Al buio

Chiudo l’ultimo capitolo della tesi e il cellulare accanto al portatile si illumina. Lo sblocco, certa che si tratti di un messaggio, invece è una chiamata persa: c’è scritto “CASA”, anche se non abito più dai miei da un paio d’anni. Aggrotto la fronte. Ho sentito mio padre prima di cena, ma quando alzo lo sguardo sulla tv muta mi rilasso… nel salotto di una trasmissione sportiva c’è un giocatore del leggendario Milan degli anni Ottanta – Marco Van Basten – e, certa che mi abbia chiamato per dirmelo, faccio scorrere il dito sullo schermo.

Non ho ancora appoggiato il telefono all’orecchio quando mia madre risponde: «È svenuto. Non si sveglia.»

«Arrivo.»

Non sono neppure certa di averlo detto. Infilo il parka sopra il pigiama e ho già una mano sulla maniglia quando mi accorgo di essere in ciabatte: afferro le scarpe più comode che ho, quelle da ginnastica, ma fatico a infilarle… colpa dei calzini di spugna. Non me li voglio togliere: me li ha regalati babbo e li ho indossati a ogni esame, ne abbiamo parlato meno di un’ora fa.

«Stasera la finisco: metto i calzini che portano fortuna, quelli che mi hai preso al Picchi nell’89, e vedrai che mi laureo prima di novembre.»

Lui ride. «Non è stata una gran partita.»

Sei stato grande tu. Voglio dirlo, ricordargli di quando mi ha preso per mano e mi ha portato vicino al campo, ma la voce metallica di Alexa vaporizza il mio entusiasmo, sollecitandomi a terminare entro un’ora.

«Scusa, devo finire qui: a domani.»

La chiave gira nella toppa, ma non la sento: mi accorgo di Luca solo quando mi scrolla.

«Babbo. Mamma dice che non si sveglia.»

Sembro un automa mentre lo dico. Finalmente il tallone si infila nella scarpa ed io schizzo verso l’ingresso ma Luca mi trattiene: «Ti accompagno.»

Non parlo in auto: guardo scorrere la città dal finestrino, la sera è calata prima del solito e i lampioni, ignari che l’estate sia già un ricordo, non si sono ancora accesi. Il buio è attenuato solo dai neon dei locali, che macchiano l’oscurità con insegne fluo, accomunate dal cattivo gusto, trasformando il lungomare ormai deserto in uno scenario da distopia. Non riconosco il riflesso del mio volto nel vetro: le pupille sono dilatate, come se avessi usato un collirio d’inchiostro.

«Capitano i cali di pressione alla sua età, vedrai che non è nulla.»

Luca lo dice con fermezza, nessuna esitazione nella sua voce, eppure quando accosta vicino al portone spalancato del palazzo dove ho vissuto per quasi tutta la vita, i suoi occhi sereni si velano. L’ambulanza è parcheggiata lì davanti, la luce azzurrognola sul tettuccio rotea senza sosta, gli sportelli sono spalancati, ma l’abitacolo è vuoto. Mi precipito fuori dall’auto, ma rallento nell’androne, misurando i passi, come quando rientravo a tarda notte dalla discoteca e non volevo svegliare nessuno; mia madre è seduta sullo sgabello vicino al telefono: le vedo solo la nuca e la schiena che sobbalza. Resto ferma sulla soglia, lei alza la testa e quasi non la riconosco: gli occhi stanchi ridotti a gelatina liquida e i ghirigori disegnati dalle lacrime nel fondotinta la trasfigurano. Mi tende le braccia, mentre una giovane dottoressa mi fa le condoglianze. Mi accorgo che sto urlando solo quando mi manca il respiro; barcollo verso la camera e lui è lì, disteso sul letto, con le palpebre abbassate e la bocca socchiusa. Vederlo così non mi turba, anzi, un pensiero fugace mette in pausa il mio dolore e un sorriso mi sboccia sulle labbra: mi ricordo di quella volta che sono passata a trovarlo di mattina presto e l’ho trovato a letto, con quello stesso pigiama, con quella stessa espressione… l’ho chiamato sottovoce, scuotendolo leggermente.

«Babbo?»

Nessuna risposta, nessun sussulto. L’ho scosso più forte, ho alzato il tono: «Babbo! Babbo!»

Solo quando la mia voce si è incrinata per la disperazione, lui ha aperto gli occhi e… «Buh!»

È fatto così, babbo: sempre a scherzare. Lo penso mentre mi avvicino e mi chino per stringerli il braccio: «Babbo». Il mio appello è impastato di pianto, ma lui non si alza per rassicurarmi. Mi siedo sul bordo del letto e gli prendo la mano fredda. Luca non è arrivato – non si trova mai parcheggio vicino al mare – mentre mia madre è in corridoio e risponde ai medici a monosillabi. Parlano di questioni burocratiche, di tutto quello che c’è da fare e anche se so che dovrei ascoltare, non riesco a schiodarmi da lì.

«In sala c’è un tavolo dove può scrivere.» dice mia madre, prima di entrare un istante in camera.

Non mi vede: è l’inerzia a muoverla e prima di andare a sbrigare le formalità con la dottoressa spegne la luce e socchiude la porta, lasciandomi al buio con lui.

«Volevo dirti della partita, babbo.» gli dico.

Mi rivedo piccolina, nella maglia rossonera che mi arriva alle caviglie e il cerchietto nei capelli con due corna da diavoletto. Babbo mi accompagna a bordocampo proprio nell’istante in cui il triplice fischio blocca il gioco. Van Basten è lì, mi passa davanti ed io spalanco la bocca, ma non ce la faccio a dire nulla, mentre mio padre – con le mani a coppa – lo chiama a gran voce: «Marco!». Il suo tono è quello di un vecchio amico, non di un tifoso, per questo lui si volta. Mi vede e mi sorride.

«È la tua più grande tifosa.» dice babbo, gonfio d’orgoglio.

E Marco si avvicina: mi dà un buffetto affettuoso prima di tornare dai compagni.

Stringo ancora più forte le dita gelide di babbo. «Volevo dirti che per me, invece, è stata una grande partita: la migliore di sempre.»

Mi aspetto che mi contraddica, ma lui non risponde e restiamo in silenzio, mano nella mano, al buio.

Un racconto di Francesca Santi

Illustrazione di Marco Pellino

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