Tre, due, uno

Tre, due, uno

Tre, due, uno. E succede.

È uno di quei meccanismi che non vedrai mai incepparsi. Come la prostata dei sessantenni che s’ingrassa, o le tette grosse che scendono in cantina. Ti racconto come funziona, amico.

L’altro giorno vado al supermercato. È sempre un’impresa eroica venirne fuori con la spesa giusta. Tipo: vado per fare scorta di latte parzialmente scremato e invece mi carico di cartoni di latte intero, oppure di biscotti sbagliati, magari di segale e con l’uvetta stitica. Che poi non è detto che sia un male. Per un puro caso sono diventato un estimatore della soia, un fagiolino stento che ti chiedi come facciano a mungerlo. Ti ho mai detto di come io sia diventato il Re dei rutti poetici? L’idea del fraseggio mi è venuta grazie all’acqua frizzante, comprata per sbaglio. Di prendere parole a caso o una volgarità ridereccia non mi andava. Così ho pensato: perché non i versi della Divina Commedia? Lo so, all’inizio è sembrato un po’ irriverente; poi, sentendomi declamare con cotanto trasporto la passione di Paolo e Francesca, devono aver inteso che l’amore si può nascondere anche dentro a un rutto. Certo, ci vuole l’anima lirica per coglierlo, e non è detto che tutti quegli sguaiati che sghignazzano ce l’abbiano, l’anima. Pensa, su YouTube ho raccattato una valanga di ‘mi piace’ e sono diventato una star, per una settimana. Una mi ha scritto: “Nando sei forte una curiosità quanto ce l’ai lungo”. Così, tutto d’un fiato. Firmato tale Ramona Reed. “Ha cosa ti riferisci?” ho chiesto, mettendo in primo piano la lettera scomparsa, ché cogliesse il suggerimento. “Il coso! dai non fare il timido lo sanno tutti che ce l’avete stralungo” ha risposto lei. “Vorresti darci un occhio?”, le ho domandato. Sparita.

Comunque, dicevo, vado al supermercato. Mi vesto con la camicia a quadri, le bretelle e i pantaloni con le pince che mi sono fatto fare su misura col primo stipendio. Mi sento a posto, al centro del mondo, dove passa il bus della storia. Penso: ecco, oggi è la mia giornata, conoscerò una ragazza. Senza offesa per nessuna, a me piacciono quelle alte, con le gambe a stelo di calla, mi fanno pensare alla Statua della Libertà. Insomma: sono nella corsia degli shampoo, cerco quello per capelli tendenti a ingrassarsi. Vedo un tizio e una tizia, se le stanno dicendo di ogni. A un certo punto lui la prende per un braccio, la scuote per shakerarle le budella. Io urlo: “Ehi, basta! La lasci stare!”. Il tipo mi guarda di sbieco, come se avesse notato uno stronzo scaricato sul marciapiede. Mette in mostra i denti a soqquadro e mi dice: “E tu, chi saresti, eh? Via, o te le do di santa ragione!”. Non capisco che cosa c’entri la santità con le botte, sto per dirgli. Poi, invece, opto per un cauto ammonimento: “Chiamo la sicurezza!”. Ho uno strano fremito addosso, come se fosse arrivato il mio turno nella fila, se mi spettasse la mia razione di vita. Lui smette di ridere e serra la bocca, poi fa schioccare la lingua contro il palato. Funziona, sta desistendo, penso. Invece, il tizio mi prende di peso e mi butta a terra come uno sputo. Ho ancora le stigmate sul culo e sulla schiena per via delle sante botte. I due se ne vanno mano nella mano. Mi rimetto in piedi e prendo il primo flacone a portata di mano. Uno shampoo ristrutturante, alla pappa reale. Che dici? Lo vorresti provare sulla tua bella criniera? Sai che chioma, dopo! Che ho da ridere, Rusty? Che ti devo dire, amico, la vita bisogna prenderla così. Lei ti rifila pedate sulle gengive e tu giù a ridere, sennò ti deprimi per tutto, perché magari al supermercato non riesci a prendere il caffè per la moka e ti tocca ripiegare sulle cialde per la macchina per l’espresso – che non hai. Volevi il caffè, eccotelo, di che ti vuoi lamentare? Di niente. Stacco di gamba quarantacinque centimetri; braccia, la bellezza di ventinove. Nel mio metro e quindici non mi manca nulla. Non li senti gli spettatori quando entro in scena, col cilindro e il panciotto con la passamaneria, e inizio a ruttare? “Siori e Siore, ecco a voi il Re Nando!”, annuncia la voce fuori campo. Hai sentito quante volte l’eco stampa in aria il mio nome? Sembra che non finisca mai di ripeterlo ‒ ché tutti si ricordino di me quando saranno fuori da qui – ma poi si ferma e arrivo io. Ti sembrerò presuntuoso ma ti dico che, sì, in quel preciso istante inizio la creazione di un mondo a mia misura con i confini di questo tendone di gomma bianco e blu, e mi circondo di Iolanda la donna barbuta, Rufus l’uomo gatto e te, Rusty il finto Leocorno albino. Qui decido io chi va bene e chi no. Terminati i volteggi dei trapezisti, lascio che nel tendone truccato calino le ombre. Ascolto i brusii, l’impazienza che cresce. È ora. Rullo di tamburi, una scarica di battiti del cuore. Un fascio di luce – veloce, dritto su di me – chiude tutte le bocche. Poi si fa giorno anche sul resto del mio mondo. A me gli occhi, please!, dico, e l’eco lo ripete. Li guardo uno a uno, inchiodo i loro sguardi su di me. Il pubblico pagante segue le mie mosse con la mascella appesa alla mia gola che sta per vibrare per il gas che si arrampica su per lo sterno e preme per uscire. Inizio. Un boato. La poesia rotola potente fuori da me, e da me rinasce. Le risate e gli sfottò sono frecce a vuoto, nemmeno li sento. Così, mentre Paolo e Francesca rinnovano il loro tormento d’eterno amore – tre, due, uno – si compie un incantesimo. Io mi sento Miss Liberty e con la fiaccola raggiungo il primo cielo. Non come al supermercato, dove – tre, due, uno – in me vedono uno sbaglio. Come se dentro a un rutto non potesse nascondersi una poesia, e dentro un nano un uomo.

 

Un racconto di Barbara Guazzini

Illustrazione di Michele Antolini

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