Com’è bella mia madre

Stefano svuota il bicchiere in un sorso, poi afferra la bottiglia di vino e lo riempie di nuovo.

Margherita parla svelta del suo lavoro, dice che è stanca.

Viola infila un pezzo di crosta di pane tra il fondo della guancia e il molare, lo manda giù di nascosto. Sa che prima della preghiera non si mangia, almeno a Natale.

Gli altri, quasi tutti con un abito o un accessorio rosso, fanno da cornice addobbata. Li perdo tra i lustri delle decorazioni.

Siamo trentatré, come gli anni di Cristo – che proprio oggi a mezzanotte ne avrebbe compiuti duemiladiciassette.

Auguri, mi viene da pensare, mentre tutti gli dicono Grazie.

Sono vestito di ocra e antracite, due colori che mia madre ha definito così: nun song buon manc p’accuncia’ l’alber.

Dopo l’Amen, i bambini si alzano come se avessero afferrato uno Start. Intonano Jingle Bells ripetendo sempre le stesse due parole e chiudono con un Jingle o d uei.

Intanto, si muovono disordinati.

Io sto zitto e guardo.

 Cosa hai chiesto a Babbo Natale, Lara? dice Gennaro, mio nipote, mentre gli sudano le guance paonazze.

Uno Smathfon, risponde lei, senza essere ancora in grado di pronunciare la R.

    Bello. Io ce l’ho già.

Giro la testa e smetto di ascoltarli.

Mia madre attraversa il corridoio con un vassoio di spaghetti avvongole tra le mani. La amo ancora di più quando la stanchezza le spinge un po’ la testa in avanti e l’adrenalina di avere tanti ospiti da accontentare gliela tira su in un secondo, con uno scatto veloce.

Com’è bella.

La amo sempre, anche se ha gli occhi blu.

Tutti si complimentano con la cuoca per l’ottima pasta, anche io penso sia buona e cotta al punto giusto. Glielo dirò domani, mentre faremo colazione insieme. Io e mia madre.

Le luci dell’albero di Natale si spengono e riaccendono. Presto si fulmineranno, avevo detto a mio padre mentre le montava. Perché le cose, come le persone, non possono cambiare così velocemente.

Com’è bella mia madre mentre porta il capitone in tavola, si muove come lui nelle sue acque. È fluttuante, rotonda, morbida. Accogliente.

Per farla felice, ho studiato. Sono l’unico laureato della famiglia e parlo italiano meglio che se fossi nato . A Forcella di Napoli non sono troppo portati per la correttezza lessicale, ma hanno sempre il sorriso e tanto basta. Ho scelto linguistica italiana per meritarmi il posto in cui sono e ho preparato la tesi in dialettologia, invece, per essere all’altezza delle persone che ho accanto.

Ricordo le lacrime dei miei genitori mentre scoprivano che con l’alloro non si progettano solo le siepi.

Finisce il capitone. Mangiamo anche l’insalata di rinforzo.

Eccola ancora mia madre, sempre bella. Si avvicina con gli struffoli. Sono tre giorni che impasta e frigge, perché si sa, quelli ci piacciono a tutti quanti.

La coppia che ho accanto dice di voler andare in vacanza a Ovindoli. Muovono le braccia mentre fanno programmi.

   Chiang, e tu sai sciare? mi fa lui sorridendo.

No, non ho mai provato.

    Certo Genna’, non ci sono le montagne nel tuo Paese, giusto? dice lei.

Resto zitto. Sono in Italia da diciotto anni.

Vieni dalla Thailandia, vero? Fa lui.

, dico.

Ua che spettacolo. Il mare è bello?

Non capisco nemmeno se me lo chiede l’uomo o la donna.

Sbottono il primo bottone della camicia. Respiro a fondo. Mia madre mi guarda con la coda dell’occhio e mi schiocca un bacio sulla punta delle dita. Sorrido. Sudo e sento il cuore premere contro la cassa toracica.

All’improvviso diventa quasi buio e quei due si scordano anche di avermi fatto una domanda. La stanza piomba in un silenzio vacuo; a scandire i secondi, tra oscurità e penombra, rimangono solo le minuscole lampadine attaccate ai rami finti dell’abete.

Non state zitti, vi prego. Penso. Ché poi gli permettete di prendere il sopravvento, ai pensieri.

Appena arrivato avevo sei anni, i miei genitori si preoccuparono perché ogni volta che parlavano delle mie origini, io iniziavo a tremare. Non ne volevo sapere dell’Asia, delle bacchette. Non ne volevo sapere della mia madre gialla perché mi piaceva parecchio quella nuova, la bianca. Com’è bella mia madre.

Lo psicoterapeuta aveva detto loro che ero Memopobico. Da quel giorno non ho fatto che impegnarmi per imparare a dirlo nel modo giusto, Mnemofobico. Perché è quando s’impara a parlare bene che si possono fare richieste. Qualcuno dovrebbe insegnarlo a Lara.

All’improvviso, un faro puntato su Babbo Natale che avanza sicuro dal corridoio verso la sala da pranzo. I bambini lo accolgono urlando. Mi viene in mente l’uomo con la folta barba che diceva alla mia madre gialla di spogliarsi. Stanno arrivando, devi essere accogliente. Lei toglieva tutti i vestiti e si accucciava ricurva su se stessa.

   Lo faccio per te, Chiang. Vattene, vattene. E quando poi me ne sono andato davvero, ho iniziato a star meglio. È una colpa questa? Poi, ad alta voce. È una colpa questa?

Tutti per un istante smettono di fare altro. Alternano varie frasi di circostanza e mi girano intorno come moschilli.

Le luci dell’albero di Natale si spengono.

Mia madre si accuccia sulle ginocchia per baciare il mio occhio allungato e socchiuso, senza dire nulla.

 

Un racconto di Giulia Vittorio Francomacaro

 

Illustrazione di Alessia Armari

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