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Tutti gli altri giorni

Dalle persiane socchiuse filtrava una luce chiara di mattina. La donna sedeva sola nella cucina, avvolta nella vestaglia leggera. Respirava piano e il suo respiro caldo diventava freddo appena le usciva dalla bocca. Non era abituata ad essere sveglia così presto, ma quella mattina non aveva voluto rimanere a letto. Prima di sedersi, incerta sulla sua presenza in quella cucina, aveva preso il barattolo del caffè e l’aveva posato sul tavolo. Dalla stanza si sentivano ancora delle brevi grida sommesse, dei piccoli scatti, come se dall’altra parte della casa fosse in atto una battaglia. Erano un paio di settimane che lui aveva degli incubi. Lo sentiva agitarsi e si svegliava anche lei di soprassalto. Quei sogni erano un campanello d’allarme nei suoi. Dopo un certo numero di volte, aveva preso ad aprire gli occhi da sola poco prima che lui iniziasse a muoversi. Lui si dimenava, parlava, qualche volta gridava, e allora lei aspettava e lo teneva stretto nel buio finché non si svegliava ansimando. Lo accoglieva con parole semplici e carezze e pian piano lui prendeva di nuovo sonno; lei non si riaddormentava mai.

Quando i rumori finirono, sentì prima un fruscio di coperte, una pausa, poi dei passi avvicinarsi alla cucina. Aspettò che l’uomo comparisse sulla porta.

– Sei qui. – disse lui. – Da quanto sei sveglia? –. La sua voce era lucida, gli occhi spalancati. Era sudato. La donna lo guardò. – L’hai fatto ancora? – .

– Perché ti sei alzata? –

– Non riuscivo più a dormire. –

L’uomo restò in silenzio.

– Allora, – insisté la donna – me lo racconti o no? –

L’uomo si sedette di fronte alla donna e prese un lungo respiro. Lei vide la sua fronte contratta, lo sguardo di lui che vagava sulla superficie del tavolo invece di cercare il suo.

– Era diverso – iniziò l’uomo. – Cioè la fine è diversa. Ci sei sempre tu e ci sono io, dentro la gabbia. È enorme e io sono al centro e vedo solo sbarre che si incrociano da tutte le parti. Tu mi guardi da fuori. –

L’uomo alzò gli occhi e incontrò quelli di lei. La sua voce esitò, inciampata nello sguardo serio e profondo di lei, poi proseguì.

– Ci sei tu, che mi guardi da fuori, davanti a me come sei adesso. Io so che puoi tirarmi fuori da lì, in qualche modo. Ti dico di cercare una chiave, di sollevare la gabbia, di distruggerla, e tutte le cose funzionerebbero, ma tu non mi ascolti o non capisci o forse sono io che non sto proprio parlando. Sono circondato e tu sei lontana. –

– E poi? – chiese la donna. – Ti sei svegliato? –

‒ No, qui diventa diverso. Ad un certo punto, quando sono lì che mi dispero per parlarti o venire verso di te allora succede che mi rendo conto che le sbarre che vedevo girano intorno a te. Che stai tu dentro e io fuori. È per quello che non mi rispondi, è per quello che non fai niente e hai quegli occhi lì. –

La donna rivolse lo sguardo verso la luce tra le persiane, verso il giorno che diventava più chiaro e che avrebbe dovuto cancellare quelle immagini affannose.

Chiese ancora – E alla fine? –

– Alla fine cosa? –

– Alla fine riesco a uscire? –

– No. – rispose l’uomo. – Voglio dire, non lo so. Sai come scappare, come ti ho detto prima no? ma il sogno finisce così. Io che non so cosa fare e tu che mi guardi strano. –

– Ma era meglio, no? Stavi fuori. –

L’uomo stette in silenzio; sembrò pensarci. Poi scosse la testa e rispose che non sapeva, che era uguale, che si era comunque sentito in trappola sia dentro che fuori. Disse ancora – Anche se ‘sta volta sapevo perché non rispondevi, eri comunque lontana e non potevi sentirmi. –

Restarono entrambi in silenzio provando a ricordare qualcos’altro, lei gli incubi vecchi e lui quello nuovo. L’uomo chiese se nell’agitazione del sonno avesse detto qualcosa. La donna rispose che non era riuscita a capire bene: parole sconnesse, qualche volta il suo nome, tanto che per un attimo aveva pensato si fosse svegliato. Poi si era alzata ed era andata in cucina, indecisa se preparare il caffè.

– È ancora presto. – disse lui mentre si alzava.

– Sono sveglia. –

– Non sono neanche le sette. –

La donna esitò un momento e poi si strinse nelle spalle fissando il barattolo di caffè; poi alzò lo sguardo e vide le grosse occhiaie sul volto tirato di lui e pensò di sbagliarsi, pensò che avrebbe chiuso di nuovo gli occhi e che li avrebbe riaperti ad una luce meno fredda.

– Allora vieni? – L’uomo indugiava sulla porta.

La voce della donna si fece più dolce. – Tu vai. Io rimetto a posto queste cose. –

L’uomo guardò il barattolo sul tavolo, poi di nuovo la donna. Prima di andare via disse che l’avrebbe aspettata a letto, che non si sarebbe addormentato senza di lei. Rimasta sola, la donna fece vagare nuovamente lo sguardo per la cucina. Iniziò a figurarsi che cosa sarebbe successo: lei che non tornava a dormire e che invece si preparava il caffè, e che dopo quello andava a farsi una doccia, e dopo quello ancora trovava un’occupazione ragionevole prima che fosse sensato avviarsi a lavoro. Pensò a lui che si svegliava, di nuovo, e che la trovava già vestita e con gli occhi stanchi. Pensò a tutte le cose della giornata che sarebbero venute dopo, fino ad arrivare alla notte e ad un’altra mattina. Pensò a quella mattina e pensò a tutti gli altri giorni; rimase ancora un momento seduta prima di alzarsi e aprire la finestra, lasciando che la luce entrasse nella stanza.

 

Un racconto di Francesca Lendini

Illustrazione di Marco Pellino

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