Il mostro di roccia

La bambina non sorride nelle foto, le fanno perdere tempo. Porta i capelli lisci a caschetto e scioglie i codini quando non viene vista.

 

La mamma sta armeggiando con le pentole, il profumo di pesce e spezie che proviene dalla cucina è un via libera. La bambina accosta una sedia alla porta d’ingresso, pensa a Gianna capelli di paglia. Le viene da piangere, ricaccia dentro le lacrime svelta, i pirati non fanno queste cose.

Sale in piedi sulla sedia e osserva il mondo esterno attraverso lo spioncino, alterna un occhio all’altro, altrimenti le bruciano.

Dal periscopio non si vedono navi nemiche, può emergere col sottomarino pirata e tirare fuori la mappa. Smonta dalla sedia, corre in camera a raccattare del carbone dolce, un pacchetto di cracker, mezzo rotolo di carta igienica, ficca tutto nello zainetto azzurro.

Dall’appendiabiti recupera un foulard con fantasie nero-oro e se lo lega in testa.

Zaino in spalla, schiena dritta, srotola il foglietto bianco a quadretti viola. Ispeziona gli alberi verde pennarello, i fiumi azzurro matita, controlla la rotta, una linea tratteggiata, nero inchiostro, che finisce dentro un vortice. Il più lontano possibile da una testa quadrata con la bocca piena di denti aguzzi, il mostro di roccia.

La bambina si fa tutto il corridoio strisciando lungo il muro, il mostro incombe, bisogna trattenere il fiato.

La mamma esce dalla cucina pulendosi le mani sul grembiule, sgrana gli occhi e le chiede cosa stia facendo.

Lei risponde, -io non sono qui!-, e fugge sotto il letto, intenzionata a non farsi trovare. Tra i batuffoli di polvere, a testa china, infila il foglio sotto la maglietta. Adesso la mappa è tatuata sulla pancia, non la prenderanno mai.

Il campanello suona, dal bagno la mamma grida, -vai tu! –

La bambina sguscia fuori, si arrampica sulla sedia e controlla il periscopio. È suonato l’allarme, quali navi ci saranno nelle acque gelate del polo nord? Il mostro di roccia sorride dall’altra parte dello spioncino, ha occhi grandi, capelli grigi. Vorrebbe accucciarsi, far finta di non aver visto, mamma insiste.

Alla bambina non resta che far girare la chiave lasciando la porta socchiusa.

Il mostro di roccia entra e saluta ad alta voce. È colpa sua se papà non abita più lì, se non rivedrà più Gianna, le compagne di scuola.

La bambina corre in camera e si chiude nell’armadio, il buio e il caldo non la spaventano. Appoggia la mano sulla pancia, la mappa c’è ancora, infilata nelle mutande. Il mostro apre l’anta e sorride, -lì dentro soffochi-

La bambina strizza gli occhi.

Il mostro si gratta la testa, -nella casa nuova avrai una stanza grande il doppio-

Gli occhi della bambina sono due fessure, incrocia le braccia, -io non sono qui-

L’anta si richiude, cala il buio, l’armadio torna a essere un rifugio spazio-temporale. Il vortice, l’unico posto nell’universo in cui possano piangere i pirati.

Un racconto di Luca Zambelli

Illustrazione di Michele Antolini

 

2 pensieri riguardo “Il mostro di roccia

  1. C’è un refuso verso la fine:
    “La bambina sguscia fuori, si arrampica sulla (la) sedia e controlla il periscopio” lo segnalo per aiutare non per criticare.

    Il racconto è davvero bellino, però non ho compreso la figura del mostro di roccia. Chi è? Il nuovo compagno della madre? Però ha i capelli grigi. E in caso fosse il nuovo amante, perché deve bussare per entrare? Quindi potrebbe essere un assistente sociale (questo spiegherebbe, forse, i capelli grigi e del perché suoni) però parla di una “nuova casa” dove si trasferirà la bambina, e sembra parli della propria casa. Insomma, se fosse stata leggermente più chiara l’identità dell’uomo, il racconto ne avrebbe giovato. No? Sono d’accordo sul lasciare la figura ambigua, mi piacerebbe solo un piccolo indizio di più.

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