Martina Vianovi, Minuteria

Minuteria

“Quanto vuoi per le scarpe?”

“Tutte e tre?”

“No, quelle di cuoio”.

 

L’ultimo paio di scarpe dello zio transitò per poco meno di due giorni sul cotone grezzo che rivestiva il legno d’una bancarella, e da lì se n’andò in cambio degli spiccioli contenuti nelle tasche del clown che si trovava a passare per la piazza, il quale le reclamò come sue ritenendole adatte – grandi com’erano – ad essere indossate durante i suoi numeri di giocoleria. Le suole dell’ultimo paio di scarpe dello zio ricevettero così in sorte di consumarsi durante spettacoli di strada, accompagnati da risa svogliate dei grandi e dagli sporadici singulti dei piccoli che, il più delle volte, si concludevano in un risolutivo “Ho paura, mamma, andiamo via”.

 

Dopo la sua morte, la famiglia disperse le cose che erano appartenute allo zio in un dedalo di compravendite, ramificazioni di mercatini, pletore di rigattieri, carità, opere di bene.

 

I vinili, ad esempio (non che lo zio li avesse mai ascoltati – mai posseduto un giradischi – ma “sono così belli” diceva, “tutti tondi e neri e lucidi, non danno una sensazione di ordine e pulizia?”), furono venduti all’asta, in unico lotto, per una cifra che avrebbe coperto un paio di pasti caldi in una qualche taverna modesta – più un caffè corretto, se l’occasione lo avesse richiesto.

 

La collezione di caffettiere fu raccolta in pochi minuti dalle mensole sopra il cucinino e destinata, il primo giorno di sgombero, al bidone davanti alla casa (circa un terzo delle caffettiere giunsero sino al bidone in fondo alla via: uno soltanto non si era dimostrato di capienza sufficiente a contenerle tutte).

 

Il set di colori a olio nella scatola di mogano, ormai inutilizzati da tempo, fu declassato all’inconsapevole diletto dei piccoli della famiglia, i quali (una volta morsi i tubetti irrigiditi del blu cobalto, terra di Siena, rosso carminio) riscontrarono un considerevole numero di intossicazioni alimentari, risolte – appena in tempo – con le debite lavande gastriche presso l’ospedale pediatrico della città.

 

Il mobilio fu venduto a una ristretta cerchia di falegnami affinché ne impegnassero i pezzi in fabbricazioni di recupero; gli elementi di poco conto

(qualche mensola, la scarpiera senza anta centrale, lo sgabello rosso) trovarono la loro ultima funzione tra le braci sempre attive dei caminetti di famiglia.

 

Gli armadi vennero svuotati. I calzoni (varianti su tema delle tonalità verde bottiglia: “sanno di bosco, non sembra di indossare un bosco con le gambe?”), le camicie floreali (eredità dei mesi trascorsi in sud America), quelle di flanella, i cappotti (due), la giacca estiva (con gli alamari), furono donati al ricovero per senzatetto a sud del quartiere.

Sopra gli armadi venne rinvenuto un non trascurabile numero di valigie malmesse, e in un primo momento – forse a causa di un certo inspiegabile fascino – non si seppe cosa farne.

 

Le canottiere furono impiegate per lucidare i pavimenti il giorno precedente alla firma (inchiostro lucido, carta riciclata) sulla stipula definitiva del contratto di compravendita dell’immobile.

 

Le minuterie (gli orologi – quello da polso, quello da taschino – le stoviglie, i calzini, il pettine, le fotografie della guerra, la brillantina, il lucido da scarpe, altre innumerevoli chincaglierie, l’annaffiatoio) vennero considerate paccottiglia non fruttuosa e si affidò il tutto alla pancia capiente delle ritrovate valigie, accordando anche a quest’ultime una definitiva, concludente utilità.

 

Le valigie furono poi trasportate, in un giorno di vento, fino alla discarica nella periferia estrema della città e abbandonate ai piedi di una collina di immondizia. Nell’accenno di rotolamento in cui si prodigò uno dei borsoni, la cerniera (più vecchia dei timbri che ricoprivano il camoscio e che rendevano manifesta e leggibile tutta una mappatura di spostamenti giovanili) cedette, favorendo la fuoriuscita del contenuto fino a quel momento sballottato all’interno e adesso riverso sui rifiuti sottostanti.

Solo allora, il vento – che soffiava forte, da nord – fece spostare l’anta di un freezer arrugginito, il quale andò ad urtare una lattina (piena) di gazzosa, che, a sua volta, ruzzolò giù per la discesa sino ad incastrarsi in una posizione tale per cui uno dei bordi di alluminio finì per esercitare una leggera pressione su di un tasto, grigio scuro, riportante la scritta play.

Ciò che rimase dello zio fu la sua voce, intrappolata nella segreteria telefonica, che ripropose il suo annuncio – azionato dal domino di vettori governati dai principi della fisica – in un ciclo continuo per 9 giorni, 6 ore, 27 minuti e un bouquet di secondi.

 

non doveste trovarmi in casa, significa che sono a divertirmi, lasciate un messaggio dopo il coso

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La carica delle batterie predisposte all’interno del piccolo vano della segreteria infine si esaurì, e fu il silenzio nella discarica.

 

Il vento soffiava ancora, forte, da nord, tra i frullatori e i cestelli delle lavatrici.

 

Racconto e illustrazione di Martina Vianovi

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