Contatto erede

Il signor Grandi, visto da lontano, sembra più giovane, nemmeno prossimo alla pensione: sempre polo colorate e pantaloni dritti, berretto e occhiali da sole. Nel suo avvicinarsi lento, però, riesci a vedere i capelli bianchi, le orecchie lunghe, le macchie sulle mani; ad ogni passo guadagna in età: ora che mi ha raggiunto sotto al palazzo ha settantasei anni e mi sta dicendo:

«Filosofo, devi farmi un piacere».

A disposizione è la mia battuta base e devi mettere due parole in croce la sua richiesta solita.

Anche stavolta la fa, ma con tono greve, la croce soprattutto gli vien fuori a stento, quasi tramortita all’interno del torace, si ferma e nel riprendere fiato, davanti all’ascensore, sembra produrre un verso simile a quello di un gufo.

Nella cabina: il suo mormorio ininterrotto di cifre mentre gioca con le chiavi, finché, a destinazione, non diventa un lascio la porta aperta ad alta voce.

Vado e torno dal mio appartamento con il vecchio laptop stretto al petto. Grandi è in cucina, ha fatto spazio nell’angolo della tovaglia plastificata, perché a quest’ora è un evento che io sia lì, le sedie, il tavolo, i cardini e con loro tutti gli infissi non si aspettavano di accogliermi; ha spostato di qualche centimetro le innumerevoli carte di conto, sta prendendo dell’acqua e due bicchieri.

«Cosa mi vuole raccontare?»

«Niente, facciamo qualcosa di più importante, oggi».

Mi raggiunge e prende una carta dal mucchio di fronte a lui, ne squadra bene il fronte e comincia a scrivere sul retro, con grande difficoltà: Attilio Grandi.

Delle sue scritture avevo intravisto qualche volta vani tentativi di scuse alla moglie defunta, impresse in corsivo dietro un suo ritratto che mi ha lasciato ammirare mentre prendevo appunti sul suo matrimonio; o numeri di telefono scritti su striscioline tenute ferme da magneti sul frigorifero; raramente promemoria su: Gas, Luce, Latte. Nient’altro consacrato al tempo.

«Vai su Facebook» dice infine, «Cerca Attilio Grandi».

«Suo figlio?»

Fa una smorfia e muove la mano come per rifiutare un piatto sgradito.

Tra i primi risultati mi compare proprio lui: quarantenne sorridente, mezzo busto in polo bianca, figlio sdentato al petto, seduto sulla sua Audi TT coupé rossa.

«Che faccia da culo» scappa a Grandi.

Sul profilo del figlio diversi sfoghi sul governo, qualche richiesta di intercessione divina. Mi dice di lasciare stare e torniamo sull’elenco di Attili.

«Vai su quello» preme con l’indice storto sullo schermo.

Questo Attilio ha come immagine del profilo un cane tutto lingua. Grandi mi chiede di guardare qualche foto, ma non ce ne sono, solo alcune cartoline di Natale fatte con Paint in cui è stato taggato insieme a una miriade di altri sconosciuti.

Un altro profilo che attira l’attenzione di Grandi è in un riquadro a bassa definizione che incornicia un Attilio dal viso perfetto; si scorgono due braccia altrui sulle sue spalle ma le loro presenze sono state tagliate, volti in più che avrebbero offuscato la sua bellezza, così evidente da rendere incalcolabili gli anni; non sorride.

«Questo mi piace, è serio. Ma è così bello che mi sembra…» e alza il labbro superiore con disappunto.

Cerchiamo tra le informazioni riferimenti al suo orientamento sessuale, ma non compaiono. Tra le foto che spulciamo, in mezzo alle innumerevoli escursioni in montagna, spunta spesso però una donna, alta e abbronzata, un sorriso che le mette in mostra tutti i lunghi denti, ha i capelli sempre in ordine. Grandi sembra rincuorato. In una di queste foto sono al mare, la donna tiene le sue braccia appese al collo di Attilio e Attilio risponde al suo sguardo a noi invisibile con due occhi mezzi chiusi e un sorriso ebete. Questa foto basta a Grandi per passare avanti.

Il ritratto intero di un uomo in tuta da meccanico sembra conquistarlo: Attilio qui ha il naso grosso, la pancetta, ma braccia muscolose e sporche di grasso, e sembra felice non nel possedere l’Audi TT coupé dietro di lui, ma nell’averle infilato i forti avambracci nel motore.

«Eccolo» dice entusiasta.

Attilio condivide foto di piatti in trattorie e scrive: dopo una lunga giornata di lavoro, oppure: Don Luigi sa sempre come tirarmi su il morale. Con soddisfazione Grandi nota che non ci sono post di natura politica, niente preghiere, solo qualche raro pensiero prima di andare a dormire.

«È un gran lavoratore, si vede».

Scopriamo che Attilio è il proprietario dell’autofficina che porta il suo nome, è di Torino. Non ci mettiamo molto a trovarlo sulle pagine gialle, così Grandi segna l’indirizzo e il numero di telefono sul retro della carta da conto e riguarda la sua scrittura in silenzio.

«Cosa pensi che ci farà con i soldi?», chiede.

«Quali soldi?»

«Questo Attilio secondo te come li spende i soldi?»

«Non saprei»

Torno su Facebook, ma apro la scheda sbagliata, quella del figlio di Grandi, che sorride ignaro dei sentimenti del padre.

Grandi mi chiede con il dito di guardare le sue foto, non senza una certa vergogna, che tenta di mascherare con le sopracciglia aggrottate e assorte. Di Attilio, dopo i selfie con la moglie in luna di miele a San Francisco, ci sono le foto del matrimonio. In quella su cui sostiamo di più lo sguardo, la moglie di Attilio stringe forte la damigella vestita d’azzurro, entrambe sembrano non riuscire a contenere la gioia di stare lì, in quel momento, una mostra di denti abbagliante e quasi isterica; sullo sfondo, Grandi padre e Grandi figlio sono seduti al tavolo uno accanto all’altro: Attilio ha la camicia sbottonata, un bicchiere di prosecco tra le mani, la schiena curva sotto la mano del padre, che invece è dritto e ha un’espressione a me sconosciuta sul suo volto: non credevo fosse capace di commozione. Ridono, ma per poco, perché Grandi torna con lo sguardo sugli appunti che ha scritto, quelli sul prototipo di figlio.

Tira un sospiro, beve dell’acqua e poi mi chiede:

«Sei pronto a scrivere?»

«Cosa?»

«Il mio testamento».

Un racconto di Claudia D’Angelo

Illustrazione di Giulia Canetto

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