La Marina

Quando ho visto un fantasma avevo otto anni e stavo giocando in cortile. Lei aveva la mia età, una divisa blu con uno stemma dorato e le scarpe di vernice. Ricordo che era estate e stavo danzando all’interno di un cerchio disegnato sul cemento. Lei mi guardava e ricordo di essermi fermata, la mia gonna attorcigliata sulle gambe. Diceva di essere passata da sua madre e che doveva andare via. Era tardi, pare. Ho ripreso a danzare e solo lì ho visto Marina. Il fumo della sua sigaretta. Il suo viso aguzzo e gli occhi socchiusi.

Marina era la donna del primo piano. Il palazzone era incastrato fra la spiaggia e la linea ferroviaria tirrenica. Ricordo che il muro del cortile dove giocavo era segnato dal livello raggiunto dal mare durante l’inverno. E ricordo che Marina diceva che d’inverno il mare era capace di superare ogni sbarramento e di ritrovarselo in casa. Aveva dita sottili e nervose ed era l’unica adulta a parlarmi, ogni sera, a casa sua.

Dopo avermi vista in cortile mi aveva chiesto di passare da lei prima di uscire con i miei amici per andare alla Rotonda, unico locale di quel mondo. La Rotonda aveva due ingressi: il principale dava sulla piazzetta – bar, tavolini di plastica, bambini, gelati, jukebox; l’altro sul lungomare e lì noi non potevamo andare. Solo tacchi, ombretti, scarpe sportive, polo, borsette e borselli. Uomini con autoradio sotto il braccio. Donne con capelli gonfi e ricci e frangia liscia. Di solito sentivamo una donna cantare la Bertè e la Rettore, a volte le canzoni anni Sessanta rilanciate da Red Ronnie, spesso Mina. C’era sempre un uomo all’ingresso ed era brusco, alto e vestito di blu.

«Ha cantato qualcosa di Mina, ieri, quella?», mi chiedeva.

«Forse».

«Tu non sai di cosa parlo. Sei carina».

Ed era vero che non la capivo; Marina parlava mentre io continuavo a mangiare il gelato che mi offriva.

«È arrivato fino a qua, io volevo la casa alta e non questa. Me la rovina, casa. Ogni anno arriva fino a qua».

Quando mi parlava del mare, lo immaginavo ingrossarsi e arrivare al muretto e poi superarlo e inondare la cantina e diventare cattivo. Lo vedevo ritrarsi e sentivo le pietre risuonare. L’acqua farsi parete alta e ricadere giù, la schiuma riempirsi di oggetti e lasciare i segni: legnetti e alghe, sui pavimenti e le mattonelle.

Quando era viva la madre, Marina abitava con lei al terzo piano. I mobili erano buoni e il mare le piaceva. Impetuoso e potente, l’urlo invernale a riempire il vuoto delle sue giornate e rendere il respiro più rilassato. La schiuma puliva il cortile dal sudicio.

«Tu lo sai cos’è la “piccola morte”? No, ancora non lo sai. Ma quando diventi grande lo capisci. Al terzo piano il mare per me era quello».

La casa di Marina era piccola. Un corridoio scuro e tre stanze. Quando ero lì, stavamo in cucina – ricordo i granelli di zucchero sulla cerata blu – e poi in salotto. E passavamo davanti a una porta, sempre chiusa. Ricordo che un giorno le chiesi che stanza fosse, e lei rispose solo che ancora non potevo entrare ma che presto avrei avuto un regalo. Lo disse indicando le giacchette appese in fondo al corridoio. E mi parve di vedere uno stemma dorato sbucare fra gli indumenti spenti.

Un giorno mi arrabbiai molto con Marina, tanto da non andare più a casa sua per un’intera settimana.

L’avevo vista sul lungomare, all’ingresso proibito. Aveva una maglietta bianca con un grande gatto con strass verdi al posto degli occhi, era truccata e non era sola. L’avevo lasciata a casa sua e ora era lì, con quell’uomo che le teneva una mano sul fianco. E a me sembrava di sentire sul mio, di fianco, l’umido di quella stretta sudata e sporca. Marina poi mi aveva vista, si era avvicinata e mi aveva presa per il braccio e stringeva. Le sue dita ossute e nervose che affondano nella pelle.

«Tu stasera non mi hai visto».

Aveva gli occhi più grandi del solito e un tono brusco.

«Perché?»

«Perché sì!»

«…»

«Ti ricordi la “piccola morte”?»

«Sì. Il mare…»

«Ecco. Sì. Il mare. Stasera ho bisogno del mare».

Le ricordo quelle parole che per anni hanno risuonato in testa, e ricordo la rabbia che era salita, perché Marina mi aveva mentito, perché Marina mi aveva fatto male.

Per una settimana evitai il cortile e casa sua, fino a quando la rividi, quella bambina con lo stemma dorato sul petto.

Stavo giocando con le pietre, le rompevo per farne polvere da usare come ombretto. Mi accorgo di lei che fa ombra, con un soffio lancia via la polvere e mi dice che sono cattiva, che anch’io l’ho lasciata sola, che devo andare perché nessuno deve lasciare che il mare la opprima.

Non ho chiaro poi cosa accadde. Ricordo solo di essermi trovata di nuovo in quella casa, nella stanza dove non mi aveva mai fatto entrare. La voce di Mina in sottofondo, i capelli di Marina sciolti sul cuscino, il braccio abbandonato lungo il fianco.

«Vieni qui da mamma, Veronica».

La voce bassa. La mano che batte sul lenzuolo bianco.

«Qui».

Ha gli occhi socchiusi e il respiro pesante.

Ho levato le scarpe, mi sono sdraiata su quel letto. Ho abbracciato la sua schiena e ho accarezzato quei capelli.

Lì accanto c’era una giacca blu con lo stemma dorato sul petto.

Illustrazione di Alessia Arti

Un racconto di Elena Giorgiana Mirabelli

Elena Giorgiana Mirabelli

Elena Giorgiana nasce nella primavera del 1979 a Cosenza. Adora le scatole e l’odore della vaniglia. Ha studiato Filosofia in Calabria e in Sicilia e Tecniche della narrazione a Torino. Ha un rapporto ludico con la scrittura e sogna sempre cose strane.

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