Sonnessa_Alessia Arti

Eppure sono sempre stato un lavoratore

Eppure sono sempre stato un lavoratore instancabile, nemmeno un giorno di malattia anche se forse il merito è del mio eccezionale sistema immunitario. Come descrivermi? Preciso, discreto, meticoloso, attento, mai chiesto nulla o portato lamentele, in tutti questi anni di onorato servizio ho solo pulito senza tregua, non risparmiando gli angoli più nascosti, anzi dando loro la priorità. In realtà,  credimi, è difficile trovare chi come me nel lavoro mette l’anima. Faticavo tutta la notte per rincasare al mattino, non riesco a star fermo è proprio la mia indole, sono un tipo nervoso anche nei movimenti e chi m’incontra lo nota immediatamente. Ma sono sempre stato così, ci sono nato, e l’istinto non si può reprimere. Però una cosa devo ammetterla: in quella casa non mancava cibo di ottima qualità, certo sono di bocca buona io, e potevi ingozzarti fino a scoppiare e ti assicuro che nemmeno in questo mi sono risparmiato. Comunque, sto divagando. In quegli anni abitavo in una casa modesta, umida e umile praticamente attaccata al posto di lavoro, fattore che mi consentiva di sapere in ogni momento se ero solo oppure se il capo era nei paraggi. Purtroppo non avevamo mai avuto un rapporto amichevole io e lui, anzi in più di un’occasione era stato chiaro nel farmi capire che in realtà non mi voleva tra i piedi.

Non  apprezzava il mio contributo, mi trattava come un intruso, come una bestia. Così decisi di farmi vedere il meno possibile mentre con una cura maniacale tenevo pulita la sua immensa abitazione, non volevo infastidirlo e nemmeno perdere l’opportunità che questo lavoro mi forniva di “portare a casa la pagnotta”, come diceva lui. Ma per cambiare vita bastano trentasei secondi. Trentasei secondi fa mi trovavo tra il letto e il comodino, stavo per andare a riposare dopo aver lavorato tutta la notte. So che sono passati trentasei secondi perché ho sempre avuto un senso del tempo preciso, quasi un sentore,di sicuro una dote innata. Probabilmente mi stava aspettando, anzi ne sono sicuro. Un agguato. Ho visto la luce all’ultimo momento, un colpo secco e mi sono ritrovato a pancia in su incapace di muovermi. Tremavo, tutto il corpo tremava e non riuscivo a fermarlo mentre lui rideva esultando. Voglio solo tornare a casa. Ora ti annego dice, io grido di lasciarmi stare ma sembra non sentirmi. Poi buio. Ho ricordi frammentati, acqua fredda, rumore, l’ultimo pezzo di pane, casa mia, cerco di aggrapparmi ma cado, sbatto dappertutto. Buio. Mi sveglio ancora a pancia in su , per fortuna sto galleggiando. O sono morto o sono salvo. Quel maledetto alla fine mi ha beccato. Mi giro e inizio a nuotare, la direzione non mi interessa, l’istinto mi dice che devo nuotare e come ho sempre fatto seguo lui. Infatti ha ragione anche questa volta, perché poco dopo riesco a toccare una parete e inizio a risalire, trovo una crepa, mi c’infilo. Ho tempo per pensare. Maledetto. Ora capisco tutto. Inizia a essere tutto più chiaro. Mi ha buttato nel cesso e ha tirato l’acqua, così mi sono ritrovato semisvenuto a sbattere sulle pareti interne dei tubi di scarico per finire qui, nel bel mezzo del pozzo nero. Alla fine si è liberato di me. Di me, ma non di noi. Già, perché in questo momento dentro la presa elettrica che c’è fra il letto e il comodino, proprio quella grazie alla quale ogni notte carica il cellulare, ci sono almeno duecento uova pronte a schiudersi. E se quando saremo in giro a pulire la sua casa lui ci colpirà alle spalle per poi buttarci nel cesso, i superstiti avranno già deposto uova dentro le prese, le crepe e gli angoli più nascosti della sua casa immensa. “Il mondo è di chi lo crea, non di chi lo distrugge”, noi scarafaggi lo diciamo sempre.

 

Un racconto di Gianluca Sonnessa

Illustrazione di Alessia Arti

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