Dirimpetto

Un letto, una sedia, una scrivania, due mensole su cui poggiare libri che non leggerò e che non mostrerò mai a nessuno; un armadio, un comodino, una stampante e un barattolo di Bic. Niente televisione, niente radio, niente poster sui muri bianchi. Alla finestra c’è un palazzo speculare al mio, identico in tutto e per tutto, compresa la finestra dirimpetto, che però non ho mai visto aperta.

Nell’eremo della mia cameretta, seduto alla scrivania con il computer acceso su una cartella di vecchie foto delle mie ex catalogate secondo le iniziali A, D, F, L, M, mi masturbo dignitosamente: lo faccio in silenzio, i pantaloni ammucchiati per terra, il maglione tenuto alzato dal mento per evitare di sporcarlo di liquido preseminale, guardando negli occhi quelle donne che un tempo, forse, sono state mie, e che adesso sono dati di un hardware esterno, prigionieri intrappolati nella protesi della mia immaginazione distorta.

Fuori è pomeriggio tardo; il momento più triste per masturbarsi, sento i bambini uscire felici dalla scuola di fianco alla mia palazzina, i genitori salutare le maestre, gli sportelli delle auto parcheggiate in doppia fila sbattere, i clacson onanisti. E io, qui, stravaccato sulla sedia girevole, che mi sputo sulla mano e mi accarezzo la cappella che ormai è uno stantuffo stanco, un ingranaggio poco oliato. Mentre scorro i selfie dei miei fantasmi mi dico Sono al terzo piano, nessuno può vedermi.

Eppure la presenza dei bambini mi distrae. Non mi permettono di immaginare le mie ex mentre mi guardano: l’immagine alla base di una qualsivoglia erezione. Mi alzo a chiudere la tenda col cazzo in mano e mi cade l’occhio sulla finestra aperta del palazzo dirimpetto.

La prima cosa che vedo sono le sue gambe, nude e bianche sotto una camicia di qualche taglia più grande. Poi il resto di lei, seduta a cavalcioni sopra il letto trapuntato di rosso, gli occhi come biglie di vetro senza pupille. Non riesco a capire dove sta guardando, ma istintivamente lascio andare la presa e mi faccio da parte.

Proprio allora lei sposta la testa e mi cerca, guarda in qua. Mi vede? Non può vedermi, eppure mi vede.

Si sfila le calze, lentamente, prima una e poi l’altra; quasi ne sento il fruscio e il cadere soffice sul pavimento in linoleum. Si toglie la camicia. Due seni ceramici sovrastati dalle aureole scure dei capezzoli esplodono letteralmente fuori dall’unico bottone che li teneva nascosti, e contemporaneamente alla caduta della camicia mi accorgo che sotto – proprio lì – non ha le mutandine. Un rettangolino ispido e nero governa le morbide labbra.

Inizia a toccarsi, bagnandosi la punta delle dita, con movimento circolare. Sa di essere guardata?

Mi sposto di lato alla finestra. Lei, con aria stupita, smette di toccarsi. Inclina la testa. Mi cerca di nuovo. Torno davanti al vetro. Lei sorride. Manda un bacio. Si lecca un capezzolo e mi fa capire quello che vuole: che la lasci vedere.

Allora riafferro il mio sesso e mi siedo sul letto. Lei rovescia la testa all’indietro e inizia a torturarsi la clitoride. Sento il sangue pompare nelle vene.

Lasciamo che il piacere ci farcisca. Nonostante il doppio schermo che ci separa – il mio e il suo – riesco quasi a sentirla godere nel momento finale, quello in cui schizzo sul parquet e sulla parte inferiore del vetro una sostanza bianca lattiginosa e lei apre la bocca e rovescia gli occhi all’indietro in una smorfia di piacere estatico che dura un attimo, e si trascina una strana tristezza dietro come se si fosse svegliata di soprassalto da un incubo durato troppi anni.

Sorride. Ci guardiamo ebeti per un istante. Mi saluta con la mano e abbassa le tapparelle. Scendendo lentamente sul vetro della finestra, una goccia di sperma si ferma seccandosi sulla testa di un bambino biondo giù in strada. Fine della sega.

Cerco di ricomporre i miei pezzi e di capire se è appena successo per davvero. Non faccio che pensare di averlo immaginato. Mi chiedo se a furia di porno la mia mente non abbia selezionato alcuni elementi minuscoli – la finestra, la nuova dirimpettaia, il mio bisogno di essere guardato da qualcuno – per farne racconto. Sono stanco morto. Nemmeno mangio. Mi tolgo i pantaloni e vado a dormire triste e sporco, addormentandomi col computer di fianco.

Al mattino dopo, mentre varco le porte dell’ufficio salutando la signora storpia e il ragazzo logorroico del tavolo al di là del compensato, e sedendomi – o meglio, rovesciandomi sulla sedia nell’attesa che il computer si accenda – mi accorgo di non aver dormito affatto bene, preso com’ero dal pensiero di rivedere la ragazza della finestra dirimpetto, di giocarci ancora, appurarne l’effettiva realtà fisica.

Al bar, non posso fare a meno di incantarmi davanti alla teca dei dolci, dove sono esposti i maritozzi con panna, che mi rigettano alla di lei grazia. Non avevo mai fatto caso alla sua presenza di là della strada. E perché mai avrei dovuto? Ci ho messo anni ad abbellire la mia cameretta per non sentire il bisogno di quel che ne fosse fuori.

Pago il caffè e torno in postazione controllando nervosamente l’ora e dimenticandola l’istante successivo. Mi infilo le cuffie e sono on-line. Quando il telefono riprende a squillare, alzo la cornetta e mento sulla mia condizione chiosando un Pronto che più che una risposta è una domanda esistenziale.

Casa; cameretta. Se mi sdraiassi adesso sul letto il resto della mia serata andrebbe a puttane, così mi costringo a rovistare tra la vetrina-spazzatura del mio Facebook. Dovrei far installare un letto nel mio ufficio, o viceversa, mettere in cucina e lungo il corridoio i miei colleghi separati da pannelli di compensato e mensole porta-documenti in acciaio inox. Impiantarmi nel cranio un dispositivo auricolare per rispondere al telefono senza bisogno di dovermi alzare.

Quando mi stufo vado in cucina a prepararmi la cena, che consumo velocemente, senza gusto, distratto da una ragnatela sullo spigolo del soffitto che ho già tolto mille volte ma si ostina a riapparire. Una ragnatela senza ragno. Dove sarà finito?

Lavo i piatti e spengo la luce attraversando lo stretto corridoio fino alla porta della mia camera buia. Mi accendo una sigaretta. Mi siedo sul letto con la mano sull’interruttore della lampada da comodino, e proprio allora guardo fuori.

È nuda. La luce della sua stanza – blu, al rallentatore – rende grazia alle sue forme. Adesso noto un ombelico che è una voragine, una piccola bocca deliziosamente corrucciata nell’incavo del suo ventre, oscurato dalle sue mammelle rosa e prominenti.

Guarda fissa verso la mia finestra, con aria assente e annoiata. La osservo un istante a luce spenta, covando un desiderio rabbioso nei confronti di quel corpo esibito nell’anfratto della sua finestra al terzo piano, chiedendomi ancora una volta come mi sia stato possibile non averla mai notata prima, e d’improvviso mi sovviene la terribile quanto mai veridica sensazione di non ricordare niente di niente del tragitto compiuto oggi da casa a lavoro, e viceversa, che forse non sia mai esistita nessuna strada.

Quando accendo la luce, sono già nudo e a gambe divaricate. Mi sorride, splendida.

Si passa la punta della lingua sulle dita – in un atteggiamento che la fa essere contemporaneamente santa, puttana, vergine, suicida, lussuriosa, casta, innocente, cannibale – e si bagna un capezzolo. Sto al suo gioco e faccio la stessa cosa, lentamente, ignorando le disperate richieste del mio amico venoso. L’impressione di sapere che stia facendo tutto questo per sé stessa e nessun altro: non è impegnata nell’ipocrita ricerca di donare piacere a terzi. È qui con me, eppure siamo così tremendamente soli.

Bisogna accontentarsi delle piccole cose. Cosa sto a cercare le mani altrui quando ne ho due tutte mie? Le mie mani sono tutto quel che mi rimane. Le mie mani che come tentacoli mostruosi arrivano fino alle sue, scivolandole tra le cosce e infilandosi dentro per ripararsi dal freddo. L’amplesso perfetto.

Quando vengo è l’apoteosi. Lei ride. Restiamo nudi, l’uno di fronte all’altra, col traffico tre piani sotto, ignaro. Le punto il dito contro. Dico: Posso? Lei sorride. Timidamente scuote il capo. Un’altra volta, fa un gesto con la mano, quella mano. Poi si alza, soda, statuaria, si avvicina alla finestra e, salutandomi un’ultima volta con la mano – quella mano, adesso così casta – abbassa la tapparella.

L’ho sognata? È tutto frutto della mia mente distorta? Sono nel mio letto da un’ora e non riesco a prendere sonno. Ho fumato talmente tante sigarette che l’ultima mi ha grattato la gola come un coltello mentre cercavo di vedere ancora, o di farmi vedere nell’atto di voler-vedere. Starà dormendo? Mi starà pensando? Cosa voleva dire con quel domani? Che domani è davvero domani? Oppure era solo un modo per mettermi a bada, come fanno quelle ragazze in discoteca che si allontanano dagli uomini con un gesto della mano, una mano adesso scortese eppure galante, per dire non fai per me, bello, alla larga, sciò.

Domani. Domani. Domani. 

A lavoro si festeggia il compleanno della storpia. Hanno portato i pasticcini e si beve spumante. A pranzo non devo nemmeno andare a quel paninaro terribile sulla statale perché un’altra collega ha portato delle torte salate. C’è chi passa il tempo a masturbarsi e chi a preparare torte. C’è chi fa entrambe le cose insieme?.

Io mangio, un po’ in disparte, felice che l’alcol mi ottenebri anche per poco la testa impedendomi di pensare ossessivamente a lei, al suo modo di rovesciare la testa all’indietro e di sorridere nel momento dell’orgasmo, al suo ricercare il piacere con ogni mezzo. Citofonarle, sentire la sua voce per la prima volta chiedere Chi è?, rispondere semplicemente Io, il portone che si apre senza il bisogno di ulteriori convenevoli, salire le scale sapendo già a quale porta bussare, trovarla già aperta, una luce soffusa, un salotto ben tenuto, dei fiori sul tavolo, un corridoio che conduce alla sua stanza con la porta aperta da cui si diffonde una luce flebile e rossa, rosa, rossa-rosa o blu, notte, trovarla già distesa e nuda in attesa, pronta ad accogliermi, dicendomi Vieni.

O forse accadrebbe tutto in silenzio, senza il bisogno di parole inutili, di racconto, soltanto attraverso lo scambio dei nostri rispettivi piaceri, l’orgasmo che arriverebbe contemporaneamente e raddoppiato dalla volontà e dalla sensibilità delle nostre ventose.

L’autobus è carro bestiame. Corpi puzzolenti si pressano fra loro in un amalgama insopportabile. Ma nessuno fa più la strada a piedi. La città è vuota. Sul muro del vecchio convitto una scritta: DOVE SONO TUTTI?

Arrivo a casa e guardo la sua finestra dalla strada. Fatico a riconoscerla fra le tante tutte uguali. Lascio perdere. Salgo le mie scale tre alla volta e appena entrato in casa mi butto in doccia nella speranza di togliermi l’odore degli altri corpi di dosso. In cucina passo davanti alla ragnatela. Niente ragno.

Cosa dirle? Di che parlarle? Forse davvero avverrà senza il bisogno di parole. Metto su un disco e mi infilo una camicia e un paio di pantaloni direttamente sulla mia nudità, pronto a erompere. Il mio cazzo sguazza libero infilandosi nella gamba destra del pantalone. La sua finestra adesso è aperta, ma non vedo nessuno. Mi pianto davanti alla mia fumando una sigaretta dietro l’altra, fingendo di leggere un libro verso cui non nutro il minimo interesse, e butto un occhio per vedere se arriva, ma non arriva. A un certo punto mi dico che continuare a guardare così compulsivamente non ha senso; tanto vale leggere per davvero. Però le parole sono tutte uguali fra loro: un’accozzaglia di segni grafici che tento inutilmente di decifrare nel silenzio assolato della mia cameretta al tramonto. Poi suona il citofono e balzo in piedi.

Corro. Sbatto un mignolo del piede allo stipite della porta. Afferro il ricevitore e urlo chi è. Dall’altro capo sento arrivare il suono ovattato della strada. Urlo ancora. Chi è?

Nessuna risposta. Allora apro la porta di casa e sono sul pianerottolo. C’è odore di stufato. Patate. Broccoli. Non riesco a sentire alcun suono dal pianterreno. Nessun portone che si chiude. Nessun ascensore. Vedo un’ombra alla mia destra. È la mia vicina con la testa fuori dalla porta di casa. Mi guarda. La saluto. Lei non fa una piega. Mi guarda con gli occhi strabuzzati. Istintivamente faccio un passo verso di lei – mi ha sempre infastidito questo suo parlarmi, scrutarmi, spiarmi con terrore senza oltrepassare il limite del proprio uscio domestico – e lei sbatte la porta. Cretina. Torno in casa. Forse era il postino.

Mi affaccio e vedo la sua finestra aperta. Le tende bianche che svolazzano sul balconcino. Mi dico che se non lo faccio adesso non lo faccio più. Prendo le chiavi di casa e mi scaravento giù in strada, senza sapere bene quello che sto facendo. Sono i miei piedi a decidere – anzi, è il mio cazzo che adesso ha di nuovo iniziato a premere sul pantalone – così esco dal portone, passo attraverso due macchine parcheggiate strette e attraverso la strada rischiando di farmi investire – c’è ancora chi guida in questa città? chi si muove? chi vive? – sono quasi arrivato dall’altra parte ed ecco che la vedo, di spalle, mentre infila la chiave nella toppa del portone con le buste della spesa poggiate sulle spalle nude, il busto coperto soltanto da un top nero che rivela le forme lievemente appuntite delle vertebre, deliziosa.

La chiamo. Dico Ehi. Si volta.

Siamo a due metri di distanza, lei con il portone semi-aperto, e io piantato immobile sul marciapiede.

Ci guardiamo. È bellissima. Le faccio un passo verso. Sorride. Impercettibilmente. Se allungo il braccio posso quasi toccarla.

Sto per dire qualcosa. Le parole mi zampillano in gola.

Poi, quasi contemporaneamente, ci voltiamo. Attraverso la strada e sento il suo portone chiudersi. Il cuore riprende a battere quando sono nell’androne del mio palazzo. Salgo le scale, con calma, senza fretta, sentendo i muscoli della coscia tendersi di gradino in gradino. Entro in camera. Mi tolgo le scarpe. Mi siedo sul letto, prendo un respiro e guardo fuori.

Lei è già lì, in piedi davanti alla sua finestra chiusa. Mi guarda. Sorride. Inizia a togliere il pezzo di sopra.

Un racconto di Andrea Gatti

Illustrazione di TeppaElle

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