La ricerca di Sissi Decorato illustrazione di Gianmarco De Chiara 2019-compressed

La ricerca

Non c’erano più alternative, per me. L’unica era venire qui.

Mi abbandono con la schiena contro il muro, mentre gli altri si avvicinano per ascoltare.

Non sai mai che sei disposto a rinunciare a tutto fino a che non è necessario farlo. Per me lo è. Non posso più sorridere a esseri che portano la giacca a luglio e una cartellina in mano. Quando mi dicevano, allora ci risentiamo?, io gli stringevo la mano, dicevo sì certo, vi chiamo io. La prima volta sembrava quasi divertente, ma alla fine… questa è la cosa giusta da fare.

Sposto il foglio di giornale da sotto il sedere, lo sistemo come un cuscino, tento di scaldarmi mentre un uomo di fronte a me si gratta le croste sotto la barba.

La prima casa era in un condominio di ringhiera ristrutturato, l’annuncio diceva “interessante commistione tra innovazione e tradizione”. Ti immagini subito una vecchietta con il grembiule che prepara la polenta comandando il paiolo dall’i-pad. Appena entrato mi sono trovato di fronte un’altra porta. Aperta. Il bagno. Così, appena entri, sia mai che ci sia un’urgenza. Il bagno è la parte migliore della casa, mi ha detto il tizio con la giacca e la cartellina. Addirittura, ho pensato. Sono entrato e insieme a me c’erano altri centomila me, che mi osservavano da ogni direzione. Guardi che meraviglia, ha detto il tizio, i proprietari qui lasciano tutto l’arredamento eh. Due enormi mobili, uno a destra e uno a sinistra, che percorrevano l’intera lunghezza del bagno, tutti coperti di specchi. Che si riflettevano tra di loro. Una roba che mentre fai la pipì hai la tua immagine ripetuta all’infinito che ti osserva come se fossi spettatore del grande fratello di te stesso. E non ha ancora visto il pezzo forte, mi ha detto indicando il water. Schiaccia un tasto e parte uno spruzzo. Il bidet è integrato, mi ha detto, mentre tutti i me facevano un passo indietro. Mi sono immaginato sul cesso la mattina presto, con uno spruzzo d’acqua che parte da dentro il water (dentro, avete capito bene) per pulirmi il sedere neanche fossi in un autolavaggio.

Un altro che sta ad ascoltare fa una risata rumorosa senza denti. Sento la zaffata del suo alito, più forte dell’odore di spazzatura che esce dal cestino in cui abbiamo acceso il falò.

Poi c’era quella con la taverna grande il doppio della casa, una stanza magica a cui si accedeva da un’entrata esterna. Con pochi lavori avrei potuto murare la seconda porta e fare una scala a chiocciola direttamente dal disimpegno. Quando al telefono il tizio dalla voce strozzata dalla cravatta me l’aveva detto, avevo già pianificato un tavolo da biliardo, un maxischermo un divisorio per creare una stanza da mettere in affitto su AirB&B. Quaranta euro a notte e ci avrei coperto la metà del mutuo. Ero gasatissimo. Solo che la porta di accesso era una botola e la stanza probabilmente un bunker della Seconda guerra mondiale, in cui nessuno entrava da quando la guerra è finita. Quando l’ha aperta è uscito un quantitativo di polvere da uccidere un asmatico e un paio di ragni mi hanno fatto l’occhiolino. Niente piastrelle, niente impermeabilizzazioni. Infatti dentro casa c’era la muffa, l’ho vista anche se il tizio tentava di mettersi davanti ogni volta che guardavo.

Dopo quella casa ho cominciato a vagare, ospite da un amico, poi da un cugino, poi da un amico di un cugino…

Quello con le croste sotto la barba sbuffa mentre si avvicina al fuoco e si copre con un cartone.

Di una mi ero innamorato: spaziosa, un bellissimo soppalco, arredata con gusto. Mentre ammiravo la solidità della scala, che sembrava così sottile, la cartellina di plastica mi passò di fianco all’orecchio per poi andarsi a puntare con un rimbombo sul corrimano di ferro. Lei deve fare il mutuo?, mi ha chiesto il tizio passando dietro di me, silenziosissimo sulle sue sneakers nuove. Mi sono toccato le tasche come a fargli segno che tutta la cifra, così sull’unghia, non ce l’avevo. Beh ma, sa, questo è un edificio commerciale, categoria C, per le case serve la categoria A, altrimenti niente mutuo. Deve prima cambiare la destinazione d’uso, sono ventimila euro in più. Certo, se lei avesse l’intera cifra in contanti… Me ne sono andato strisciando i piedi per terra e rimpiangendo una scala su cui non sarei salito mai.

Nel frattempo, avevo finito le conoscenze che potevano ospitarmi, gli affitti erano alti come il mio stipendio. Ma io avevo bisogno di mettere da parte i soldi per l’anticipo, il notaio, le spese di agenzia, non potevo… non potevo.

Appoggio la testa alla parete del sottopassaggio, in due si girano verso i gradini, sentendo un odore noto. Qualcuno si stava allontanando dopo aver lasciato una bella pozza di pipì.

Mi ero dato un’altra possibilità, l’ultima, ero convinto sarebbe andata bene. È stata la peggiore: le foto erano belle, la zona anche, il prezzo interessante. Luminosissimo, diceva l’annuncio. Luminosissimo. Tripla esposizione. Era un seminterrato. Un appartamento a un piano seminterrato. Roba che non so nemmeno se sia legale, ma il tizio vorticava la cartellina davanti ad ogni finestra che affacciava sui piedi dei passanti e sulle ruote delle macchine parcheggiate. Luminosissimo. È un ottimo investimento, mi ha detto, la può affittare. Ma io non la devo affittare, ci devo vivere. Dove vado io, se la affitto? Sono scappato via, era troppo per me, troppo.

Come si fa a vivere in questa città? Senza una casa giusta da comprare, con prezzi folli per l’affitto. E allora ho deciso di venire qui, sarà la mia protesta: non cadrò in questa trappola edilizia, non darò i miei soldi a una casa che non li vale. Resterò qui, e continuerò a vagare, fino a che non la troverò.

Prendo il coperchio di un bidone e spengo il fuoco nel cestino, facendo calare il buio nel sottopassaggio. Mi sdraio su una coperta strappata. Forse la troverò almeno nei sogni, la mia casa.

Illustrazione di Gianmarco De Chiara

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