Verin per Lisi

Cavalcavia

Diana ha detto che se scrivesse ancora poesie ne scriverebbe per prima cosa una sui cavalcavia.

Io le ho detto: e scrivila, no?

No. Non la scriverò mai.

No, allora, non la scrivere.

Infatti, no, cazzo.

Che eleganza, che finezza.

Ma sta zitto, chi sei il vigile urbano delle parole?

Ma dimmi come sarebbe fatta questa poesia, chiedo fingendo disinteresse dopo un po’ in silenzio, dopo che continuiamo ad andare col motorino col vento, con la sera intorno, tanto per dire qualcosa e non lasciare il discorso cadere, o magari per sentire come sarebbe questa poesia e poi plagiarla e scriverci io una poesia e prendermi tutti i meriti delle idee poetiche di Diana che io non ne ho neanche mezza già da un sacco di tempo che mi viene quasi da piangere e da chiedermi se mai una sola ne ho avuta o sono stati tutti quanti dei plagi, i miei, anche i racconti brevi e i romanzi, ma per confortarmi mi dico che l’incipit di quella poesia sull’Oltrarno, Oltrarno putrida latrina, quella no, quella era davvero ottima e non mi sembra proprio che la rubai a nessuno, ma fu proprio un’idea mia originale.

Parlerebbe, dice Diana, di cavalcavia.

Ottimo, ottimo, rispondo come fossi in un racconto degli inizi del novecento e la gente parlasse così, ripetendo gli aggettivi, ottimo contenuto e ottima risposta Diana, parlerebbe di cavalcavia una poesia sui cavalcavia e chi l’avrebbe mai detto? sei un genio, dico a Diana tanto per dire qualcosa mentre guido il motorino tra le auto che vanno piano sui viali di circonvallazione verso Campo di Marte, in direzione di Settignano, verso un ristorante dove abbiamo fissato.

Sì, ma il punto, dice Diana che si sta apparentemente aprendo grazie alla mia sensibilità che sa trovare ciò che di buono c’è nel mondo e poi plagiarlo per i miei biechi interessi commerciali e i miei piani di un futuro affrancato dal lavoro, solo campagne isolate o isole minori a scrivere in perfetta solitudine racconti che poi si tramutano in romanzi di successo e denaro, il punto non sarebbe tanto il contenuto della poesia, o meglio sì, di come si aprono le ferrovie sottostanti, del sentimento di smisuratezza che si collega ai cavalcavia, e del possibile, e dei viaggi che compiono le persone e di quelle che lavorano e vivono intorno alla ferrovia, ma non solo di questo.

E io: ottimo, ottimo, continua a parlare, dico a Diana quasi fossimo dentro un racconto di J.Roth o di Hrabal e ci fosse il mare Adriatico o Baltico sotto il cavalcavia di Piazza Alberti o comunque si vivesse io e Diana e tutti gli altri nostri amici a Praga o a Vienna sempre di fronte a dei mari bianchi e piatti dove arriva poca luce o rarefatta o filtrata come da un velo perenne e l’impero austriaco non esistesse più, ma solo da pochissimi anni. Ottimo, ottimo questo che tu mi dici io lo posso usare senza neanche cambiare una virgola, posso semplicemente trascriverlo parola per parola, quindi ti prego vai avanti Diana.

Il punto, dice lei sembra quasi sorridendo, ma non è un sorriso quello, è piuttosto qualcosa di diversissimo da un sorriso, l’opposto di un sorriso, e in quel momento io quasi freno con entrambi i freni a disco del mio motorino giapponese SH Honda e mi domando perché Diana non scriva più le sue poesie, perché? Non sarà magari a causa mia e di questa fissazione di voler fare lo scrittore che mi prendo tutto quello che c’è di poetico del mondo, il monopolio, non sarà che lo fa per lasciarmi spazio, che lo fa per lasciarmi essere il creativo della coppia e lei una specie di sospensione, di musa scalza che io porto sui motorini di primavera ed estate con le sue scarpe basse traforate e al massimo può dire delle brevi frasi evocative che lascino a me la maniera di squarciare il cielo quando il sole tramonta e in definitiva mi siano d’ispirazione per racconti da scrivere sulla falsariga di racconti brevi viennesi?

Perché, mi chiedo mentre guido tra le auto e Diana mi dà risposte rarefatte per il suono che semplicemente si perde nella velocità delle strade innevate di pollini, nelle buche sull’asfalto, nel suono dei motori a scoppio quasi fossero auto a vapore, perché?

Sarebbe una poesia che segue l’andamento strutturale di un cavalcavia, dice Diana, nel senso architettonico: mi spiego, qualcosa che inizia con una salita, che arriva ad un apice e poi scende come acquisendo velocità, seguirebbe una musicalità sua propria, il suono che fa il cavalcavia, che magari è inverno e quando sei sul piano stradale neanche c’è luce, ma quando sei in cima lo vedi eccome: ecco uno spicchio di sole, un tramonto, chiamalo come ti pare, tu che ormai sei diventato poeta e non solo uno che scriveva dei racconti da bambino per far sorridere sua madre, racconti di un figlio unico che sta sul tappeto scalzo a fare disegni tanto per passare il tempo.

Ottimo, ottimo, ho ripetuto a Diana girandomi un poco per non perdere contatto con la strada, è davvero un ottimo argomento il tuo. Di certo la scriveresti meglio di me, ma se non la scrivi, sarò costretto, tu mi capisci, a scriverla io, in fondo possono esistere anche più poesie sullo stesso argomento, sulla luna ce ne saranno migliaia, quindi sentiti libera di scrivere di cavalcavia se ti dovesse venire voglia, le dico, ma lei risponde di nuovo che la poesia sui cavalcavia lei non la scriverà mai e poi mai, neanche sotto tortura.

Un racconto di Simone Lisi

Illustrazione di Verin

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