che abbia preso o meno le benzodiazepine, o a seconda del fatto che mi trovi nel mio loft in centro o sulla riva di un lago. 

Illustrazione di Incorrect Dog

Martina Marasco

Martina nasce a Varese il giorno dell’amore, circondata dai sette laghi e dalle parole di Stendhal. Non ha mai imparato a gestire la rabbia, le cose e le persone, così ha cominciato a scrivere. Ama i cani, al punto che di solito ci si fidanza e ride al pensiero di aver scritto la sua biografia in terza persona.

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