Il miracolo dell’OTOFA

Impegnato, da bravo, a tenere la testa ben reclinata, studiava il mondo da una prospettiva da cui nessuno guardava mai; forse soltanto le lumache, attaccate a testa in giù sulle larghe foglie di alocasia, di cui la villa era piena. Aveva sette anni e sbirciava il mondo dal basso mentre gli altri bambini facevano il bagno in piscina e le gare di apnea. Risalivano senza fiato e con gli occhi rossi di cloro; ridicoli. Avevano smesso di invitarlo ai loro giochi perché sua madre gli aveva impedito di fare il bagno. E si era anche raccomandata, prima di salutarlo, di tenersi alla larga dalle pistole ad acqua. Per via dell’orecchio, ovviamente. Un’altra estate che se ne andava così.

D’altra parte, quei giochi non erano poi così incredibili, se dopo un po’ anche Mariuccio si stancava della piscina e si metteva sul dondolo di vimini a leggersi i fumetti a gambe incrociate. Così cercava di convincersi lui, mentre ignorava il dolore pulsante e acuminato. Intanto, delle dita affusolate e fresche di donna gli scostavano un po’ i capelli e cercavano l’orecchio, la posizione giusta della testa per farvi cadere tre gocce esatte di Otofa.

Il farmaco cadeva nel condotto in gocce calde e pesanti come olio o lacrimoni. Ma lui non piangeva. Blop. Stringeva i pugni fino a incidere i palmi con le unghie e non invidiava gli altri bambini. Blop. Strizzava forte gli occhi e attendeva per un tempo che gli pareva lunghissimo e – non poteva impedirsi di pensarlo – umiliante. Blop. Fatto. Finite le tre gocce consigliate nella dose per bambini. Lentamente riaprì gli occhi e mise a fuoco gli altri, che giocavano e urlavano nella piscina senza emettere suoni. Stupidi pesci fuor d’acqua. La mamma di Luca gli asciugava l’orecchio esterno dicendo qualcosa, poi si allontanava.

Nessuno dei bambini si curava di lui. Alla fine, si capiva: gli altri non potevano sapere, non potevano nemmeno immaginare. Giocavano nella loro piscinetta da quattro soldi e si sforzavano di divertirsi. Si vedeva, il loro sforzo. Lui, invece, li guardava da fuori e si sorbiva le gocce nell’orecchio senza piangere. Lui era il bambino di cui ogni adulto sarebbe stato fiero.

Aveva dodici anni e trascorreva la ricreazione nell’infermeria della scuola, dove la Rosi gli aveva detto di aspettare un attimo, magari di stendersi sul lettino, mentre lei finiva il caffè con le colleghe. Gli aveva lasciato la porta socchiusa e lui, dallo spiraglio, poteva vedere bene gli occhi del Giammi che imperavano sul corridoio e i suoi odiosi bicipiti che scuotevano la macchinetta delle merendine, per conquistare una compagna di classe stupida e desideratissima. Poi, da fuori, gli occhi del Giammi incrociarono i suoi, capovolti nell’attesa sul lettino dell’infermeria. Sentì la nuca farglisi di fuoco e aprì gli occhi al massimo per sostenere lo sguardo e scoraggiare le lacrime. Sapeva che presto le voci in corridoio si sarebbero trasformate in un’unica, indistinta massa di risate. Era troppo. Dov’era la maledetta Rosi? Si alzò di scatto, chiuse con un calcio la porta e afferrò la piccola fiala di vetro marrone. Blop. Blop. Blop. Poi ci pensò su: non era forse il momento di darci un taglio con la dose per bambini? Allora aggiunse. Blop. Blop. Fine. Così uscì di corsa dall’infermeria puntando alla macchinetta delle merendine e, giunto in fondo al corridoio, la scosse con forza impavida. I biscotti caddero, sbriciolandosi. Il Giammi lo guardò e non disse niente, ma da vicino si vedeva, si vedeva eccome, che strizzava gli occhi per la rabbia.

Aveva ventidue anni ed era recidivo. Si trovava adesso in un paese straniero, steso sul lettino della dottoressa Duperray, ad attendere ancora una volta l’antica sensazione di pesantezza insinuarsi calda nel condotto uditivo. La dottoressa aveva stavolta l’età di una nonna, più che di una madre, e si muoveva attraverso la stanza con passi di piombo. Il lettino era basso e l’arredamento non veniva rinnovato, evidentemente, da prima che lui nascesse. La donna sapeva poco l’inglese e non gli faceva domande. Lo trattava come un paziente che non può parlare; come un bambino, forse. Era grassa, sinistra e gentile. Lui chiudeva gli occhi e inspirava profondamente odore di disinfettante e finestre chiuse.

Sulla carta che foderava il lettino, era un animale ferito e senza vergogna. Il luogo in cui si trovava era un bel posto per non sentirsi nessuno. Cioè. Per essere finalmente qualcuno che non doveva dimostrare niente. La dottoressa si allontanò da lui, dopo aver deposto la solita fiala accanto al lettino. Avevano finito. Il liquido iniziava, per l’abbondanza, a colargli giù dall’orecchio, fino al collo e quasi fin dentro al maglione. Un tempo lo avrebbe trovato imbarazzante; adesso, invece, solo caldo e piacevole. Chiuse gli occhi e non pensò più a niente, mentre una mano di vecchia gli allungava un panno per asciugare il rivolo denso e rossastro. Tutto questo gli regalava un imprevisto stato di grazia. Forse, il miracolo dell’Otofa, che, dopo anni, finalmente si schiudeva.

Un racconto di Giulia Scialpi

Illustrazione di Nora

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