Stefano_Antolini_Narrandom_ Blog di racconti

Nessuno

Se ne era accorto solo dopo il funerale. Quando chiedeva a qualcuno di descrivere Mastro Sogar partivano tutti dallo stesso particolare: i suoi occhi, a cui però attribuivano tutte le possibili sfumature di ogni colore. Quindi passavano alle mani, per alcuni tozze e piene di calli, mentre altri dicevano che sembravano appartenute a un pianista. Poi i capelli, la forma del naso, il profilo del viso. Non era riuscito a trovare nessuno che concordasse nemmeno su un particolare, neanche il più minuscolo.

In effetti la cosa più assurda era proprio la precisione con cui tutti credevano di ricordare il suo aspetto. La sicurezza di quelle descrizioni così sbagliate era disarmante. L’assenza di scatti che lo ritraessero non aiutava, ma in fondo lui aveva sempre odiato farsi fotografare. Non poteva nemmeno affidarsi ai ricordi della camera mortuaria. Mastro Sogar aveva lasciato una sola richiesta nel testamento: di essere sepolto con indosso una delle sue creazioni. Un costume da medico della peste, completo di maschera a becco. Nonostante fossero dieci anni che faceva da apprendista nella sua bottega, quando aveva visto quella tonaca era rimasto folgorato. Ogni cucitura faceva parte di un enorme ricamo che attraversava tutta la tunica, riempiendola con una miriade di viticci spinosi che terminavano in altrettanti boccioli di rosa. Tuttavia soltanto toccando il tessuto si poteva apprezzare davvero l’abilità di Mastro Sogar. Passando una mano sull’abito si poteva sentire ogni spina di quei gambi, dura e acuminata, per poi arrivare ai fiori, morbidi come se fossero stati appena colti e incollati al vestito, e bastava fare un passo indietro per far sparire alla vista tutto quanto, restituendo l’impressione di una compatta stoffa nera. Nemmeno l’enorme fama di creatore di costumi del suo maestro rendeva giustizia a quel capolavoro.

Soltanto lui poteva capirlo davvero. Soltanto lui riusciva a ricordare il volto di Mastro Sogar. I suoi banali occhi marroni, i suoi capelli, ancora neri nonostante l’età, le sue mani, tanto sottili e bianche da ricordare degli enormi ragni, il suo naso aquilino, la forma irregolare del suo viso. Soltanto lui lo aveva visto al lavoro, per creare i costumi che avevano illuminato i carnevali di tutto il mondo. Era l’unico a essere entrato in quel laboratorio e aver toccato quegli strumenti che sembravano appartenere a un’altra epoca. L’unico ad averlo visto trasformare dei semplici agglomerati di tessuto in opere d’arte, ma soprattutto ad averlo visto fuori dal negozio, quando eliminava i filtri che si imponeva con tutti. Quella era un’altra qualità che non aveva mai smesso di stupirlo. La capacità di capire al volo la mentalità dei suoi clienti e di assumere l’atteggiamento più giusto per mettere chiunque a proprio agio, riuscendo a conversare con persone appena incontrate come se le avesse conosciute per tutta la vita. Probabilmente questa sua abilità faceva parte del problema. Riusciva a entrare così a fondo in sintonia con le persone che ognuno lo ricordava nel modo più piacevole possibile e questo lo faceva impazzire.

Se davvero Sogar era così abile a nascondere la sua vera identità, come poteva essere sicuro di ricordarlo nel modo giusto? Quanto era stato influenzato da lui? Non solo lo aveva preso come apprendista, insegnandogli ogni segreto del mestiere, lo aveva fatto innamorare di quell’arte. Gli aveva spiegato come ogni materiale, ogni stoffa fosse viva, come reagisse in modo differente alla lavorazione e come sfruttare quell’energia per trovare il punto giusto in cui cucire o piegare, per esaltare ogni millimetro degli abiti. Gli aveva raccontato le storie che stavano dietro alle maschere, le loro origini e i loro significati. Gli aveva detto che solo assorbendo a fondo la loro essenza avrebbe potuto creare costumi vivi, reali. Aveva preso la sua arte e aveva deciso di trasmettergliela. Così aveva preso quella decisione. Doveva dimostrare che aveva ragione. Che soltanto lui era riuscito a percepire realmente Mastro Sogar.

Il cimitero era particolarmente silenzioso, quella notte. Le sue mani erano umide di sudore e scivolavano sul manico della pala, riempiendosi di piccole schegge di legno. L’operazione richiese quasi tutta la notte. Quando finalmente la punta del badile si bloccò sul mogano della bara, lui si mise a scavare con le mani, rivelando la cassa. Il coperchio era liscio, con l’unica eccezione di un bocciolo di rosa intarsiato al centro. Usando la pala come leva riuscì a far saltare i chiodi, quindi sollevò la copertura. Il costume era splendido come lo ricordava, ma in quel momento non perse tempo ad ammirarlo. Afferrò delicatamente la maschera per il becco e la rimosse dalla cassa, puntando la torcia verso il punto che aveva scoperto. Il fascio di luce, tuttavia, non fece altro che illuminare il fondo della bara. Di Mastro Sogar non era rimasto nulla. Si mise a sorridere, e fece l’unica cosa che gli pareva sensata. Indossò la maschera e si diresse verso casa. Tra poche ore avrebbe dovuto aprire il negozio.

 

 

Un racconto di Stefano Rigoni
Illustrazione di Michele Antolini

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