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Muffa

Pulire non le aveva mai dato così tanta soddisfazione.

Col mento appoggiato al manico del mocio guardava il salotto in ordine, il legno bianco dei mobili e lo specchio senza aloni, e pensava che, probabilmente, era la prima volta che vedeva quella casa davvero a posto. Annuì compiaciuta e con un gesto dolce accarezzò la piantana, senza che sulle dita le rimanesse neanche un granello scuro.

Era stata via quasi tre settimane, e la polvere si era accumulata ovunque riempiendo le stanze di una solida aria stantia che aveva fatto fatica a entrarle nelle narici quando aveva riaperto la porta. Alzare le tapparelle e aprire le finestre era stato prioritario. Era rimasta affacciata qualche secondo, respirando il fresco che era tanto mancato alla casa.

Poi aveva preso uno straccio e aveva cominciato a spolverare dall’alto, dai primi scaffali della libreria da cui aveva fatto sparire tutto ciò che lui aveva lasciato, riprendendosi lo spazio di quella che finalmente poteva definire casa sua: negli ultimi mesi le era capitato di trovarsi a pensare a quanti scaffali, ante di armadi o ripiani del ripostiglio avrebbe potuto avere per sé se lui non ci fosse più stato, e ora guardava con soddisfazione i suoi libri e i suoi oggetti larghi e comodi senza più niente che disturbasse la loro identità, che si mettesse tra l’uno e l’altro pur non avendo niente in comune.

A mano a mano che scendeva tra i ripiani, trovava sempre più cose da buttare e riordinare. Per anni era stato tutto talmente alla rinfusa che sul legno la polvere non era nemmeno arrivata.

Finita di pulire la libreria, aveva passato l’aspirapolvere spostando il divano, tutti i mobili, smontando il cassettone del letto, e ogni volta che muoveva qualcosa nuvole grigie scappavano tentando di fuggire al risucchio. Il sorriso le si allargava di un pezzettino di più ad ogni mattonella che tornava del suo colore originario.

Aveva anche rimesso a posto negli armadi, scoprendo vestiti dimenticati sotto pile di altri usati più spesso, stropicciati e con macchie che non avrebbe saputo dire da dove venissero: aveva buttato tutto in un sacco nero insieme al resto, senza pensarci troppo.

Lavare il pavimento aveva avuto l’effetto di una doccia in una giornata afosa di agosto: la casa aveva perso quella patina giallastra in cui era stata imprigionata nell’ultimo periodo, quello strato appiccicaticcio che aveva tenuto lei incollata lì fino a che non aveva trovato il coraggio di fare quello che andava fatto e prendere le distanze per qualche giorno.

Sorrise con la convinzione che finalmente in casa sua non ci fosse più niente di troppo.

Indietreggiò di qualche passo e girandosi andò a sbattere contro il frigorifero, lasciando l’impronta del braccio sull’acciaio: con un canovaccio si mise a pulire la macchia, sfregando con foga anche su altri aloni che prima dovevano esserle sfuggiti e avvicinandosi per controllare da diverse angolazioni che fossero davvero andati via.

Un odore acidulo le pizzicò nel naso.

Annusò l’aria per capire da dove provenisse, si tese verso la finestra per assicurarsi che non arrivasse da fuori, ma si sentiva solo vicino alla porta del frigo. Quando lo aprì, le arrivò addosso una ventata fredda, un odore dolciastro e acido al tempo stesso, che le riportò alla mente una cosa buona, ma ormai andata a male: forse era stata l’ultima che avevano comprato insieme, una delle poche per cui andavano matti entrambi, ma a distanza di più di tre settimane quel pezzo di gorgonzola non poteva avere più niente di appetitoso.

Col naso arricciato, lo immaginava avvolto in uno strato peloso di muffa lattiginosa, simile a muschio, che nulla aveva a che fare con la muffa buona, quella verde scura e saporita che avevano l’abitudine di contendersi. Le parve di vederlo, lo strato cattivo che si doveva essere mangiato tutto ciò di buono che c’era sotto, qualcosa che forse aveva lo stesso nome, ma di sicuro un altro sapore. Trattene il respiro senza riuscire a staccare gli occhi da quella vaschetta con sopra lo stemma del supermercato.

L’idea di vedere cosa fosse diventato quel pezzo di formaggio le toglieva la forza, la spingeva a rimanere ferma, in bilico sulla speranza che forse non era davvero messo male come lei aveva pensato.

Ma era stata via tanto tempo, troppo perché si fosse salvato, e ormai sapeva che non c’era nient’altro da fare.

Prese la vaschetta di plastica trasparente e guardandoci dentro ebbe un conato di vomito: stentava a credere che avesse mai potuto avere voglia di mangiare quella cosa.

Con la testa girata dall’altra parte, la buttò in uno dei sacchi neri che aveva accumulato, chiuse il nodo e tentò di non respirare mentre l’ascensore la portava al piano seminterrato, sforzandosi di ignorare la sensazione che quell’odore si stesse impossessando dei suoi vestiti.

I sacchi neri affondarono pesanti nei bidoni, e a lei parve di riconoscere una a una le cose che c’erano dentro dal rumore che ognuno faceva cadendo.

Quando ebbe le mani libere, rimase un attimo immobile, sentendosi come se le avessero svuotato il corpo.

Chiuse gli occhi.

Le sembrò di vederlo lì, tra il bidone dell’indifferenziato e quello del vetro, appoggiato al muro e con le gambe stese sul pavimento come un giocattolo rotto, sporco e ricoperto da quello strato peloso, bianchiccio e puzzolente. Stava ammuffendo, di una muffa che gli era partita dai piedi e progressivamente risaliva mangiandosi ogni parte del corpo, come una lebbra che ricopre e deforma tutto quello che un tempo le piaceva guardare. Lo avrebbe lasciato lì, dieci, venti, cento giorni. La muffa sarebbe arrivata a mangiargli le gambe, il tatuaggio sulla schiena, il neo sulla spalla; poi gli avrebbe coperto la testa prendendo il posto dei capelli, una lanugine bianca, chiazze di vecchio sempre più larghe. Alla fine sarebbe arrivata alla faccia, entrandogli nelle orecchie, riempiendogli il naso, rendendo irriconoscibili le guance e vuoti gli occhi.

E allora lo avrebbe buttato.

 

Un’illustrazione di Giuditta Bertoni

Sissi Decorato

Sissi nasce, cresce e si laurea a Milano. Poi cambia idea e si trasferisce a Torino. Ama fare piani per il suo futuro e farli saltare; parlare di Dickens e leggere Sopie Kinsella di nascosto; i vestiti eleganti, ma solo se abbinati a scarpe eccentriche.

 

 

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