Sara

Il sole le esplode negli occhi senza quasi dolore. È abituata all’aria chiara della mattina, della campagna piena di luce.

«Marcello», chiama, e poi: «Sara», anche se sa che è inutile. Marcello dorme, Sara invece è sveglia ma come sempre è uscita presto per andare nessuno sa dove, a cercare le ortiche da cuocere o forse a sdraiarsi nei campi fra la gramigna che le scortica i fianchi. A Sara non importa.

Marcello apre gli occhi. Lei gli tira otto volte le orecchie verso l’alto, così cresce.

«Auguri nani’.»

Lui fa un sorriso sdentato.

«E i regali, nonna?»

Gli carezza i capelli lisci e lucidi come quelli di Sara. «I regali alla festa.»

Vede che Sara ha lasciato il letto disfatto, il pigiama è una palla celeste sul pavimento. Forse sta facendo una camminata al poggio o ha convinto il contadino a farle cogliere le pesche, oppure è alla piazza giù al borgo dove un giorno conobbe Michele, alla festa del santo patrono.

«C’è la colazione», dice a Marcello mentre va con la testa al lavoro da fare, la torta, i panini, un festone con scritto “Marcello 8 anni”. È remissiva al dovere che la chiama, Sara invece non si accorge mai se qualcuno la chiama o forse fa finta, non ascolta nessuno tranne Marcello quando mette in piedi le idee rapide e limpide che hanno i bambini. Chissà se si ricorderà almeno di comprargli un regalo. Sara si scorda di tutto, rimanda le cose fino all’ultimo e poi le fa in fretta, arrangiate, e si infuria se non le riescono.

Una volta ha chiesto a Michele se Sara è così anche in città, d’inverno, e lui s’è messo a ridere e ha detto «Sara è Sara», ma lui ne è così innamorato da sopportare qualunque stranezza. Sara in città mangia poco e lavora troppo, torna la sera nervosa perché soffre il freddo e il caos e il malumore della gente convulsa, odia l’accento del nord e il fatto che Marcello l’abbia già imparato. Neanche quando arriva in campagna per le vacanze è più come prima, è irascibile e litigano per niente però lei lo sa, Sara la ama molto più di sé stessa, o non passerebbe l’estate da lei.

La torta e il festone sono pronti, Marcello gioca a calcio nell’aia mentre Sara ancora non torna. È sempre in ritardo, distante, come se non si sentisse all’altezza della propria assenza. Non sa dov’è Sara eppure lo sa: è dove deve essere. Su per il sentiero di pietre che porta alla selva oppure a fare il bagno nel fiume in cui da piccola imparò a nuotare, o al canneto dove giocava con i nipoti del prete, la domenica dopo la messa. Anche Michele deve venire stasera dalla città, dopo il lavoro prenderà il treno e farà gli auguri a Marcello e poi chiederà a Sara: «Allora, cos’hai fatto oggi?», e lei risponderà «Niente», perché non dice a nessuno cosa fa mentre tutti la aspettano. E domani torneranno in città, e l’estate è finita.

È ora di apparecchiare e Sara non c’è a pranzo neanche oggi che suo figlio compie gli anni, selvatica come quando da piccola non voleva mangiare o si nascondeva nel pollaio per attirare l’attenzione. Marcello però si è subito abituato ai ritmi strani della mamma e non le chiede neanche più dov’è stata, quando la vede arrivare la sera sfinita e contenta. Mangia il pane con i pomodori che Sara ha raccolto nell’orto, tra poco verranno gli amici per la festa e lui è contento, si vede.

I bambini arrivano puntuali, divorano le focacce e il pane con la marmellata di Sara, inseguono il pallone e si danno le spinte, piangono e urlano che si odiano e subito se ne dimenticano. Marcello deve spegnere le candeline e Sara ancora non arriva. Quando torna stavolta mi sente, pensa, e poi quelli del podere di fronte mica sono scemi, avranno già iniziato a fare chissà che congetture su Sara e le sue misteriose giornate. Però Sara è anche paziente e responsabile, se Marcello è venuto su così ben educato è per merito suo, della sua dedizione, dei suoi sacrifici. Sono belli insieme, quando li vede scendere dalla macchina all’inizio dell’estate, scaricare disordinatamente le borse nell’aia.

Sono andati a casa anche gli ultimi bambini, è ora di cena e Sara è ancora via. Non si fa così però, non si può avere un figlio e fare finta che non ci sia. Anche Michele ormai dovrebbe arrivare, tra poco si vedrà il taxi bianco che taglia i campi e non troverà neanche sua moglie ad aspettarlo, non è cosa, non è proprio sistema.

Ora è buio e Marcello è nell’aia, sta parlando al cellulare con qualcuno che l’ha chiamato per fargli gli auguri; abbassa la voce, forse non vuole che la nonna lo ascolti. Ma perché diavolo Sara non torna? Sente un peso sul petto, come quando da bambina Sara sparì per tutto il giorno arrampicata su una quercia da cui non sapeva più scendere, come fanno i gatti, e la trovarono solo di notte.

E finalmente ecco il rumore della sua macchina. È un rombo leggero, un suono familiare che la fa respirare, dissolve ogni ansia. Le corre incontro ma dall’auto di Sara scende Michele, com’è possibile, con in mano un pacco dal fiocco rosso. La abbraccia. «Scusa se ho fatto tardi», dice, e lei vede che ha pianto e non sa perché. «Lo immagini, no, sono stato a portare un fiore a Sara. Sette anni giusto oggi…»

Michele vorrebbe dire qualcos’altro ma arriva Marcello che gli si butta addosso. Lo fa quasi cadere, è più alto e molto più forte di lui. Scarta in fretta il pacco.

«Il casco integrale per lo scooter, grande pa’!»

Lei tace solo un istante.

«Sette anni da cosa?»

Un racconto di Nicoletta Verna

Illustrazione di Angelo Policicchio

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