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Coerenza

C’è poca luce, come quando i nembi fanno le montagne nel cielo e non pare nemmeno oppongano resistenza perché l’opacità non si disperda, solo quel punto del mondo dove stanno incolumi alla corrente è degno del grigio. Inizio ad avere sete. Non insopportabile, ma ho sete perché l’afa si sente, pur paia notte di giorno, e pur non sia estate ma primavera calda. Chiamo perché mi sia dato da bere, poi taccio, quando da bere non mi è dato chiamo ancora e le nervature si prosciugano della linfa e cadono mosce sul terreno arso.

È questione di coerenza, credo. È tutta questione di coerenza, perché sarò salvato come sempre mi ha salvato dal torrido e dal gelo, dalla morte. E finché non sarò salvato continuerò a farmi sentire, fino a quando non mi sarà dato da bere.  Sarò conscio oltre la morte che da bere mi deve esser dato.

Passa davanti, l’uomo che mi deve versare l’acqua, e cammina lento e guarda a terra quasi stesse capendo che deve fare qualcosa di non rimandabile. Mi guarda e copre col nero la poca luce che le nuvole concedono mi sia data. Sono sicuro noti che ho bisogno, anche se dai miei rami non pendono frutti, anche se ho le gemme accartocciate e sporche di marrone, anche se non sono fertile perché ho bisogno di bere per essere fertile. Li ha raccolti per anni, quell’uomo, i miei frutti e mi carezzava piano le radici affossate nella terra perché io comprendessi che i miei frutti erano un dono. È questione di coerenza che mi dia da bere se i miei frutti sono buoni, sempre ne vorrà perché mai un uomo farebbe morire chi gli ha portato in dono le cose buone.

Cammina e non pare notare quanto io stia urlando, e non mi sente, nonostante basterebbe guardarmi per capire che non sono verde come ero un tempo, quando il polistirene mi cullava tra brina e turbamenti, per capire che non sono forte come una volta, quando la corteccia non era pece perché poche formiche ci camminavano sopra.

Respiro a stento ma continua a camminare, l’uomo che dovrebbe versarmi da bere; con le mani strette al collo curvato quasi abbia appoggiati sulla schiena pesi da ernie lancinanti. E glieli toglierei quei pesi, se mi desse da bere, e mi sforzo perché le nervature mi si riempiano di linfa nonostante linfa non ne abbiano, e mi sforzo perché mi piace veder camminare l’uomo che, per coerenza, inzuppava il mio vaso di acqua stagna muoversi alacre nella serra, con gli occhi fieri e i miei frutti impugnati tra le mani zampillanti di vene. Quasi morto ero, e solo la coerenza era vita, per me.

Allora ho cominciato a accartocciare le foglie e a farle diventare sempre più dure, che se solo le guardi si spezzano. Ho cominciato a piegare i rami. Ho cominciato a lasciare gli adelgidi risucchiarmi l’acqua. Ho cominciato a palesare che sarei morto, e lo palesavo talmente bene che l’uomo che mi avrebbe dovuto dare da bere, per coerenza, camminava senza voltarsi. Poi deglutiva, poi poltriva fumando un sigaro che faceva sembrare ancora meno quel poco ossigeno dentro di me.

Muoio per coerenza. Sì, voglio morire per coerenza, perché ha la sua vita a cui pensare, quell’uomo,e al diavolo i miei frutti e la marmellata di albicocche e al diavolo me. Esalo l’ultimo respiro, e mentre pongo fine al mio esistere, l’uomo per coerenza si alza e prende un bicchiere e si vede che sta male perché si passa le mani nel cuoio quasi a strapparsi i capelli. E corre, e sbianca. Ma io sono morto, per coerenza, senza meraviglia che quell’uomo non comprenda la mia di coerenza.

Ed ero una pianta, e i miei frutti erano buoni, ma continua a stupirsi di come io abbia potuto spegnermi, se per coerenza non mi dava da bere.

 

Un racconto di Camilla Corrizzato

Illustrazione di Marco Pellino

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