Spogliatoio N.5

Lasciava scivolare il ghiaccio tra i suoi seni sodi e grandi come pianeti, mentre il sole d’agosto le ardeva la pelle scura da pantera. La folta chioma corvina le precipitava sulle spalle come un’impetuosa cascata. Nascosti da grandi occhiali da sole, delicatamente poggiati sulla punta di un naso di burro, due occhi neri e penetranti sormontavano una bocca che pareva una collana di ciliegie mature. Da un sedere che ricordava le albicocche appena colte si dipanavano, come solide radici, le lunghe gambe su cui, sovente, scivolavano piccole gocce di sudore salato che avrei raccolto una ad una con la lingua, se solo me lo avesse permesso.

Donna Assunta era la moglie di Don Aniello, il padrone incontrastato del paese, e non era un essere umano, era un prodigio, un miracolo, una grazia. Avevo quindici anni quando la vidi per la prima volta al lido La Sirena. Con la mia famiglia avevamo l’ombrellone in prima fila, perché i miei genitori erano amici del gestore, e proprio accanto ai nostri lettini si ergevano i troni del boss e della sua consorte. Mio padre e mia madre erano entusiasti di questa onorevole contiguità, mentre io avevo preso la faccenda con la solita indifferenza che caratterizzava il mio modo di attraversare un’adolescenza infelice. Leggevo soltanto, all’epoca, e delle femmine non sapevo nulla fino a quando il mio sguardo, sollevandosi distrattamente dalle pagine di un romanzo di Vonnegut, non si posò per la prima volta sulla Venere Callipigia che si spalmava la crema solare sul ventre di marmo, a pochi passi da me. Mi accorsi di avere il Vesuvio pronto a eruttarmi tra le gambe. Lanciando il libro in aria, corsi in acqua senza voltarmi indietro, sperando che nessuno notasse la tenda canadese che mi fasciava l’inguine.

Quando tornai alla mia sdraio, raffreddato nel corpo e nello spirito, mia madre conversava tranquillamente con Donna Assunta che, appena si accorse di me, mise su un’espressione che non seppi interpretare. Non era di scherno e neppure di biasimo. Era l’atteggiamento di una tigre che avesse appena saziato il proprio ferino appetito, appagata e onnipotente mentre scrutava la carcassa della sua preda docile e inerme. Imbarazzato, raccolsi il mio volume coperto di sabbia e mi rintanai tra le pagine, sperando di eludere quel faro puntato sulla mia inadeguatezza, allorché una secchiata d’acqua gelida mi precipitò sulla testa, tra le fragorose risate dei due figli di Don Aniello, Pasquale e Marcello. Due gorilla poco più grandi di me che, battendosi il petto come fossero nel mezzo di un ballo tribale, urlavano come ossessi: «Pesce tuost! Pesce tuò! T’è piaciut ‘o bagn Pesce tuost?». La mia speranza che nessuno avesse notato la protuberanza che mi spuntava tra le gambe qualche minuto prima era stata vana, e ora avevo anche un soprannome. In Campania, quando ti affibbiano un soprannome te lo porti addosso come un tatuaggio e io, almeno per tutta l’estate, sarei stato “Pesce tuost”.

Il giorno dopo, i due primati, tra le risate di approvazione di Don Aniello e le reprimende materne, mi accolsero con il loro cortese appellativo e mi tormentarono fino a sera deridendomi e sghignazzando mentre ripetevano senza stancarsi: «Pesce tuò, t’ serv l’acquario? Pesce tuò, si vai a mar può fa’ a barc a vel!». Ero imbarazzato e furioso. Per non mostrare le lacrime che principiavano a inumidirmi le pupille, corsi agli spogliatoi privati posti all’ingresso del lido, entrai in quello che era stato assegnato alla nostra famiglia, il n. 5, serrai la porta con il chiavistello di ottone arrugginito e sprofondai nella sedia di paglia che costituiva l’unico arredo dello stanzino. Assorto nel mio sconforto, fui risvegliato dalla porta della cabina di fianco che si chiudeva con veemenza, come se l’inquilino volesse segnalare di proposito la sua presenza. Quando il nuovo arrivato accese la luce, mi accorsi subito che un raggio filtrava da una fessura nella parete. Mi accostai e guardai attraverso la crepa. Trasalii. Donna Assunta, che non pareva accorgersi del mio occhio indagatore, iniziò a spogliarsi lentamente del costume bianco e succinto che le comprimeva le forme generose. Quando si tolse il pezzo di sopra, i seni rimasero alti e sospesi come se la forza di gravità non li appesantisse. I capezzoli turgidi sembravano puntare qualcosa nel cielo, circondati da un’ampia e rosea areola. Mentre intonava a voce bassa una melodia ammaliante, la regina della Sirena prese a sfilarsi la brasiliana, rivelando una sottile e aggraziata striscia di peli neri che terminavano sulla vulva come una piuma sul capo di una principessa esotica. Girò la manopola della doccia e, quando il gettito le inondò il corpo, dapprima rabbrividì, ma presto, si lasciò invadere dall’acqua, trovando ristoro dalla calura estiva. Sentii fremermi le viscere, come se il magma che avevo dentro cominciasse a ribollire. Il pene mi si gonfiò. Chiusi gli occhi e iniziai a masturbarmi. Quando li riaprii, ormai svuotato del primo seme della mia gioventù, la donna non era più nello spogliatoio e io rimasi ancora qualche minuto affacciato a quella sottile finestra aperta sull’oblio.

Da quel giorno, mi abituai a tollerare le prese in giro di Pasquale e Marcello, le risate sguaiate di Don Aniello, l’atteggiamento remissivo di mio padre che non osava contrariare il boss. Aspettavo con ansia la fine della giornata, quando correvo a cambiarmi nella mia sordida caverna. Per caso, per miracolo o per una scelta deliberata, dopo pochi secondi sentivo la porta accanto aprirsi e ogni volta, per l’estasi dei miei lombi, ricominciava lo spettacolo privato di Donna Assunta, al quale assistevo dal mio palchetto privilegiato nello spogliatoio n. 5. Con il tempo mi è capitato di pensare che questo numero non fosse casuale, che portasse scritto in sé il mio fato adolescenziale, che raccontasse il rapporto immortale e instancabile tra me e la mia mano, tra il mio organo genitale e le mie dita, spesso abbracciati in amplessi brutali. Pollice, indice, medio, anulare, mignolo. Uno, due, tre, quattro, cinque. Che la festa cominci. In quei momenti non pensavo più ai gorilla, a Don Aniello, ai miei genitori. Eravamo solo io e Donna Assunta. Non so dire con certezza se lei sapesse cosa succedeva in quegli istanti, se approvasse, se addirittura ne fosse la consapevole artefice, se ne godesse, ma so che questa consuetudine andò avanti per un mese. Sino a quando non successe quello che mia madre, per la vergogna, continua a chiamare, ancora oggi dopo vent’anni, “il fatto”.

Era la mattina del 30 agosto e io sentivo il cuore pesante per il distacco imminente dal soggetto di ogni mia passione. Arrivammo presto in spiaggia. La famiglia di Don Aniello ci raggiunse poco dopo. Il tempo passò lentamente. Feci qualche bagno e una lunga passeggiata, mangiai un paio di gelati e i panini che mia madre preparava all’alba. Giunto, infine, il momento di andar via, raggiunsi, preso da un impeto animale, il mio antro della lussuria e mi accampai dentro. Impaziente, cominciai subito a scuotermi il pene già prima che la donna arrivasse a infiammare la mia fantasia. A un tratto la porta dello spogliatoio di fianco si aprì. La doccia prese a scorrere violenta. Non aprii gli occhi, temendo che se l’avessi vista non avrei più saputo abbandonarla distaccarmene, e proseguii nel mio viaggio onanistico lasciando che il ricordo fungesse da succedaneo della realtà. Quando ogni parte di me fu esplosa, sollevai finalmente le palpebre. Una pupilla dilatata e arrossata mi scrutava dalla fessura nel muro. L’uomo a cui apparteneva cominciò a urlare: «Pasquà! Marcè! Currit’!». Qualcuno provò a sfondare la porta della cabina. Quando questa cedette sotto i colpi che le venivano inferti, mi trovai dinanzi Don Aniello, schiumante di rabbia e con il viso deformato dall’ira, e i due figli ai lati. Marcello suggerì al padre: «È o’ figl’ dei Grimaldi, Pesce tuost». E Pasquale soggiunse, come se non fosse evidente: «Ten ancor o’ pesc in man, stu zuzzus». Prima di allontanarsi, il boss pronunciò solo poche parole che alle mie orecchie suonarono come una sentenza capitale: «Spezzategli gambe e braccia». Quando se ne fu andato, le due belve mi saltarono addosso e cominciarono a massacrarmi. Non ricordo il dolore. Ricordo il tempo. Infinito. E poi il vuoto.

Poche settimane dopo ero a casa nel mio letto. Faceva ancora caldo e solo qualche alito di vento che penetrava dalla finestra alleviava la mia sofferenza. Avevo gambe e braccia immobilizzate dal gesso. Supino e impassibile, scrutavo il soffitto della mia stanza alla ricerca di un volto tra le macchie prodotte dall’umidità. A un tratto suonarono al citofono. Sentii dei tacchi percorrere il corridoio che conduceva alla mia stanza, accompagnati dagli zoccoli di mia madre. Quando la porta della camera si spalancò, un fremito mi percorse, causandomi il dolore di cento coltellate. Mia madre guardava con sussiego Donna Assunta, continuando senza sosta a scusarsi per l’accaduto, a promettere punizioni esemplari, a implorare il perdono suo e del magnanimo Don Aniello, che ringraziava per la grazia concessami. La nostra ospite pareva non la ascoltasse. Guardando solo i miei arti sgretolati, ordinò a mia madre di lasciarci soli. Doveva impartirmi una lezione. Fummo, così, abbandonati in quella stanza piena di fumetti, libri e cassette. Si avvicinò. Indossava un abito leggero e scollato. Un filo di perle le incorniciava il collo teso come un giunco. Quando mi fu accanto, accarezzò le mie braccia e poi le gambe. «Come ti hanno ridotto», esclamò con dolcezza. Non riuscii a pronunciare mezza parola. Non era necessario. All’improvviso mi spogliò. Non opposi resistenza, non avrei potuto neppur volendo. Mi allargò le gambe e vi affondò la testa. Avvicinò la bocca carnosa al mio pene eretto. La schiuse piano. Potevo percepire il suo fiato caldo sulla punta del glande. Poi, mentre già pregustavo con voluttà la sua morsa avvolgente, si fermò, mi sorrise e sussurrò: «Te piacess, Pesce tuost». Si voltò e con il consueto passo felpato da felina a caccia se ne andò così com’era venuta, lasciandomi nudo e barzotto nel mio letto da ragazzino. L’estate seguente non tornammo alla Sirena.Non la rividi mai più.

Un racconto di Nicola Chirilli

Illustrazione di Giulia Canetto

2 pensieri riguardo “Spogliatoio N.5

  1. Meraviglioso, intenso, ti lascia col fiato sospeso fino all’ultimo carattere. Ricco di dettagli, è come avere una foto di questa donna impressa nel cervello che ti tormenta, che ti dà forza per andare avanti. Domanda da Milanese… Ma pesc tuost che significa?

    1. Ciao Erica, innanzitutto grazie mille per il complimenti. Provo a risponderti cercando di evitare perifrasi imbarazzanti. Allora è dialetto napoletano: “pesc” sta per “pesce” e in Campania si usa anche per indicare l’organo genitale maschile; “tuost” sta per tosto, duro, e non credo siano necessarie ulteriori spiegazioni. Un saluto e grazie ancora.

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