Gaia - Narrandom

Gaia

Non tornavo alla piana di Gaia da almeno novanta lune.

È Il suono sintetico di onde elettroniche ad approdarmi su queste terre. Torno ramingo dopo stagioni passate a inseguire la stabilità, a sperare in un racconto sviluppato quotidianamente. Osservare le nuvole e i voli degli uccelli, una testa poggiata sul petto, e illudersi di dare un senso all’avvenire.

Finalmente la piana selvaggia mi accoglie, mi abbraccia i polpacci con la carezza cruda delle erbacce, doma il cuore con la sua immensità. Questa cupola screziata di stelle preme sull’anima e svuota lenta i polmoni. Solo il sudore e il sangue delle creature della piana possono darmi conforto.

Qui la sopravvivenza è questione di calcolo matematico.

Il sole spezzettato in pulviscolo si agita sulla mensola di legno, il fiatone della ventola di raffreddamento nuota nell’afa di un agosto adulto, la PlayStation è macchiata di unto antico, ormai residuo fossilizzato, un po’ la stessa fine fatta dall’adolescenza. E poi le else del joypad, la sua risposta un tantino ritardata, un adattamento muscolare ben più collaudato di quello con il volante.

Ci si può far distrarre da una malinconia?

Torno alla piana. Il biancore spettrale è smosso dal respiro di un titano che mai fino a ora ho osato disturbare. Controllo l’equipaggiamento mentre dal fuoco partorisco una fiaccola. Chiudo la tenda e mi sgranchisco le gambe. Li sento. Da tutte le parti, eccoli, arrivano. Mai inattesi, gli attacchi casuali di mostri selvatici.

L’algoritmo prevede determinate possibilità, ma la loro distribuzione è atta a simulare l’imprevedibilità.

Così vago nella piana, guardingo. Fili d’erba si scostano, anch’essi tesi per l’agguato.

Un licantropo tenta finalmente l’assalto, io scarto rapido, affondo di spada. Pelo, pelle, polpa, lacerati a morte. Raccolgo ciò che ne rimane e me lo lascio alle spalle. Un nemico come un altro, un imprevisto generato dal capriccio computerizzato.

Sorrido come da fanciullo, quando i videogiochi erano il mio unico ponte con il mondo. Un mondo in cui non è mai chiaro quali siano le regole e se sia possibile dire di aver raggiunto davvero un obiettivo.

Calamità naturale o umana, poco importa, tragedia senza cervello che colpisce  smanacciando sui casi della vita. Me l’ha portata via.

Il dolore mi ricaccia nel mio antro virtuale, mi dice che non ne sarei mai dovuto uscire.

Era l’insegnamento del gioco, da sempre: qui sai cosa aspettarti. Il caso pone sulla via dei pericoli e nient’altro. Ma è sufficiente essere prudenti per affrontarli e tirare dritto. Perché qui c’è una direzione.

Il bene per contro è scritto, è la storia, è previsto nelle sue dosi, il bene è minimo e sgocciola di sacrificio, stabilito dall’Autore, secondo la religione del verbo binario.

Una dose di bene spetta di diritto perché è la regola e il premio.

Qui su Gaia, ciò che chiamano caso non è altro che una forza minuscola, imbrigliata: il tentativo umano di asservire il male ai propri racconti. Vestire l’ordine con un manto di caos posticcio.

Ma lei non la conobbi su Gaia, no.

La incontrai per caso nel ventunesimo secolo del mondo reale, e fu il caso stesso a portarmela via. Chiamarlo dio è un insulto al suo potere infinito, un potere libero da qualsiasi disegno. La sua arma più potente è il tempo che alimenta le possibilità e precipita il futuro verso infiniti accadimenti. Ogni secondo vissuto con lei al fianco accresceva la probabilità di quell’evento improbabile.

Fuori dalla porta della cameretta, per le strade civilizzate e gli incroci imprevisti, non ci sono amuleti che tengano, non ci sono oracoli, abilità, né davvero alcuna possibilità di difendersi. Il caso è totale, sprofonda nel caos. Tarpa le ali a tutte le fantasie.

Ineluttabile.

Ha strappato il fiato alla persona che amavo.

Ha sparigliato tutte le carte, le ha nascoste, rubate, strappate; non esistono più partite, né castelli.

Ho sciolto con l’accendino l’angolo di un dado a venti facce e ora devo convivere con quel lato che cade sempre al buio.

Ho scoperto cosa succede dopo i finali lieti delle favole.

Ho aggredito chi osava incolpare il destino per quanto accaduto.

Il fato è la fibra del racconto, del videogioco. Nella realtà il fato è una chimera generata a posteriori da preghiere e conforti. Non possiamo accettare l’unica grande lezione che ci si rivela di volta in volta.

Perciò torno qui.

Nella piana il tempo cresce senza scorrere mai, io mi rafforzo mentre l’equilibrio del presente non degenera. Qui posso abbattere i titani e invertire la morte, qui l’amore è eterno anche senza giuramenti fallàci.

Solo qui può esistere un dio, una giustizia, un senso.

Un tuono, ante che sbattono, fuori scroscia un improvviso pianto rabbioso.

Salta la corrente e io resto immobile tra plastica, circuiti e metalli senza vita.

 

 

Un racconto di Francesco Quaranta

Illustrazione di Alessandro John Buro

 

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