Dionisio_Tancredi

Galaxy traveller

Mio nonno diceva sempre: “Non ci sono montagne troppo alte da scalare, devi solo avere un buon motivo per farlo. Se ce l’hai, e ce ne sono quanti ne vuoi, fai bene a sparare sulla folla.” Povero vecchio psicopatico, ha passato gli ultimi anni della sua vita in carcere per aver sbudellato il cane del vicino durante un dolcetto e scherzetto finito ancora peggio. Da lui devo aver ripreso l’intraprendenza che fortunatamente manca a quello scoppiato di mio fratello. Buon sangue non mente: pazzo lui, cornuto io. Così appena ho scoperto che lei aveva un altro mi sono fiondato in stazione. Il bagarino squallido all’ingresso aveva un olocrone di seconda mano della magixespress che aveva rattoppato per fare pubblicità al Galaxy Traveller: un sedici vagoni di puro blues decadente. Un tempo su questo ferro vecchio ci spedivano gli internati di Plutone ma dopo l’abolizione dei pianeti-lavoro il Comitato Trasporti l’ha convertito ad uso pubblico e merci. Uno schifo fatiscente ottimo per chi vuole emigrare in cerca di nuova fortuna, il GT si fa tutto il Sistema Solare in undici mesi e tre giorni standard. Il tutto, ovviamente, per quattro spicci.

Ho conosciuto uno con l’armonica che suonava per il padrino di Giove. Mi ha raccontato di essere dovuto fuggire per non doverne sposare la figlia rimasta incinta dopo una sola notte passata a cazzo moscio per l’alcol sintetico. “E chi ci crede” diceva lui come per giustificarsi “ti pare che mi facevo mettere in mezzo?” A quanto sembra le donne sono il motivo principale della metà dei passeggeri, le agenzie di viaggio dovrebbero proprio premiarle. L’altra metà è composta da finocchi in fuga dai rispettivi uomini e dalle loro fissazioni da Astroguerra. Ah, il treno dell’amore! Viaggiamo su binari di luce, attraversiamo nubi di asteroidi, riusciamo perfino a bere sta brodaglia gassosa di pseudo vodka color piscio ma siamo rimasti a ricucirci il cuore con ago e filo.

La musa delle tristezza è sempre sveglia e in questi vagoni sembra ci siano i migliori strimpellatori dello spazio conosciuto. Almeno se piango come un finocchio nessuno fa caso a me. Ho preso la brutta abitudine di toccarmi il taschino della camicia, tipo preghiera silenziosa. Ci sta un trio di acid jazz in terza classe che racconta del Fronte Umano, nel quali tutti e tre devono aver militato durante la battaglia di Saturno. “Ce ne siamo date di mazzate con i Vermoni” ha detto il Dj “mentre in aria esplodevano i satelliti in scintillanti note d’acciaio, formando spirali di coriandoli infuocati. Noi proviamo a suonare la musica di chi ha visto sgonfiarsi il cielo durante l’atterraggio delle capsule di fanteria sparate dagli incrociatori. Sai no, quel fischio mentale che ti lascia incollato al sedile mentre sembra che ti stia per schiantare?” dalla musica vi giuro che si capisce “Sono stato con una Vermona una volta. Ovviamente un rapporto sterile, ma diomio se mi sapeva far godere. Sai, è vera la storia del terzo sesso: ci vogliono due tipi diversi di maschio per fecondare una sola femmina. Per questo hanno una società così fortemente matriarcale e quell’assurdità di religione. E chiamali scemi! Hanno buchi caldi e muscoli ultrasensibili in posti che non t’immagini, una volta che fai il callo con quello schifo di gelatina è tutta in discesa; un vero peccato averli estinti.”

Oggi ho visto in lontananza un piccolo buco nero artificiale ad uso minerario. Penso mi sistemerò li a cercare lavoro, poi si vedrà. Sono sceso dalla stazione ed ho salutato tutti. Non è che sia stato un viaggio tanto strano, tutto noia e qualche suonata, eppure so che non li dimenticherò facilmente e di tutti mi sono conservato un ricordo. Anche del pazzo che si cagava nel cappello quando gli chiedevi di citare la Bibbia a memoria. Ho seguito con lo sguardo il GT ripartire alla volta di Plutone, ultima fermata: la frontiera. Il tempo di guardare la foto spiegazzata del mio amore perduto e rimetterla nel taschino, scegliere l’olocrone che spara il prezzo minore e sono già sul vagone minerario. Qualunque cosa mi aspetti in futuro, meglio doversi far rifare la schiena che un cuore spezzato. La galassia è troppo grossa per farsi prendere a male per una donna.

 

Racconto di Dionisio

Illustrazione di Tancredi Vasile

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