Cuoio

Il giorno del suo tredicesimo compleanno Anselmo era tutto nervoso. Era in vacanza con la famiglia, lontano da casa e dagli amici, e non ci sarebbe stata nessuna festa. Per giunta suo padre, pure lui di pessimo umore, gli aveva chiesto di portare fuori il cane, Brutus, un mastino enorme e sciancato che per la vecchiaia non camminava quasi più.

Invece di attraversare il solito stradone costeggiato dai ginepri, Anselmo deviò verso il litorale. A quell’ora per strada passava il catorcio del netturbino con le spazzole rotanti che alzavano foglie, polvere e frastuono. Il mare invece era una muta lastra di vetro grigio azzurro e la spiaggia scendeva monotona dalla pineta verso la sponda. Non sembrava per niente un pomeriggio estivo, piuttosto una di quelle giornatacce di novembre, con il lido deserto e solo i papaveri gialli e gli asfodeli a dare un po’ di colore tra i cespugli di arbusti secchi.

Sulla terra molle Brutus arrancava a fatica, con la testa bassa e il muso imbrattato da una brodaglia appiccicaticcia di bava e sabbia. Anselmo provò un moto di rabbia e strattonò il guinzaglio di cuoio tutto smangiucchiato ai lati. Il cane barcollò, per un attimo sembrò cadere sulle zampe davanti, ma all’ultimo minuto recuperò l’equilibrio. Però non si muoveva, lo sciabordio sul bagnasciuga gli metteva paura. Anselmo si chinò a raccogliere un ramo storto che il vento aveva spinto giù dalla pineta e lo pungolò con quello, sotto il collo, proprio nel punto in cui il collare schiacciava le pieghe della pelle. Contrariato, Brutus riprese il passo.

 Anselmo voleva avvicinarsi alla riva. Mentre discendeva le dune sabbiose tirandosi dietro il mastino notò uno strano movimento in un cespo di rami secchi. Si abbassò a guardare meglio. Due farfalle, tutt’e due perfettamente identiche, le ali bianche punteggiate da cerchietti più scuri, svolazzavano tra le sterpaglie. Si inseguivano, si intrecciavano, si lasciavano e si riprendevano in una specie di corteggiamento, una danza leggiadra e felice. Una felicità che feriva Anselmo. Una gioia che non lo riguardava e che lui non comprendeva. Un movimento automatico, in fondo, e fastidioso nella fissità della calura estiva.

Brutus si era messo a sedere, la saliva gli sgocciolava dalla lingua e bucava la spiaggia. Anselmo gli tolse il guinzaglio. Si guardò intorno. Nessuno che potesse vederlo. Con un gesto meccanico fece scattare la cinghia di cuoio a sferzare il cespuglio. Uno sbattere di ciglia e quando riaprì gli occhi si accorse che una delle farfalle non c’era più. L’aveva centrata al primo colpo. Non se l’aspettava. Era stato tutto talmente veloce e insapore, come non fosse successo niente. Anselmo si abbassò a guardare meglio tra i rametti spinosi. Adesso le vedeva, due piccole ali spezzate nella sabbia, né più né meno della foglia superficiale di una cipolla.

Si sentiva a posto. Poi vide che l’altra farfalla svolazzava ancora intorno al cespuglio. Il volo era cambiato. Era un moto circolare e la gioia leggera era stata soppiantata da una sospetta frenesia. Anselmo si turbò. Non poteva rimanere con l’idea che la farfalla avrebbe continuato a cercare quell’altra… per quanto tempo? E l’avrebbe mai capito cos’era successo? Si sarebbe mai rassegnata? Quel vorticare tormentoso gli dava sui nervi.

Si guardò alle spalle un’ultima volta. Nessuno lo guardava. Arrotolò il guinzaglio intorno a una mano e, un po’ indeciso questa volta, sferrò il colpo. Ma la cinghia si ripiegò lenta su sé stessa. La farfalla si era addentrata nell’intrico di arbusti. Anselmo attese che uscisse e mollò un secondo colpo. Quando il guinzaglio ricadde per terra, con il gancio di acciaio arrugginito a un’estremità, nell’aria non c’era più niente. Tutto era tornato alla fissità iniziale, in cui a Anselmo adesso sembrava di intravedere una pace.

Tirò a sé il guinzaglio e si voltò. Brutus lo guardava. Non si era mai sentito gli occhi del cane così addosso. Eppure fino a un attimo prima era convinto che nessuno lo stesse guardando. Turbato, riagganciò il guinzaglio al collare e si levò la sabbia dalle mani.

Dalla scogliera, oltre le barche tirate in secca, arrivava un profumo di sale e conchiglie; in lontananza si vedeva la statua della Madonna come un’ombra sul molo, con le luci tutto intorno ai piedi della collina che cominciavano ad accendersi.

Il sole si era trasformato in un semicerchio rovente posato sulla linea baluginante del mare, striato da stracci di nuvole color prugna. Il cielo aveva creato una geometria perfetta e indifferente. Anselmo guardò l’arbusto dove prima volavano le farfalle. Guardò Brutus. Negli occhi del cane, quegli occhi non visti, adesso Anselmo poteva vedere ciò che aveva fatto. Sentì il vuoto. Il sole non era ancora calato del tutto e già il mondo era un altro mondo.

Un racconto di Monica Pezzella

Illustrazione di Melissa Brusati

Monica Pezzella

Monica nasce in provincia di Salerno e studia Archeologia orientale a Napoli per poi abbondonare sia Napoli sia l’archeologia per trasferirsi a Roma e lavorare con i libri. Vorrebbe poter dire di essere soltanto una traduttrice, ma è costretta a fare anche l’editor nonostante abbia con l’editing un rapporto conflittuale.

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