Febbre, Raffaele Cataldo

Una brevissima incubazione

«Ho capito. Tuo cugino ti ha spinto e le sei finito addosso. Poi? Che altro ti ricordi?»

Quella era una notte carica di impulsi e di corrente.

Di sciami di luce e di passanti, di odori promiscui e ombre piene.

Di flussi di elettricità e di fantasie, di rumore.

«La testa mi pulsava».

«Sì, ma lei com’era? Com’era fatta? Come parlava?»

Claudio guarda Beatrice. Non lo ricordava.

«C’era troppo rumore per sentire la sua voce».

«Che me ne frega della voce. Intendevo l’accento. Di dov’era? Almeno questo lo sai?»

No, non lo sapeva. A meno che non intendesse l’accento di quel bacio.

«Forse francese».

«Eh? Che era straniera?»

«Dico, il bacio».

«Ancora con sto bacio, e che palle, ho capito. Come speri di ritrovarla se non ricordi altro?»

«Non in quel senso. Cioè pure. È che muoveva la lingua verso l’alto, sul palato, e anche dietro, come quando pronunci la erre moscia».

«Fai schifo».

«E le labbra, sai i dittonghi? Rimanevano così, mezze chiuse».

«Tu stai male».

«Può essere».

«Quindi non sai se era bruna, alta, se c’aveva i capelli corti o lunghi, se era magra, non ti ricordi un cazzo».

Ricordava fosse morbida, ma non troppo piena. Rossa. La parte inferiore più carnosa.

«Solo la bocca».

Beatrice appoggia il culo sul muretto: «Che ti devo dire. Tu sei tutto scemo».

«Era una bocca calda. Ma proprio calda. Bollente. Tipo quando c’hai la febbre. Scottava», Claudio alza le spalle, «Sentivo la bocca in fiamme, la testa pulsava. C’era il generatore dell’ambulante che faceva casino ma io sentivo rumore e silenzio insieme. Non so come spiegartelo. Mi ha attaccato di sicuro qualcosa».

«Attaccato?»

«Contagiato, che ne so».

Claudio guarda per terra, la sabbia è un miscuglio di tufo bianco, sassolini e gusci vuoti portati dal mare.

«Mi ha preso la mano, mi ha tirato dietro al furgone delle giuggiole e mi ha baciato».

«E non hai capito più niente».

«C’era troppo casino per capire. Tutto quel rumore, quella bocca. Era rovente».

«Okay una tipa calda. Ho capito. Ora chiedo in giro se conoscono una con la febbre a quaranta».

Claudio immerge le mani nelle tasche dei pantaloni. Il collo flette verso il petto, che raccoglie un mento privo di peluria. Sul volto si allunga un naso tanto prominente quanto malinconico, quando devia verso sinistra, per via del broncio. Ha gli occhi fiacchi, spossati e abbandonati alla corrente docile delle sue fantasie, cullati come le barche sulla riva del fiume.

«Forse profumava un po’ di zucchero. Ma c’erano le noccioline pralinate lì vicino».

«Ah».

«E mi è venuta voglia di mandorle fresche. Quelle nell’acqua. Questo me lo ricordo».

«Sarà l’arsura della febbre».

«Può essere».

«E avevi i brividi? Il freddo addosso? Le ossa indolenzite?»

«I brividi».

Beatrice solleva lo sguardo su Claudio. Lo scruta in silenzio.

«Vattene a casa e prenditi qualcosa. Una supposta magari», si alza e scrolla via con forza la polvere dai pantaloncini.

«Perché fai la stronza?»

Claudio la fissa pulirsi con impazienza.

«Che ho detto? Curati…», poi lo saluta marciando lungo il vicolo dietro la staccionata.

 

Claudio torna a casa percorrendo la battigia. Cammina nel buio, col passo appesantito dalla sabbia e il collo esposto di nuovo alla corrente. Ha ancora i brividi e gli occhi stanchi, e nello stomaco qualcosa fa su e giù. È come se avesse il mare nella pancia, che si allunga e si ritira, come quelle onde che per poco non gli bagnano i piedi. Si piega sulla riva a vomitare. Butta fuori tutto quello che ha mangiato, masticato, tutto quello che ha ingerito: la focaccia che gli aveva unto le mani, i sorsi di birra fregati al cugino, metà crêpe di Beatrice, l’acqua alla fontana bevuta dal naso, e quella saliva dolce e incandescente, insieme alle lacrime corte e salate, corte e infinite.

Poteva chiederle almeno il nome.

Butta fuori tutto, mare compreso.

Fra un po’ non rimarrà nulla di lei.

Forse è un’infatuazione passeggera, una brevissima incubazione destinata ad avvampare come la carta, veloce e in fretta, e a bruciare così forte da lasciare resti labili e impossibili da riacciuffare.

Quando varca la soglia di casa, Claudio barcolla e ha le guance rosse.

«Sei ubriaco?», suo padre è in mutande, lo osserva contrariato.

Claudio apre un cassetto, con gli occhi gonfi e lo stomaco vuoto. Afferra il termometro, lo scuote, lo porta alla bocca.

Suo padre lo molla seccato, il termometro fischia.

Claudio sorride e si butta sul letto.

«Quasi trentanove», scrive a Beatrice poco prima di dormire.

Un racconto di: Lucia Perrucci

Illustrazione di Raffaele Cataldo

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