Giovanna_Bressani-Narrandom_Blog di racconti

La camicia bianca

Tengo lo sguardo basso.

Sto immobile e faccio silenzio.

Ma Daniele sta là, nel banco avanti, e ha i capelli morbidi, una volta glieli ho toccati. Sono morbidi e biondi, così chiari che sembrano bianchi come l’unica camicia rimasta di papà.

Quand’ero piccolo papà lavorava in fabbrica, tornava a casa ogni sera con addosso una brutta tuta da lavoro grigia, e diceva che quei vestiti erano come una seconda pelle che non voleva venire via.

Ogni domenica, però, indossava la sua camicia bianca, era l’unico giorno della settimana in cui aveva una pelle nuova, così diceva, e ci portava a fare una passeggiata, a me e alla mamma.

Camminavamo per ore nelle vie dei ricchi, e guardavamo le loro belle case, e papà mi chiedeva sempre qual era la mia preferita.

Io ne sceglievo una con il giardino, perché a tutti e due piaceva correre, e ci serviva lo spazio. Lui ripeteva che presto avremmo avuto una casa con un giardino grandissimo.

Io e mamma viviamo ancora nello stesso appartamento, al terzo piano.

Tiro dentro i pugni e lascio le maniche a penzolare sul banco, poi infilo la stoffa in bocca e inizio a succhiare. Sa di ammorbidente.

Dietro di me li sento ridacchiare, e strizzo gli occhi e abbasso la testa ancora di più.

La maestra mi fa un gesto, guardandomi in quel modo strano, e smetto di mordere le maniche della felpa.

Anche oggi mi sono messo la tuta blu, come i suoi occhi, e pazienza se ho litigato con mamma che voleva farmi mettere i jeans e il maglione rosso.

Con la tuta sto più comodo, corro più veloce e piace a Daniele, una volta me l’ha detto che ne vuole una come la mia.

Corro veloce, ma mai abbastanza.

 

Corro veloce anche dopo la scuola, ma Pasquale mi afferra dalla giacca e mi stringe la testa sotto il braccio. Mi dice di fare silenzio e mi porta nel vecchio casale abbandonato che sta tra la scuola e casa mia.

Iniziano a fumare e quell’odore mi fa venire da vomitare, ma sto fermo e tengo lo sguardo basso.

«Acalat’ ‘o cazon, chiattò», dice Michele, mentre Pasquale un po’ ride e un po’ tossisce.

«Faccell’ verè Antò», ordina Angelo, prendendo la sigaretta da Pasquale.

«Ce ‘o vuò fa verè sulo a Daniele, ‘o piscitiello? ‘O saje che ce facimme nuje ‘e ricchiun comme a tte?», sputa Pasquale, venendomi più vicino. Mi soffia il fumo in faccia e mi abbassa i pantaloni con forza.

Non devo piangere, fra poco è tutto finito.

Tengo lo sguardo basso, non mi muovo e faccio silenzio.

«Guardate comm’è piccirillo! Manco se vere!», dice Michele.

«Ma ‘o tien ‘o pesc asott’, Antò? O tien a pucchiacca comm’ ‘a mammeta?», domanda Angelo prima di scoppiare a ridere.

Pasquale prende lo scopino appoggiato al muro. Non tocca mai il manico che è sporco di sangue e di cacca.  Lo fa strisciare sul pavimento pieno di polvere e si avvicina, continuando a sorridere.

«Comme amma fa cu tte, Antò? Daniele non lo devi guardare… Comme te l’aggia dicere? Chill è cucìnemo, e tu faje schifo!», mi dice.

Mi giro di faccia contro il muro sgarrupato.

C’è una finestra senza vetri.

Afferro la grata arrugginita e respiro sempre più veloce, con le gambe che non vogliono stare ferme.

Inizio a contare, contare mi calma.

«Te piace accusì eh? Ricchion’ ‘e merd’», dice, mentre gli altri ridono.

«Ti prego», sussurro con le lacrime agli occhi.

«Nun parlà osinò faccio cchiù forte».

Guardo fuori, ma non vedo niente. Penso alla camicia bianca di papà, l’unica appesa dalla sua parte dell’armadio. Mi concentro sul bianco che, davanti ai miei occhi, è sempre più grande, e tutto diventa silenzioso.

Dopo se ne vanno e io resto immobile, sentendo il sedere umido e appiccicoso.

Mi passo una mano fra i capelli corti, mamma li vuole così perché dice che sono più ordinato.

Torno a casa e nascondo le mutande sotto le altre robe sporche nella cesta.

Poi mi siedo sul divano e accendo la tv, ma li sento ancora ridere.

«Antò, si’ turnato ‘a mammà?», mi grida lei dalla cucina.

«Sì».

«E nun jesce? Nun vaje fore a pazzià cu ‘e cumpagn tuoje? Staje semp’ ittato ngoppe ‘a chiullu divano!»

«No ma’, oggi no».

«Si te veresse papà… semp’ ittato int’ a sta casa».

«Ma papà nun ce stà cchiù».

 

Tredici anni dopo

 

«Antò, nun me ricere ca manco stamattina vaje a cercà ‘na fatica!», grida lei già pronta sulla porta di casa con il vestito buono per andare a fare la spesa.

Cambio canale, sistemandomi meglio sul divano e non mi degno nemmeno di risponderle.

«Staje semp’ cu chella tuta ‘ncuollo… si te vere quaccheduno, ma ch’ adda ricere? Staje semp’ ‘ngoppe a chillu divano, vestut’ accussì. Je nun c’ ‘a faccio cchiù».

Alzo il volume della televisione per coprire il resto delle sue lamentele. Dopo un minuto ci rinuncia, come sempre, sbattendosi la porta dietro le spalle.

Succhio le maniche della tuta, sanno di patatine fritte e di sudore.

C’è caldo e nell’aria c’è ancora l’odore di tabacco. Mamma lo sa che mi fanno schifo le sigarette, e fuma in cucina, con la porta chiusa, ma certe volte la puzza arriva fino in salotto.

Ho un crampo allo stomaco e mi gira la testa. L’odore mi sembra sempre più forte, appesta tutta la stanza. Così mi alzo e vado verso la camera.

Lo specchio mi restituisce il riflesso di un venticinquenne sciatto, con i capelli corti e gli occhi incavati.

Spalanco l’armadio e afferro la camicia bianca dalla gruccia.

La infilo e inizio ad abbottonarla dal basso verso l’alto. Mentre lo faccio mi metto a contare, senza distogliere lo sguardo dai piccoli bottoni di plastica, e finalmente l’aria sa di pulito.

 

«Ho sentito che cerchi casa», dice, interrompendo la ragazza.

È minuta, con gli occhi piccoli e lo spazio fra gli incisivi. I capelli biondi le sfiorano il mento.

La sua amica si sporge verso di lui dal tavolo accanto, dimenticandosi del suo cappuccino.

«Ma che ti frega, scusa?», domanda secca.

Lui sorride, stringendosi il mento fra l’indice e il pollice con aria pensosa, senza staccare gli occhi dalla ragazza bionda.

«Sono un agente immobiliare. Non volevo essere invadente», risponde senza scusarsi. Non lo fa mai, è una cosa da deboli.

La bionda accenna un sorriso.

«Davvero? Sono settimane che la cerco! Ma ho un terranova, e quasi tutte le agenzie in cui sono stata mi fanno storie».

«Scherzi? Ma se sono meglio delle persone», replica lui, slacciandosi i polsini della camicia con fare distratto.

«Lo dico sempre anch’io, che sono meglio delle persone. Hai un cane anche tu?».

«Certo, un sanbernardo!».

«Come quello del film. Sono bellissimi».

«Già, peccato che sbavino un sacco», s’intromette l’amica infastidita.

«Puoi aiutarmi? Per la casa, intendo».

«Certo. Come ti chiami?»

«Simona».

«Piacere di conoscerti, Simona.».

 

La penetra da dietro. Lei sembra gradire, ma lui sente solo un vago sentore di nicotina fra i suoi capelli corti e biondi, e la nausea gli stringe lo stomaco.

Tiene gli occhi fissi sulla camicia bianca abbandonata sulla sedia. Si concentra sul bianco, che copre tutto il suo campo visivo, e ogni cosa si fa silenziosa.

 


The white shirt

 

I keep my eyes down.

I sit still and keep quiet.

But Daniele is there, sitting at the front  desk, and he has soft hair. Once I touched it. His hair is soft and blond. It is so light that it looks white, like my dad’s shirt, the only one left.

When I was a child, dad worked in a factory. Every night he would come back home wearing an ugly grey working overall and said that his clothes were like his second skin that he couldn’t get rid of.

But every Sunday he would wear his white shirt. It was the only day of the week he had a new skin – that’s how he used to say – and he would take us out for a promenade, me and mother.

We would walk for hours in the streets of the rich and looked at their beautiful houses. And dad would always ask me which one I liked the most.

I picked one with the garden, because we both loved to run and we would need plenty of space. He repeated that we would move to a house with very big garden soon.

I and mother are still living in the same apartment on the third floor.

I withdraw my fists in the sleeves that hang on the school desk, then I put the sweater in my mouth and start to suck it. It tastes fabric softener.

Behind me I hear them sneer, I blink and lower my head further down.

The teacher makes some gesture and looks at me in a strange way. I stop chewing the sleeve of my sweater.

Today I am wearing my blue overall, blue like his eyes. Too bad I quarreled with mother who wanted me to put on my jeans and the red jumper.

I am more cofortable in my overall, I run faster and Daniele likes it. Once, he told me that he’d like to have an overall like mine.

I run fast, but never fast enough.

 

I run fast also after school, but Pasquale catches me and holds my head tight under his arm. He tells me to shut up and drags me to the old abandoned building beween school and home.

They start to smoke and that smell makes me feel sick, but I stay still and keep my eyes down.

Michele says, «Pull your pants down», while Pasquale laughs and coughs.

«Show it to us Antonio». Angelo is ordering it, as he grabs the cigarette from Pasquale.

«Do you want to show it only to Daniele, you little fag? Do you know what we do to faggots like you?» Pasquale spits, as he comes closer to me. He puffs the smoke onto my face and pulls my pants down powerfully.

I cannot cry. Everything will be over soon.

I keep my eyes down, I don’t move and I keep quiet.

Michele says, «Look how small it is! You can hardly see it!»

«Antonio, do you have any dick down there? Or do you have a pussy like your mother?», Angelo asks me and bursts into laughters.

Pasquale takes a small broom leaning against the wall. He never touches its handle, dirty with blood and shit. He drags it on the dusty floor  and comes closer, a smile on his face.

«What shall we do with you, Antonio? Daniele is not to be looked at… How shall you get that? He is straight, and you are disgusting!»

I turn facing the scraped off wall.

There is a glassless window.

I hold on the rusted grate and my breathing accelerates, with my legs growing restless.

I start to count. Counting calm me down.

«You like it like that, don’t you? You fucking fag», he says while the other are laughing.

«Please», I whisper, my eyes full of tears.

«Shut up, or I’ll do it harder.»

I look out, but I don’t see anything.I think about dad’s white shirt, the only one hanging in his side of the closet. I focus on the white that, in front of my eyes, becomes bigger and bigger. And everything turns silent.

Then, they leave and I stay still, feeling my arse damp and sticky.

I pass my hand in my short hair. Mother wants it like that because – she says – I look more proper.

I go back home and hide my underwear under other dirty clothes in the basket.

Then, I sit in the couch and switch on the telly, but I can still hear them laugh.

«Antonio, are you back to your mother?», she shouts from the kitchen.

«I am.»

«Don’t you go out? Don’t go out and have fun with your buddies? You always lie in the couch!»

«Not today, mom. No.»

«If your father saw you… at home, all the time.»

«But dad is gone.»

 

Thirteen years later

 

«Antonio, don’t tell me you aren’t going to look for some job!», she shouts standing at the door, well-dressed and ready to do some grocery shopping.

I change tv channel, arranging myself more comfortably in the couch, and I don’t even care to answer.

«You are always wearing that overall… if anyone saw you always lying in the couch with the same overall. If anyone saw you… what am I saying? You are always in the couch, with the same overall. I can’t go on like that.»

I turn the tv volume up to cover her other complaints. After a minute she gives up, as usual, slams the door and leaves.

I suck the sleeves of the overall. They taste chips and sweat.

It is hot and the air still smells tobacco. Mother knows that I hate the cigarettes, and she smokes in the kitchen with the door closed, but sometimes the stink reaches the living room.

My stomach is tight, and I feel dizzy. The smell seems stronger, it stains the whole room. I stand up and go to my bedroom.

The mirror gives me back the image of a sloppy twenty-five-year-old man, short hair and sunken-in eyes.

I open the closet and take my white shirt.

I put it on and start to button it from bottom up. As I am doing it, I count without moving my eyes away from its small plastic buttons. And finally the air smells clean.

 

«I’ve heard that you are looking for a house », he says, interrupting the young woman.

She is petite, with small eyes and a gap between her front teeth. Her blond hair frame her chin.

Her friend reaches out to him from the table nearby and forgets her cappuccino.

She dryly asks, «What do you care?»

He smiles back, and holds his chin between his thumb and index finger, thoughtfully, without moving his eyes away from the blond woman.

He replies without apologizing, «I am an estate agent. I didn’t want to be intrusive.» He never apologizes. Only weak people do.

The blond raises a smile.

«Really? I have been looking for a house for weeks! But I have a Newfoundland dog, and almost all the estate agencies raise problems when dealing with a dog.»

He replies, «Really? But dogs are better than people» unbuttoning the cuffs absent-mindedly.

«I always say the same: Dogs are better than humans. Do you also have a dog?».

«Sure. A St. Bernard!».

«Like the dog in the movie. Lovely dogs.»

«Right. Unfortunatly, they drool plenty», the annoyed friend snaps back.

«Could you help me? To find a house, I mean.»

«Of course. What’s your name?»

«Simona.»

«Nice to meet you, Simona.»

 

He penetrates her from behind. She seems to enjoy it, but he just feels a vague smell of nicotine in her short, blond hair, and he gets nauseous.

He stares at the white shirt he has left on the chair. He focuses on the white that takes up all his visual field, and everything grows quiet.

 

Illustrazione di Federico Bressani

 

Giovanna Giordano

Giovanna nasce in padania da genitori terronici, dal nord ha imparato ad alcolizzarsi di vino, dal sud a mangiare come se non ci fosse un domani. Da piccola ha frequentato tutte le scuole cattoliche che Verona offriva, infatti poi è diventata atea. Da grande vuol far parte del fronte liberazione nani da giardino.

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