Parrucca_Narrandom_Pagnotta

Collisioni color cobalto

Il mattino dopo, aspettando l’arrivo dell’acqua calda, Anna si era fermata davanti allo specchio. Era una cosa che faceva di rado, ma quel giorno, dopo l’ennesimo orgasmo dovuto solo e unicamente a Lungo e Largo (così chiamava rispettivamente il dito medio e il pollice), aveva bisogno di una risposta alla domanda che più di tutte la tormentava: “Perché Gianni non mi scopa più come una volta?”.

Il viso non era troppo diverso da quello di quindici anni prima. C’erano rughe di troppo agli angoli degli occhi privi di trucco e sulla fronte, ma Franco mica scopa le rughe – pensò, e aveva le tette più toniche e meno cadenti ―quelle magari poteva ancora [o anche] usarle. La pancia era un po’ lievitata, ma non troppo, il suo metabolismo era ancora invidiato dalla maggior parte delle sue amiche. La sua vagina, nonostante Claudia e Andrea, non si era sformata poi molto. Basta che mi faccia stare sopra per una volta, pensò. Si guardò mentre alzava Lungo e Largo, dita senza di smalto, se li portò al naso e annusò: niente, nessun odore. E quando il vapore invase il bagno e lo specchio, poco per volta, fu ricoperto di brina, che le nascose il corpo, Anna sorrise. Non ci fece subito caso; tutto partì dagli angoli: si offuscò il gabinetto in basso a destra, il blu dell’asciugamano in basso a sinistra divenne azzurro, in alto, invece, le mattonelle bianche si fecero grigie e granulose. La condensa conquistò lo spazio intorno al corpo di Anna. Ne toccò i capelli, inglobandoli una ciocca per volta, poi le rughe sulla fronte, quelle sulle labbra, mentre, da sotto, le prese i fianchi, si infilò nell’ombelico, le afferrò lo sterno. Quando lo specchio divenne una maschera di brina, Anna rimase in silenzio a osservarsi. Guardò attentamente la sua forma sfocata e la trovò misteriosa e bella. Il suo corpo era ricoperto di bollicine d’acqua e condensa e sembrava infinito e intoccabile, come i desideri dei bambini davanti alle vetrine dei negozi di giocattoli.

Con Lungo delineò il profilo del suo viso, fino alla fronte, poi scese lungo il collo, le braccia, le tette e l’addome. Anna pensò che il contorno del suo corpo era perfetto: non era goffo, non era decadente, era bello come i fari delle macchine che squarciano la nebbia. Sempre con Lungo portò alla luce i suoi zigomi, gli occhi, tutto il volto a eccezione di una piccola porzione di labbra e sopracciglia. I capelli, di cui non voleva ricordare né il colore né il taglio, non li toccò. Tolse alla brina il collo e le spalle, poi più giù il seno, ma non i capezzoli, tolse la pancia, non il fianco, le braccia, non quella sinistra.

―Anna, ci sei morta lì dentro? Dove sta la mia camicia celeste?

Lei non rispose.

―Anna!

―Arrivo. Cinque minuti.

Prima di entrare nella doccia, Anna si portò Lungo, che era ancora bagnato di tutto quello che lo specchio le aveva scoperto, alla bocca e lo leccò: non sentì niente.

Quando dal soffione caddero le prime gocce d’acqua, Anna si girò un attimo a guardare lo specchio. C’era solo brina, nessun’automobile a squarciarla, nessuna donna a risplendervi.

 

 

Sbattevano contro le porte, le chiavi tintinnavano mentre braccialetti e orologi graffiavano i muri. Lei gli stava mordendo il viso, lui le stava toccando il culo. E i quadri nella casa buia non dicevano niente, così le piante, le cui foglie erano mosse dallo scontro di quei due corpi, sempre gli stessi, ma oggi diversi. La casa intera era teatro delle loro collisioni.

Lui le strappò il vestito, lei gemette.

Si spostarono in camera da letto senza mai staccarsi, lui con le mani nelle mutande di lei, lei con le mani nelle mutande di lui. Lui accese la luce per guardarle il corpo, lei non obbiettò. Tatuaggi floreali e pin-up le ricoprivano il braccio sinistro e il fianco destro. Si sdraiarono sul letto continuando a toccarsi freneticamente. Le tolse il reggiseno, mettendo in mostra i piercing che attraversavano i capezzoli, lei rise guardando la sua espressione. Un brivido le percorse la schiena sentendo il cazzo di lui premere ancora di più. L’attrasse al suo seno che lui leccava e mordeva famelico.

Mentre si toglievano le mutande, lei gli saltò addosso e, prima che lui potesse dire niente, si mise il pisello dentro. Iniziò a muovere il bacino avanti indietro e su e giù, e ogni volta che lui cercava di spostarla lei gli piantava la mano dalle unghie cobalto sul petto e lo graffiava.

Quando era stanca si accasciava sulla sua spalla e si faceva scopare, ma appena lui cercava di toccarle i capelli biondi, lei gli mordeva l’orecchio o il collo e delicatamente, con la voce rotta dal respiro pesante, gli sussurrava “Non farlo”.

Quando lei sentì dentro il cazzo pulsare e poi fermarsi e un liquido vischioso attraversarle la fica, continuò a muoversi avanti e indietro, su e giù, più forte di prima. Prese la mano di lui e se la portò al collo, desiderò venire schiaffeggiata sul culo e in faccia, ma non accadde. E dopo un tempo che a lei parve breve, sentì le braccia dell’uomo, che prima le toccavano il seno e i capezzoli corazzati, cadere sulle lenzuola sudate e arrendersi.

Senza dire una parola, né emettere un suono, si staccò dal pisello, si alzò e si diresse in bagno. Si voltò appena sentendo la sua voce chiamarla, col braccio proteso nella sua direzione, ma fece finta di niente e, una volta entrata, chiuse a chiave la porta.

Si tolse la parrucca bionda e la buttò nel bidet.

Entrò nella doccia e girò la manopola verso l’acqua calda.

Poi si mise davanti allo specchio.

Sentì in strada il rombo di una macchina.

Lo specchio era già ricoperto di brina. Anna, con Lungo color cobalto, provò inutilmente a toglierla.

 

Illustrazione di Roberta Pagnotta

Giulio Fenelli

Giulio è romano DOC. Da piccolo ha frequentato corsi di equitazione circense, tennis, sci alpino e appenninico, e nel tempo libero scriveva poesie. Poi ha conosciuto il whiskey e le sigarette, e alle poesie non ci ha più pensato. Sogna in piccolo: gli basterebbe scrivere il nuovo Notturno Cileno e timonare il suo Pequod.

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