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Stavolta è difficile

Carlo aveva 58 anni. Era un metro e sessantasette di nervi. Aveva pochi capelli castani che però si ostinava a non tagliare né perdere del tutto. Due occhi marroni e un paio di occhialetti tondi sul naso aquilino.

Era uno dei primi mercoledì di primavera, di quelli che le giornate si fanno sempre più lunghe e l’aria più calda. Carlo era tornato a casa dopo il lavoro e si era seduto sotto il portico. Gli piaceva stare lì, solo. Non che fosse depresso o che dovesse pensare a chissà cosa, voleva solo starsene un poco a pensare alla sua giornata, al lavoro. Amava il suo lavoro. Lavorava coi due fratelli in una piccola falegnameria che suo padre aveva creato e loro avevano continuato a tenere in vita.

La moglie lo lasciava fare. Le piaceva osservarlo assorto nei suoi pensieri. Aspettava che entrasse in casa per chiedergli come stava e sorridergli. La cena in tavola e la tv in sottofondo sintonizzata sul loro quiz a premi preferito. Ma quel giorno dovette anticiparlo.

«Carlo», lo chiamò.

Lui si voltò e la vide sull’uscio di casa.

«Ha chiamato tuo fratello».

«Chi?»

«Massimo».

«Ho lasciato qualche luce accesa al lavoro?» chiese. A volte, quando era lui l’ultimo a uscire dal capannone e chiudere tutto, gli capitava di scordarsi di spegnere qualcosa, così quello fu il suo primo pensiero.

« Sta venendo a prenderti. Dovete andare all’ospedale. Francesco ha avuto un incidente».

Carlo sgranò gli occhi senza sapere dove metterli. La moglie gli diede il giubbino, quello bello, in modo che almeno fuori sembrasse in ordine. Poi entrambi sentirono le ruote di un’auto e i freni che svoltavano la curva in fondo alla via. Si girarono e Massimo era lì.

Tra loro fratelli non c’erano mai stati grandi discorsi e molto spesso anche durante il lavoro o lunghi viaggi si scambiavano poche parole, ma quella volta fu un silenzio diverso, surreale, pieno.

Massimo alla guida era solito agitarsi, urlare e sbraitare, ma durante quei trenta chilometri dalle sue labbra non uscì nessun sussulto. Era un continuo cambiare le marce, frenare e accelerare. Accelerare più che frenare.

Arrivarono alla porta della stanza dove si trovava Francesco dopo una corsa che sembrava infinita. Una corsa piena di speranza.

Il primo a entrare fu Massimo. Nessuno fiatò. Carlo, invece, si era tenuto dietro. Capì dall’assenza di parole. Si avvicinò chiudendo gli occhi. Entrò solo con un piede, come per tenersi ancora un po’ fuori. Fuori dalla stanza. Fuori dal futuro.

Il piede fuori dalla porta era ancora aggrappato alla corsa fatta, al passato. Era come se la speranza, almeno lei, non volesse morire. Solo che la speranza ti fotte. E quando muore va a mischiarsi al non capire. E si trasforma in assurdo. Per finire in rabbia.

«Non abbiamo potuto fare nulla. È morto sul colpo», disse una voce alle spalle di Carlo.

Il medico era venuto a dare la notizia ufficiale. Come se in quel momento ci fosse bisogno di ufficialità.

Carlo mise anche l’altro piede nella stanza. Se ne stette lì in piedi davanti a suo fratello Francesco steso su un letto di ospedale. Quel fratello che alla morte del padre aveva dovuto prendere il suo posto e occuparsi di Massimo e Carlo. Di crescerli e insegnargli il lavoro. Di renderli uomini.

Ora con la morte di Francesco, per Carlo era come perdere un secondo padre. Lì in piedi davanti a quel letto, appena pochi centimetri dentro la stanza, si ricordò di quando da piccolo era Francesco che stava ai piedi del suo letto finché si addormentava e del vecchio rito che erano soliti fare per combattere la sua paura del buio e del domani. Francesco restava in piedi appena dentro la stanza mentre lui si addormentava, per non lasciare accesa la luce e farlo abituare al buio.

«Ci vediamo domani?», chiedeva Carlo al fratello.

«Domani e sempre», rispondeva lui facendo gli ultimi passi che gli mancavano per uscire dalla camera.

Poi, crescendo, Carlo aveva imparato a non avere paura del buio e avevano smesso di compiere quel rito.

 

«Ti aspetto all’auto», gli disse Massimo interrompendo il ricordo.

Carlo rimase ancora qualche istante fermo e chiuse gli occhi.

Si avvicinò al corpo di Francesco.

«Ci vediamo domani?», chiese.

 

Un racconto di Andrea Taietti

Illustrazione di Elena Grillone

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