Educare all’amore

Carlo entrò nel bosco di notte, con il timore di non tornare indietro.
Il sentiero era un serpente nero che strisciava fra gli alberi.
Il ragazzo non staccava gli occhi dal fascio di luce proiettato dalla torcia, che illuminava una piccola porzione della strada.
La creatura che viveva nel bosco lo avrebbe trovato prima dell’alba. Gli avrebbe strappato il cuore per mangiarlo e nella sua mente sarebbe rimasta stampata per sempre l’immagine di quel volto.
Così si diceva.
Gli alberi inghiottivano la luce della luna e la grande quercia era un pilastro d’ombra che sbarrava il sentiero. Quello era il luogo.
Carlo cercava di tenere strette le redini del suo respiro che galoppava senza controllo.
Si fermò. Spense la torcia e la riaccese immediatamente. Piccoli animali cacciavano le loro prede o venivano braccati dai loro predatori, scavavano tane per nascondersi o per tendere agguati.
Caterina si trascinava dietro il rumore dei suoi passi.
I tredici anni erano arrivati, portando con sé un odore più aspro della pelle e pensieri più complicati.
Solo la luce della torcia a salvarla dal buio che avvolgeva i suoi occhi come una benda.
Il bosco sembrava sussurrarle le stesse storie che ripetevano le donne in paese.
Il demone l’avrebbe trovata e sedotta, avrebbe rubato ogni sua speranza e piantato dentro di lei il suo seme. Poi l’avrebbe abbandonata.
Le più anziane non parlavano mai di ciò che avevano visto nel bosco. Le ragazze non facevano domande.
Caterina camminava tenendo le gambe tese. Se le avesse piegate, le ginocchia avrebbero ceduto al tremore e sarebbe crollata. Ancora tre curve e poi la grande quercia.
Carlo sedeva con le spalle contro il fusto dell’albero. Seguiva lo scorrere del tempo dall’orologio al polso. La lucina azzurra rivelava lo schermo per tre secondi, poi doveva premerla di nuovo. La torcia ancora accesa era posata per terra, al suo fianco. Pronta per essere afferrata e usata come arma. Pronta a illuminare il nemico, per guardarlo in faccia. Così gli aveva insegnato suo padre.
Il demone la aspettava ai piedi della grande quercia. Si diceva che emergesse dal tronco non appena fiutava l’odore di una giovane donna. Non poteva nascondersi, né tornare indietro. Doveva affrontarlo. Una volta per tutte, gli aveva detto sua madre. Ancora pochi passi.
Un rumore brusco alle sue spalle ruppe il silenzio della notte.
Carlo si alzò in piedi e spense la torcia. Era così che doveva fare. Avvicinarsi piano e sorprendere la creatura, illuminandole il volto.
Le mani gli tremavano. Sentiva la coscienza sguazzargli nel petto, se avesse trovato una fessura sarebbe scivolata via.
Staccò le spalle dal tronco a cui sembravano inchiodate. Un respiro profondo, prima di immergersi nella notte e nei suoi orrori. Il rumore era sempre più vicino. Rumore di passi.
Girò intorno all’albero, sempre sfiorando il legno, come quando giocava a nascondino e la sua mano toccava la bomba ed era salvo.
Il cuore rimbombava nel corpo di Caterina, e le sembrava di averlo dappertutto, di essere tutta cuore. Nel petto, in testa, nella pancia, nelle gambe.
La quercia era di fronte a lei, con la sua ombra immensa. L’enorme colonna di una cattedrale distrutta e inghiottita dalla foresta.
Dal tronco emerse una figura. Il demone era davanti a lei.
Il buio ne sbiadiva i contorni. Sentiva il suo respiro pesante e irregolare.
Quell’orribile essere era pronto a fare scempio del suo corpo e poi a fuggire. Sentì le lacrime scivolarle sulle guance, ma andò avanti, un passo dopo l’altro, nella sua direzione. Non c’era altro modo.
Carlo vide la creatura. La vide e ormai era troppo tardi per fuggire.
Gambe magre avanzavano verso di lui. Lunghi capelli scendevano sulle sue spalle, e gli occhi. Quegli occhi. Mai li avrebbe dimenticati.
Avevano ragione in paese, l’immagine di quel volto sarebbe rimasta per sempre stampata nella sua mente.
Accendere la torcia fu una cosa d’istinto. Di colpo accendere la torcia e illuminarla, per guardarla in faccia e, forse, non averne più paura.
Caterina alzò il braccio con uno scatto, premendo il pulsante della torcia. Nello stesso istante il demone esplose in una luce che per un attimo la rese cieca.
Carlo si portò una mano al petto, per proteggersi il cuore. Forse così non sarebbe riuscita a strapparglielo via. Forse così avrebbe potuto resistere.
Quando gli occhi della ragazza si abituarono al chiarore, lo vide. Lo vide e non poté fare a meno di cedere, per un attimo, alla sua bellezza.
La creatura era così vicina che Carlo avrebbe potuto allungare una mano e toccarla. Allungare quella mano che era premuta sul petto, abbandonare ogni difesa e farsi divorare il cuore.
Così, Caterina allungò la mano, che tremò per l’intero tragitto che la separava da lui.
Le loro mani si sfiorarono.
Non c’era più scampo.

 

Un racconto di Pietro Santini

Illustrazione di Leiparlatroppo

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