Dimenticare mia madre

Ogni giorno, finito di lavorare, telefono a mia mamma. Oggi era di buon umore, mi ha raccontato che il nonno era stato a pranzo da loro. Mio nonno è morto 25 anni fa.

La mamma mi ha detto che stamattina si è alzata presto, lavata e vestita. È andata in cucina dove ha preparato le tovagliette per la colazione, il caffè no ché nelle braccia non ha più forza e ai fornelli non ci arriva. Un giorno si è piegata in avanti, come a toccarsi le punte, solo che le braccia erano diventate improvvisamente più corte, o le punte più distanti, ed è rimasta piegata su sé stessa come una pagina dentro un libro chiuso in fretta.

Dopo colazione, ha chiesto a mio papà di andare a fare la spesa, gli ha fatto la lista di tutte le cose che piacevano al nonno e che voleva fargli trovare a pranzo. Se le ricorda tutte le cose che mangiava mio nonno 25 anni fa e anche prima. Si ricorda del caffellatte, del pane biscottato, della polenta, quella gialla, tagliata a fette che voleva con il bollito sul quale metteva un cucchiaino di cren. Quando mio padre è tornato dal supermercato l’ha aiutato a preparare il brodo, ci hanno messo dentro la carne e intanto che cuoceva, mio papà si è messo sul divano a leggere il giornale. Mentre aspettava, mia mamma ha apparecchiato la tavola per tre e quando il timer è suonato ha tirato fuori i pezzi di carne e li ha appoggiati sul piatto da portata.

È rimasta seduta quasi un’ora, il bollito si raffreddava ma, mio nonno, non arrivava. Allora, è andata fino alla camera da letto, quella che era convinta fosse la stanza di mio nonno, ma il letto era fatto, e il nonno non c’era. Non c’erano i suoi vestiti, le piccole ciabatte di pelle cucite a mano, il bicchiere sul comodino, gli occhiali con il cordino di pelle attaccato alle stanghette. Non c’erano le mutande di lana – che non ho mai capito come riuscisse a portare senza farsi venire l’orchite –, il panciotto di fustagno, la giacca scozzese. Quando ha finito di contare quello che non c’era, è tornata in cucina, ha preso la rubrica e il cordless, quello nero con lo schermo grande come le sette pastiglie di Depakin Chrono 300 mg che prende ogni settimana, insieme a un’altra decina di farmaci dei quali ho smesso di chiedermi l’utilità.

Sul telefono dei miei ci sono nove tasti grandi. Sono disposti in fila per tre, prima i numeri dall’uno al nove; il tasto dello zero è in fondo, al centro, tra una cornetta verde e una rossa. La mamma ha chiamato, in ordine, la sorella sulla prima riga della rubrica, quella sulla seconda, sulla terza e, infine, quella sulla quarta ma il nonno non era neanche da loro. Allora è tornata in cucina, si è seduta di fronte a suo marito, mio padre, e, ignorando il piatto vuoto a tavola, gli ha chiesto: Allora, dove sei andato che dalle mie sorelle non ci sei stato?

Mia mamma era brava a cucinare. Adesso non riesce più a fare quasi niente così quando vado a trovarla, per riempire le ore, le do da pulire l’insalata. Togli le foglie brutte, mettile da parte e tieni quelle belle dall’altra, le dico. Lei inizia, ma poi si dimentica e così mangiamo insalata che sa di marcio e la condiamo con curcuma e aceto balsamico per sentirlo di meno. Le compriamo ancora qualche rivista di cucina. Quando trova delle foto con piatti di carne chiede il coltello, lo passa avanti e indietro sulla foto dell’arrosto ma l’arrosto rimane intero, allora ne chiede un altro: Dammene uno che abbia il seghetto, mi chiede. Lo impugna e lo preme forte sulla pagina, ma l’arrosto non si taglia, allora lei si arrabbia e butta il coltello per terra e poi si arrabbia di più perché non riesce a raccoglierlo.

Le cose che cadono a mia madre fanno un rumore diverso dalle altre, come di un peso che cade dal basso. Ha le mani che tremano, non stanno ferme, ma non è lei a muoverle. Per anni le mani di mia madre sono state al loro posto, curate, con le unghie smaltate e gli anelli alle dita. Non le ricordo profumate, puzzavano sempre di varecchina, la usava dappertutto, prima, durante e dopo. Mia mamma dimentica di essere ammalata, dimentica un sacco di cose da qualche tempo. Ha la memoria a singhiozzo, le scivola come sabbia dalle mani; da quando ci hanno dato la diagnosi ci facciamo caso, prima meno. Prima, ci incazzavamo. Succede così, quando non capisci le malattie.

Mia madre ogni tanto mi scambia con la badante, probabilmente perché la assiste come dovrei fare io: la imbocca, le parla, la lava, l’accompagna in giro per casa. Spinge la sedia a rotelle dentro stanze che mia madre non riconosce più dove cerca qualcosa che non ricorda. A volte mia madre la chiama col mio nome. Ogni volta che succede, un pezzo della mia ombra scompare. Lei non sa più chi sono, come mi chiamo, quanti anni ho; non sa quando arrivo, non ricorda quando parto né quanto mi fermo. Ci sono giorni in cui sogno di svegliarmi e dimenticarmi che vivo lontano, svegliarmi senza sentire i chilometri di distanza tirare i miei sensi di colpa come uova contro il muro. Alle volte sogno di perdere la memoria ritrovando, così, tutto il resto.

Un racconto di Barbara Bedin

Illustrazione di Angelo Policicchio

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