Strappo

Le avevano detto che si sarebbe abituata. Alle strade, al rumore, ad avere dei vicini.

Che presto non avrebbe più sentito la mancanza del suo salice, del verde, del fiume.

Le avevano detto che si sarebbe fatta degli amici nuovi, nella scuola nuova, e che li avrebbe portati a giocare nella sua cameretta nuova.

In fondo, avevano avuto ragione.

L’unica cosa per cui aveva fatto fatica era quella strana abitudine a vestirsi, d’estate, quando fa caldo e i pantaloni si appiccicano tra le gambe bagnaticce come se fosse scappata un po’ di pipì. In campagna andava in giro solo con un costume verde con le frange, così si poteva confondere meglio con l’erba quando giocava, a volte si scordava di mettere la maglietta anche per andare dal lattaio e nessuno le aveva mai detto niente.

A volte, soprattutto quando la scuola era chiusa per le vacanze, passavano giorni interi senza che vedesse nessuno: la mattina si svegliava presto, con il canto di Cristo. Le avevano spiegato un sacco di volte che quello non era il vero nome del gallo, ma solo un’esclamazione del nonno quando lo sentiva, lei comunque continuava a chiamarlo così.

Usciva di casa di nascosto, girava sul sentiero che portava al fiume, a pochi passi da casa sua, e cominciavano le avventure: seguiva strade sempre diverse, sempre più difficili da trovare tra i cespugli e le radici degli alberi che se non stava attenta le facevano lo sgambetto. La sua voce la accompagnava con le storie che raccontava a se stessa e la guidavano alla ricerca del tesoro che doveva per forza essere lì, tra quelle piante, nascosto da un pirata dei fiumi chissà quanti anni prima. Per trovarlo però doveva superare prove di coraggio sempre più difficili, fare attenzione agli enormi cani bavosi che uscivano dalla casa con la sbarra e che se non correva velocissimo le staccavano le braccia con un morso solo; al mostro marino del colore della sabbia che si nasconde nei fiumiciattoli in secca; ai fantasmi terribili della cascina con il tetto rotto da cui bisogna fuggire veloci e silenziosi per non farsi beccare.

Aveva disegnato una mappa, come doveva aver fatto il pirata: aveva finto che il suo paese fosse un’isola e tutto intorno ci fosse il mare, aveva segnato con un teschio tutti i pericoli, con un pennarello rosso la strada da percorrere, facendo attenzione alle spine che i cattivi avevano sparso per i campi perché lei non arrivasse al tesoro. E una grande X rossa, nel posto più difficile da raggiungere.

Per rendere la mappa più credibile, aveva rubato una candela dalla credenza della nonna per bruciare gli angoli, quando si era resa conto che tutto il foglio stava prendendo fuoco si era messa a urlare, la mamma le aveva tirato uno scappellotto sul collo e aveva accartocciato il foglio così forte da farle venire le lacrime agli occhi. Aveva dovuto farne un’altra di nascosto, senza candela, mentre fingeva di essere andata a caccia di lumache.

Un giorno si era persa: aveva preso una stradina diversa dal solito, si era avventurata in un sentiero strettissimo circondato da rami, per evitare di infilzarsi si doveva muovere come quando nei posti con meno corrente il papà le faceva fare la sirenetta sott’acqua nel fiume, aveva guardato la sua mappa sperando di trovarci un’indicazione, ma una mappa senza bordi bruciati non serve a niente. La stava infilando nel costume per avere le mani libere, quando inciampò: strisciò per terra come le papere quando planano sull’acqua, con le mani in avanti si proteggeva la faccia e intanto scivolava, fece una mezza capriola e atterrò di schiena sulla terra umida con un tonfo che sembrava il passo del nonno quando veniva a dirle che si era messa nei guai.

Era finita in una specie di grotta verde: uno spiazzo in cui poteva starci in piedi senza arrivare alle foglie che facevano da tetto, così intrecciate che se si fosse messo a piovere non si sarebbe bagnata. Si guardò intorno girando su se stessa, chiedendosi che posto magico fosse mai quello. Forse c’era davvero un tesoro.

Di certo, se lei fosse rimasta lì, non l’avrebbe trovata più nessuno.

L’unico rumore che si sentiva era l’acqua del fiume: in quel punto doveva scorrere davvero velocissima. Notò un buco in mezzo alle foglie da cui entrava più luce, grande poco più di un pennarello: ci infilò dentro le dita e tirò. Un rumore secco strappò lo spazio tra i rami creando una fessura lunga e stretta, come quelle che la nonna faceva nelle tende vecchie per farle diventare stracci.

Guardò dentro e la bocca le si aprì più grande dello strappo. Il fiume era velocissimo, c’erano delle cascate che creavano una nuvola bianca di acqua quando cadeva, l’erba era verdissima e liscia, perfetta per farci i picnic, non si vedevano case, non si sentivano persone. Sembrava l’isola che non c’è.

Aveva trovato il tesoro!

Non doveva dirlo a nessuno, quel posto sarebbe rimasto solo suo.

Tornò tutti i pomeriggi a giocare nella grotta verde, a inventare storie e personaggi da conoscere sempre meglio.

Poi un giorno sentì delle urla venire da fuori: i suoi personaggi si zittirono e lei si avvicinò allo strappo, c’erano due voci ma non capiva cosa dicessero e ascoltava con troppa paura per riuscire anche a guardare. Poi una delle due voci diventò un mugolio, allora prese coraggio e mise un occhio nella fessura.

Un uomo, con un nastro adesivo sulla bocca e le mani legate dietro la schiena era in ginocchio davanti a un altro che gli puntava una pistola; poi l’uomo con la pistola lo tirò in piedi prendendolo da sotto l’ascella, lo spinse avanti, verso il fiume, tenendogli la pistola attaccata al collo. Quando l’uomo con le mani legate venne spinto in acqua, il rumore dell’acqua era così forte che non lo si sentì neanche cadere. Lei si tappò la bocca con le mani, ma quando anche l’uomo con la pistola sparì lei si liberò dell’urlo: urlava mentre usciva dal sentiero nascosto e correva su quello grande, urlava mentre delle persone la fermarono e mandarono a chiamare sua madre, urlava tornando a casa mentre tentava di raccontare che cosa aveva visto.

E da quel giorno, urlò ogni volta che vedeva il fiume.

I suoi genitori la portarono lontano, in città, dove il fiume non si vedeva più, ma non c’erano neanche prati, alberi o tesori da cercare. Nella casa nuova, che le sembrava anche più piccola della grotta verde, stava attaccata ai muri perché le apparisse più grande, se stava al centro della stanza era tutto troppo vicino.

Il giorno del trasloco, strisciando contro la parete, la maglietta le rimase incastrata in un chiodo e si strappò, lei risentì il suono dei rami che si aprono, la fessura in cui guardare. Quando sua madre buttò la maglietta nel cestino la riprese di nascosto: quando era da sola metteva un occhio nello strappo come aveva fatto nella grotta verde, sperava di vederci di nuovo il suo tesoro, la sua isola che non c’è.

E Invece ci vedeva solo i pirati.

 

Illustrazione di Maria Sciannimanico

 

Sissi Decorato

Sissi nasce, cresce e si laurea a Milano. Poi cambia idea e si trasferisce a Torino. Ama fare piani per il suo futuro e farli saltare; parlare di Dickens e leggere Sophie Kinsella di nascosto; i vestiti eleganti, ma solo se abbinati a scarpe eccentriche.

 

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