Tessuto

 

Ecco la macchina gialla di Diana. Accosta strusciando un po’ il muretto con la ruota, come sempre. Sorrido. Riflesso involontario, uno dei tanti che con lei non controllo.

Si è tinta i capelli di lilla, anche stavolta – forse – per noia. Tira su il finestrino e scende. Mi guarda, arriccia le labbra e le si alzano gli zigomi che dice di aver rubato a sua nonna, insieme all’appetito e alla pazienza.

Ciao, mi bacia la guancia.

Ciao.

Sotto il cappotto ha una maglietta bianca e aderente. Socchiudo per un attimo gli occhi. Lo nota e si vede dal ghigno.

Ho conosciuto molte donne attraenti negli anni, ma lei.

Lei.

Entriamo nel locale. Tra le altre persone lasciate uscendo senza dire una parola, c’è Blanca. La mia amica spagnola che ho scopato un paio di volte qualche anno fa. La presento a Diana sperando che il suo calore latino la scomponga almeno un po’. Ho sempre provato un segreto piacere a far conoscere due donne interessate a me. Una soddisfazione poco nobile.

Con Diana il piacere è più intrigante. Lei sa di aver già vinto questa piccola battaglia sin dal momento in cui la ruota della sua macchina gialla ha urtato il muretto.

Faccio finta di niente, è così che funziona tra noi.

Diana rimane intatta, allunga la mano. Piacere, dice, e poi più nulla.

Si ritaglia un angolo sulla pista, le luci non sono accese come i suoi capelli. Appoggia la schiena contro la carta da parati, stringe un gin tonic e non si muove da lì.

Gli uomini la guardano, qualcuno si avvicina per parlare con lei. È una che dà confidenza, chiacchiera, si dedica all’arte della civetteria con una cura minuziosa. Mi fa incazzare da quando avevamo diciotto anni.

Blanca le balla davanti in una lunga serie di sfide mai raccolte. Mi cuerpo es mas caliente que el tuyo, dice col bacino che oscilla, si abbassa e poi torna su a ritmo di ‘Porque mi cintura’.

Della sua sensualità mi interessa solo nella misura in cui riesca a inserirsi nella circolazione fredda di Diana; quindi no, non me ne frega niente.

Vieni con me in albergo, dice tirandomi a sé.

Non posso, Livia mi aspetta a casa, rispondo.

Que te den por el culo, leggo dal suo labiale – letteralmente, fottiti.

 

Diana e io usciamo a fumare una sigaretta. Lei mi fa il verso, poi imita i movimenti convulsi della spagnola. Ridiamo insieme.

Lo sai che sei una merda? Con Livia. Sei una merda. Mi rimprovera.

Non ho fatto niente, sto qua.

Per questo lo sei.

Perché ti sposi?

Perché è il momento giusto. 

Giusto.

Sì.

Perché la sposi?

Siamo fatti di un tessuto resistente io e lei.  La sposo perché c’era, e tu invece no.

Che c’entro io?

C’entri sempre, Diana.

Quando fa così non la sopporto. Ha il sorriso di quando ne ha abbastanza e vuole chiudere un discorso.

Che leggi? Dice.

Ho finito un Carrère.

Quale?

L’Avversario.

Mi pare adatto.

Cambio la fine. Ce la faccio e m’ammazzo.

Eh no, caro mio. Tutte le bugie che dici non te lo permetteranno. Fai la fine di Romand, in prigione, ma senza morti di mezzo.

Ridiamo ancora.

La storia di Claude Romand.. il caso di cronaca nera francese più famoso degli ultimi decenni. Soffocato da tutte quelle bugie, ha sterminato la sua famiglia. Non sono francese, non sono un criminale e – probabilmente – non sterminerò la mia famiglia. Ma le bugie, quelle sì, mi soffocano.

Sbottono la camicia al collo.

Diana, intanto, fa per sedersi sul ciglio del marciapiede, mentre piega le gambe il pantalone di seta che indossa le si incastra sotto la scarpa. Quando è giù, le rimane uno strappo dal ginocchio alla caviglia.

Cazzo, se erano jeans li ricucivo, dice lei.

Se erano jeans non si rompevano.

 

Un racconto di Giulia Vittoria Francomacaro

Illustrazione di Alessia Arti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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