Un pomeriggio qualunque

Elle aveva parlato per dieci minuti buoni, spostando lo sguardo da un punto indefinito dello spazio a un altro, mentre Andrea le sedeva accanto. Ogni tanto aveva sbirciato nella sua direzione, di sfuggita, come per sondare le sue reazioni, come per controllare che tutto stesse andando bene, e ogni volta era tornata a perdersi nel paesaggio bianco e sfocato. Le sue dita giocavano con gli strappi che i pantaloni neri avevano sulle ginocchia, li accarezzavano, li torturavano. Andrea aveva seguito quello sguardo e quelle dita nei loro movimenti, il flusso di quelle parole, quel respiro nell’aria densa. Era sicuro, Andrea, che in un attimo le parole le avrebbe dimenticate, ma le immagini, quelle non sarebbero sbiadite così in fretta.

– Ti devo proprio rispondere? – le chiese.

– Non è che devi. Se non hai nulla da dire, no… non devi.

– Non è che non abbia nulla da dire. Solo credo che non serva. Alcune cose non vanno dette.

– Alcune cose non vanno dette, va bene, – Elle tacque per qualche secondo. – Eppure, ogni tanto…

– Sì, ogni tanto. Ma ora… ora ce n’è davvero bisogno? – si fermò un attimo e la guardò negli occhi. – Ne hai davvero bisogno? La risposta la sai già. Non ne staremmo parlando, se non la conoscessi già. Non saremmo qui.

– Questo non è vero.

– Va bene, forse saremmo comunque qui, – Andrea alzò lo sguardo verso il cielo, poi lo spostò all’intorno, sulle chiome incostanti degli alberi, sui tronchi nodosi, sul tappeto di foglie ai loro piedi. – Sarei comunque passato a prenderti e ti avrei comunque fatto compagnia in questa città che non conosci. Ma non staremmo parlando così, te lo assicuro, – e tornò a fissarsi negli occhi di lei.

– Tu sai sempre tutto, non è vero?

Andrea sollevò le spalle e le sorrise.

– Quanto basta.

Elle lo osservava, con un fare di sfida.

– E cos’è che basta, qui e ora?

– Non te lo dico, – Andrea non cedeva di un millimetro, in questo loro piccolo gioco di stoccate.

– Ci sono cose che non si dicono, – gli fece il verso lei.

– Ci sono cose che non si dicono. Brava.

Il verde e il marrone degli alberi si rifletteva sulla superficie del fiume. Erano due mondi identici e opposti, separati da una superficie sottile e invisibile. Quell’autunno, vecchio d’un mese, era lì presente in duplice copia.

 

Andrea si alzò e raggiunse il muretto a ridosso del fiume. Piegò la schiena in avanti e si appoggiò con le braccia alla balaustra di pietra. Sentì le foglie secche crepitare alle sue spalle. Elle gli si fermò accanto, in piedi. Era un po’ più alta di lui, così. Andrea non la guardava, adesso, ma percepiva distintamente il suo corpo. Tre gabbiani tagliarono lo spazio davanti a loro, mentre tre volarono all’incontrario sullo specchio dell’acqua.

– È come te l’aspettavi?

– Per niente, – rispose Elle, senza voltarsi. Poi prese fiato. – Non me l’ero immaginato così.

– Ne sei delusa?

– No. È più bello, forse.

– È un peccato, questo cielo. Quando è terso, di qui puoi vedere i colli e la basilica, lassù in alto, – e indicò un punto lontano, sfiorandole quasi il viso con il braccio. Le loro spalle si toccarono appena. Andrea tornò a poggiarsi al parapetto, attento a non perdere quel punto di contatto silenzioso.

– Va bene così.

– No, non va bene così. Questo vuol dire che dovrai tornare.

– Perché dovrei tornare?

– Per vederli. La basilica, i colli.

– Tu dici?

– Io dico.

Il fiume scorreva sotto di loro, lento, tra il vociare sommesso del sabato pomeriggio. La musica dei chioschi si fondeva al flebile rumore della natura, la frenesia alla calma più profonda. Tre canoe scivolarono via, veloci e immobili. Un’increspatura, che durò un istante.

 

– Non lo so.

Andrea osservava le dita di lei, giocavano nervosamente con l’anello della mano destra.

– Non lo sai?

– Se tornerò.

– Immagino. Hai la tua vita, le tue cose, insomma… perché dovresti?

– La mia vita… le mie cose, ecco, – Elle sollevò il viso e si mise a fissarlo. Andrea la guardava, senza muoversi.

– Che stiamo facendo? – gli chiese lei, prima che il suo sguardo fuggisse lontano.

– Stiamo guardando il fiume, – le rispose, cercando di capire dove fosse fuggita.

– Solo questo?

– Solo questo, – scandì lentamente Andrea.

– E nient’altro?

– Nient’altro, – e si voltò verso di lei.

Elle compì lo stesso movimento, identico ma ribaltato, finché incrociò il suo sguardo.

Un rumore lontano s’insinuò tra loro. Un suono innaturale, sempre più vicino. La suoneria di un telefono. Elle non distolse lo sguardo da quello di lui.

– Devi rispondere, – le disse Andrea, inclinando la testa verso la sua borsa.

Lei rimase ferma, continuando a fissarlo.

– No, non devo.

 

Un racconto di Daniela Moramarco

Illustrazione di Marco Pellino

3 pensieri riguardo “Un pomeriggio qualunque

  1. Leggendo questo racconto si ha la sensazione di vivere il momento narrato, i luoghi, la relazione tra i personaggi, sembra tutto reale. Molto descrittivo e scorrevole.
    Bel racconto.

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