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Amore di papà

Ti scrivo, Alessandra, dopo l’ultima perla di settimana scorsa.
Sei arrivata, in sala colloqui, con il tuo musetto imbronciato e gli occhi piantati nei miei e, invece di parlarmi, ti sei sporta per prendere la cornetta. Ecco, in quel momento io avrei voluto sfondare il vetro, urlare, farti male. Ma non ho fatto niente.
E pensare che io odiavo la mia vita prima che nascessi tu. Ma poi è diventata qualcosa che nessuno degli altri avrebbe potuto capire. Io Don Chisciotte, tu Sancho Panza, a cantare Guccini a modo nostro.
L’altro giorno, dicevo, ho impiegato qualche secondo di troppo a capire cosa volevi fare, ho impiegato qualche secondo di troppo ad alzarmi e ad andare via dopo che quella cornetta te la sei portata all’orecchio. È stata una specie di rivelazione: la battaglia contro i mulini a vento era ufficialmente perduta. Ma non c’è un limite all’amore di un padre per una figlia, perciò eccomi ancora qui a cercare di comunicare con te nell’unico modo che forse mi consenti.
Cosa avrei potuto darti di più? Ti ho talmente amata. Forse ti ho rimproverato troppo. Forse è questa la mia colpa. Ti ho rimproverata tanto, ma vedi, io ti volevo perfetta, ma non ti volevo perfetta per me, ma per te, e so che non è facile da capire, ma speravo di addolcirti e di prepararti per quando le botte vere sarebbero arrivate dalla vita. Il difficile viene dopo. Viene quando metti il naso fuori di casa e ti accorgi che nessuno ti capisce, nessuno ti ascolta, nessuno vuole veramente mettersi in gioco con te.
Volevi fare pallavolo? Tu non hai idea di quanto avresti potuto farti male, con le pallonate e tutto il resto. Volevi andare in vacanza con gli amici? E chi ti avrebbe capito se ti fosse successo qualcosa? Chi ti avrebbe ascoltato? Dimmelo, magari hai una risposta per questo.
Dov’è la differenza con tua sorella? È andata in vacanza con gli amici, ha giocato per tanti anni a pallacanestro, per carità, ma ti sembrano motivi che giustifichino il tuo gesto? Te la sei dimenticata la vacanza studio? Lei non ce l’ho mandata, perché non se lo meritava. Tu sì.
Non posso farmi una colpa, se i tuoi sono stati solo capricci.
Cosa può averti fatto di tanto grave, tua sorella? Ti ha allargato due magliette? Avete quasi la stessa taglia. Ti ha finito i trucchi? Te li ricomprava mamma, se ce lo dicevi. Eri gelosa perché l’ho portata con me allo stadio? A te l’ho chiesto tante volte, e mi hai sempre detto di no. Mi rifiuto di pensare che tu l’abbia fatto per quel cretino di Davide.
E hai preso la patente! Io non ce l’ho mai fatta, e tu invece sì. Ogni volta che apro l’armadietto del mio ufficio guardo la tua foto all’acquario, quella mentre accarezzi una razza.
Vi abbiamo sempre trattato allo stesso modo, Ale, sempre, seppur con le dovute differenze. Come volevo bene a lei, volevo bene a te. Come sono stato contento di lei, così lo sono stato di te.
Ti sei messa a fare la pazza quando hai saputo che non avrebbe finito la scuola. Ci hai detto cose vergognose, ci hai insultato come persone e come genitori. Cosa avremmo dovuto fare, ammazzarla? Diccelo tu, se pensi di essere migliore di noi, diccelo tu cosa dovevamo fare. E poi, con che coraggio fai tutta questa sceneggiata? Cos’hai fatto, tu, con l’università? Dov’è la corona d’alloro, Ale?
Eppure tu le volevi bene, lo so io e lo sa mamma. Lo vedevo come ti divertiva, lo vedevo come sollevavi le sopracciglia per non ridere quando non volevi darmi soddisfazione. È così simpatica, allegra, contagiosa. E io ho dovuto farlo.
Ho dovuto farlo perché era giusto, perché tu non hai mai capito che la sordità era il nostro tesoro, era un dono riservato solo a me e a te, un codice segreto, un alfabeto da custodire. Ma evidentemente per te non aveva lo stesso valore.
E ancora io ci torno su quella cornetta, su quel gesto di sfida e rancore che rimpiango di aver trovato qualcosa più che patetico. Mi dispiace, ma è così.
Lo capisco, sai, se non mi vuoi parlare più. Capisco tutta la tua rabbia, perché credi che io ti abbia tradito. Ma amore mio, io non ti avrei mai potuta tradire.
Non è così vero che non c’è un limite all’amore di un padre per una figlia: il limite c’è, e sta proprio vicino all’amore provato per un altro figlio. E allora forse tra noi mancava qualcosa: mancava qualcuno che ci dicesse, mentre cantavamo Guccini, quando eravamo scoordinati e quando sbagliavamo versi. Mancava Margherita.
Per questo ti ho denunciata.
Perdonami, se puoi.

Illustrazione di Maria Caruso

Martina Marasco

Martina nasce a Varese il giorno dell’amore, circondata dai sette laghi e dalle parole di Stendhal. Non ha mai imparato a gestire la rabbia, le cose e le persone, così ha cominciato a scrivere. Ama i cani, al punto che di solito ci si fidanza e ride al pensiero di aver scritto la sua biografia in terza persona.

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