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Il punk aveva ragione

Stefano osservava il riflesso della debole luce del bagno sulla superficie del suo cranio calvo e pensava che in fondo il punk aveva ragione. Il cestino bianco, vicino al lavandino, traboccava di fialette vuote di crescina e altri prodotti che gli avevano promesso un rapido rimedio alla caduta dei capelli in cambio di ingenti somme di denaro. Ora sì che Stefano era fortunato, poteva toccare con mano la liscia sensazione dell’imbroglio, e questo lo aiutava a digerirlo, almeno un po’. Continuava a scrutare i suoi cinquant’anni, le rughe attorno agli occhi che cominciavano a far ballare qua e là macchie senili, soprattutto sulle tempie, la corona di capelli monacali ingrigiti e non di quell’argenteo nobiliare che si sarebbe aspettato, ma di un grigio sporco come quello di un muro senza nemmeno l’intonaco. Le creme per la pelle, il cibo bio-organico, le vacanze rilassanti alla spa non avevano frenato nulla, non potevano arrestare l’invecchiamento, quando sull’altro braccio della bilancia c’erano i figli che di mettersi a posto non ne volevano sapere, l’azienda di famiglia che presto neanche avrebbe avuto bisogno di un erede e l’interminabile flusso di cattive notizie che quasi quotidianamente bussavano alla porta. Ma di che si poteva lamentare, quel giorno? Neanche una cattiva notizia e di questo Stefano poteva sorridere, se non fosse stato troppo occupato a riflettere su quanto fosse vecchio e su quanto il punk avesse ragione. Aveva diciassette anni quando prese il suo primo aereo per volare a Londra e sentire il brutto concerto migliore della sua vita, i mitici Sex Pistols che vomitavano rabbia e sconforto su palchetti in oscuri locali della capitale inglese. Nessun futuro, cantavano. Nessun sentimento, cantavano. Nessun valore, cantavano. Ora, i Pistols durarono poco, e il giovane Stefano rimase molto scosso nel vedere la fine dei suoi idoli, la tragica morte del mediocre Sid Vicious e l’ancor più tragica vita di Johnny Rotten. Tornò in Italia pochi anni dopo, tagliandosi i capelli mentre quelli dei suoi amici e conoscenti si alzavano in punte e creste di ogni colore: i testi degli antieroi inglesi furono tradotti e anche nel Belpaese si cominciava a urlare alla fine dei tempi. Ma Stefano in un futuro aveva ricominciato a crederci, quando venne assunto nell’azienda tessile di cui presto sarebbe diventato dirigente e in seguito proprietario, grazie al mutuo della banca. Aveva ricominciato a crederci quando l’ondata di terrorismo andò placandosi a poco a poco, quando i muri che tagliavano il mondo crollarono, quando il miracolo economico sembrò destinato a durare per sempre. Aveva ricominciato a crederci, quando incontrò Anna, per caso, in un negozio di pellicce in centro a Milano, quella splendida creatura che si portava dietro l’odore dei figli dei fiori, gelsomino e fango, e che gli diede tre figli che avrebbero potuto godere dei frutti di una vita di onesto lavoro. Gli capitava, di tanto in tanto, di captare qualche gruppo che ancora portava avanti il movimento punk, con nomi inquietanti e minacciosi, Cani HC, Milizia, Feccia Tricolore, che via via si fecero sempre più scontati e banali, contestazione spicciola, pensava lui, finché non chiuse completamente le orecchie e di punk non sentì più parlare da quando andò a riprendere il figlio maggiore, completamente ubriaco, a un concerto dei Fugazi nel ’99. Poi più nulla, se non il lavoro, la famiglia e tutto ciò che potesse garantirgli un futuro. S’immaginava una vecchiaia tranquilla e agiata, con molti nipotini e una bella casa al mare, ma l’inverno aveva portato la fine di tutti i suoi sogni. Si calò quella buffa parrucca sul cranio arido, facendo aderire la plastica alla pelle, divertendosi a far ondeggiare con serietà i fili di nylon della prepotente cresta rosa. I sogni erano finiti, il funerale di Anna sarebbe stato alle cinque, Stefano non avrebbe mai più creduto in nulla e i suoi capelli non sarebbero mai più ricresciuti, perché il punk aveva sempre avuto ragione.

Guido Zanetti

Guido nasce a Genova nel 1992. Cresce a Pavia, dove studia filosofia per tre anni e tre quarti. Corre a Torino, dove studia sceneggiatura alla Scuola Holden.

Illustrazione di Stefano Ceravolo 

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