Emanuele_Nora_Narrandom_ Blog di racconti

Progetti

«Mi sento come una lavatrice piena di serpenti.»
È quello che ha detto tre ore fa, seduta sul divano a guardare il telegiornale delle dieci con una mano sullo stomaco. Lì per lì non ci ho fatto caso, l’ho presa per una delle sue stranezze. Ne dice tante, da quando è sotto i farmaci.
«Spegni» ha aggiunto con una smorfia. Ho preso il telecomando e ho obbedito. L’ho guardata a lungo per capire come stava.
«Ti va di fare qualcosa?» le ho chiesto. «Una cosa qualsiasi.»
Ha scosso la testa.
«Chiamiamo qualcuno?»
Mi sono alzato senza aspettare la sua risposta, ho preso il telefono e l’elenco dal mobiletto accanto al divano.
Questo gioco è cominciato quando al centro diurno hanno detto che poteva passare le domeniche a casa. È stata lei a cominciarlo. Diceva che non le andava di annoiarsi, ma neanche di leggere roba difficile. L’elenco telefonico, diceva, è il libro ideale. Pieno di persone. Te le puoi immaginare nelle loro case mentre stirano, litigano e fanno progetti.
«Progetti?»
«La gente li fa quand’è felice» aveva detto.
Mi ero messo accanto a lei, avevo dato un’occhiata ai nomi. Poi avevo preso il telefono e composto il numero del primo sulla lista.
«La chiamo per mia madre» avevo detto alla donna dall’altra parte. «Vuole sapere i suoi progetti.»
Silenzio.
«Ha sbagliato numero.»
Mia madre si era voltata a guardarmi, allora avevo messo il vivavoce.
«Ne ha qualcuno?» avevo insistito. «Qui siamo curiosi.»
La donna aveva riattaccato. Mia madre, però, era scoppiata a ridere.
«Mi sento viva» aveva detto.

 

Ho sfogliato l’elenco. Lei guardava altrove.
«Buonasera» ho detto. A rispondere è stato un uomo anziano. «Che progetti ha per la sua vita?»
È rimasto un attimo in silenzio, poi ha sbuffato. L’ho messo in vivavoce.
«È una specie di scherzo telefonico?» ha detto.
Mia madre si è voltata.
«Un sondaggio» è intervenuta.
«Chi c’è con lei?»
«Siamo io e mia madre» ho detto. «Parlavamo di progetti e l’ho chiamata.»
«Così su due piedi non so» ha risposto. «Di solito li faceva mia moglie.»
Sono rimasto senza dire niente.
«È morta l’anno scorso» ha aggiunto. «Ci pensavo prima.»
«Mi scusi» ho detto. «Adesso la saluto.»
«Aspetti un momento» ha replicato. Mia madre era immobile, ascoltava con attenzione e si massaggiava la pancia. «Mi dica qualcosa di lei.»
«Mi piacerebbe andare in vacanza.»
Mia madre ha iniziato a piangere.
«Devo andare» ho detto.
Le ho messo un braccio intorno al collo, ma si è spostata.
«Sono entrati stanotte» piangeva. «Lo so che sono entrati.»
Si è massaggiata la pancia con tutt’e due le mani.
«Cosa c’è?» ha chiesto il vecchio. «Sua madre non sta bene?»
«Ora devo salutarla» ho detto. «Adesso attacco.»
«Ecco» ha detto lui. «Mi è tornato in mente un progetto.»
Ho riattaccato.
Mia madre continuava a piangere.
«Va tutto bene» le ho detto.
«Sono piena di serpenti.» Si è alzata per andare in bagno. «Non posso mai stare tranquilla.»
Ho ripensato alla prima volta che l’ho portata al centro diurno. Restiamo in contatto, aveva detto mentre la salutavo. Dovevo andare a riprenderla poche ore più tardi.

 

In ospedale, i medici dicono che ho sbagliato a lasciarla sola. Vorrei spiegare che ero stanco, sfinito. Invece resto in silenzio.
«Ditemi solo come sta.»
Sono in due, si scambiano un’occhiata.
«È presto per saperlo.»
Torno in sala d’attesa, sfoglio una rivista e piango. La gente mi guarda con affetto.
Verso le sei di mattina vengono a parlarmi.
«È fuori pericolo» dice il medico. «Vada a casa.»
«Torni più tardi» aggiunge l’altro. «Sua madre adesso dorme.»

 

Per prima cosa pulisco il bagno. Il vomito è ancora sulle piastrelle. Mi trema la mano mentre raccolgo il Cif e lo rimetto nello sportello sotto il lavandino. Non ha colpa, credeva di avvelenare i serpenti. Per fortuna ne ha bevuto poco.
Dovrei avvisare quelli del centro, dire che mia madre oggi non verrà e spiegare perché.

 

Lei chiama due ore dopo. Ripete che le dispiace, che non sa com’è successo.
«Morivo dal dolore» dice. «Pensavo solo a farlo finire.»
Resta in silenzio, poi tira su col naso.
«Tu come stai?» mi chiede.
«Sono qui sul divano, ma adesso vengo da te.»
«Mi dispiace.»
«Va tutto bene, mamma.»
«Mentre succedeva pensavo al vecchio, quello che abbiamo chiamato.» Si ferma per respirare, ha la voce arrochita. «Non dovevi attaccare.»
Aspetto che vada avanti.
«Possiamo richiamarlo?» domanda.
«Certo.»
«Allora quando torno lo facciamo.»
«Okay, ma penso che mentisse. Voleva solo compagnia.»
Mi chiama per nome.
«Sono qui» rispondo.
«Chiedimi se ho un progetto» dice.
«Hai un progetto, mamma?»
«Voglio chiamare quell’uomo e parlarci» risponde. «E dopo ti vorrò ancora più bene.»

 

Sfoglio l’elenco telefonico e immagino tutta quella gente alle prese con la vita. Mi chiedo cosa succederebbe se adesso ricevessi una chiamata come quelle che ho fatto per veder felice mia madre.
«Non so» direi. «Non so.»

 

Risponderei così a qualsiasi domanda.

 

Un racconto di Emanuele Altissimo


Illustrazione di Nora

Un pensiero riguardo “Progetti

  1. Davvero un racconto potente, ottimamente gestito mediante un nudo ingranaggio di dialoghi.
    colpisce soprattutto l’essenziale stipato dietro ogni parola: ogni frase, ogni vivavoce diventa un modo chirurgico di cesellare *come* e *perché* la nostra vita spesso e volentieri ci lasci senza parole. E senza parole diventiamo poco più di scimmie nude, esposte alle intemperie della punteggiatura, ai capricci di una lavatrice piena di serpenti…
    D’altro canto, per quanto si cerchi una via di fuga, il cervello umano è così bisognoso di ragionare in prospettiva dando una progettualità, un senso alle cose da richiamarci all’ordine uno per uno (non a caso “mi chiama per nome”, si dice a corpo testo)
    🙂
    Il disagio e il dolore filtrano spontanei tra le righe, senza sottofondo musicale, senza retorica cinematografica, portati alla luce da una domanda tanto banale quanto scomoda (curioso, come assai spesso, lo scomodo si annidi nel banale e, parimenti, emblematico come la malattia mentale ponga assai spesso domande lucidissime): “Che progetti ha per la sua vita?”
    Insomma, una narrazione segnata dall’orrore quotidiano (“mi trema la mano mentre raccolgo il Cif”) di chi è chiamato a confrontarsi con lo smarrimento in una battaglia impari (“non dovevi attaccare”), uno smarrimento che ci costringe sulla difensiva, come nel finale, con quel “non so” ripetuto due volte, che pare l’eco di un felicità impossibile. compliments.

Lascia un commento