treno canfailla_ Blog di racconti

Capolinea

Camminavano vicini, ma abbastanza distanti da scongiurare ogni possibilità di sfiorarsi.

Quando arrivarono alla porta del treno, lui le diede la precedenza con un cenno del capo e lo sguardo fisso a terra. Lei salì e si offrì silenziosamente di prendere il bagaglio. Lui preferì fare da sé.

I loro posti erano il 13 A e il 13 B. Lei pensò che, curiosamente, erano trascorsi tredici mesi da quando si erano conosciuti; sembravano anni.

Lui le lasciò il posto accanto al finestrino. Sistemò il bagaglio e le si sedette accanto. A separarli, il bracciolo calato tra i sedili.

Sette erano le ore di viaggio davanti a loro, così come i giorni che avevano impiegato ad accettare che la loro relazione era finita. Lei gli aveva lanciato contro l’intero set da bagno fornito dall’albergo, una boccetta alla volta. Lui le aveva scansate tutte e aveva minacciato di andarsene. Avevano passato la mezzora successiva a ripulire il muro e il pavimento, nauseati dall’odore chimico.

Non avevano fatto pace. Si erano detti addio con la consapevolezza che il loro addio avrebbe dovuto aspettare.

Lei teneva lo sguardo oltre il finestrino e lui continuava a cambiare posizione sul sedile. Nessuno dei due sembrava arrabbiato. Quando passò il carrello dei quotidiani, lui prese una copia del Corriere e passò a lei le pagine della politica e dello sport. Lei lo ringraziò con un sorriso spento. Per un po’ lessero entrambi, mentre il brusio della carrozza stemperava la tensione.

Poi arrivò il carrello degli snack. Ordinarono a turno, lui dolce, lei salato. Lui mangiò subito, lei no. Un grumo di parole non dette le soffocava la bocca dello stomaco. Deglutì, provò a mandarle giù, ma quelle risalirono fino alle labbra.

“Puoi mangiarli, se ti va”, disse allora, accennando alla confezione di biscotti.

“No, conservali per dopo, se ti viene fame”. Poi esitò. “Grazie”.

C’era una nota di cordialità stonata nelle loro voci, un’interferenza nei loro maldestri tentativi di comunicare.

Allo scadere della seconda ora, lui si alzò per andare in bagno. Quando tornò, trovò lei con le gambe su, incastrate tra il tavolino e il suo petto, a mangiare i biscotti. Era di fronte a un’estranea. Era bella, gli occhi grandi e innocenti. Una piacevole morsa allo stomaco, il tremolio impercettibile alle ginocchia, la scarsa salivazione: la vedeva di nuovo per la prima volta.

Lei gli porse il pacchetto di biscotti.

“Vuoi?”

“Sì, grazie.”

Il treno si immerse nella Pianura Padana e i loro sguardi si persero nelle infinite distese d’erba. Per un po’ s’illusero che al mondo non esistesse altro, ma poi lei chiuse gli occhi e lui fu aggredito da un’insofferenza simile a quella della notte precedente, quando si erano sputati addosso verità crudeli e alla fine erano crollati sul letto. Lei era scivolata in un sonno incredibilmente silenzioso. Lui era rimasto a fissare il soffitto e a contare i minuti che stavano perdendo. Avrebbero potuto parlarne ancora e ancora, fino a quando uno dei due non avesse indovinato la cosa giusta da dire.

Quando il treno fece la sua terza fermata, lei aprì gli occhi.

“Che ne pensi di quel tipo?”, chiese poco dopo, e accennò a un uomo pelato e grassoccio seduto al 15C. Lui inclinò il capo da un lato, si prese qualche istante per studiarlo.

“Colloquio di lavoro per una ditta di salumi. Gli è andata male. Ha messo incinta una ma ancora non lo sa.”

“E quando lo saprà?”

“La mamma lo metterà in punizione.”

Lei rise. Fu il turno di lui:

“E quella lì, invece?”, e indicò una donna dall’aria dimessa, relegata al 16D, tra gli altri 16 appartenenti a una famiglia tedesca, il cui bambino non aveva chiuso bocca negli ultimi quaranta minuti.

“Sta rimpiangendo il controllo delle nascite”, disse lei. “Ha un rapporto conflittuale con la madre, la donna perfetta.”

“Una milf.”

“Sì, te la scoperesti di sicuro.”

Stavolta fu lui a ridere. Andarono avanti per un po’, indicando sconosciuti e creando per loro vite diverse, e lei rideva con la bocca e il naso schiacciati contro la sua spalla, e il treno correva, e la Pianura Padana cedeva il passo ai fiumi, e poi alle case, si fermava in stazione e poi ripartiva.

A metà della quarta ora, condivisero un panino. Ognuno mangiò in silenzio la propria parte. Evitarono accuratamente di guardarsi, punti dalla consapevolezza che un vetro, per quanto spesso, non avrebbe potuto tenerli al sicuro per sempre; abbandonato il treno, la realtà li avrebbe trovati.

Che cosa fosse successo il giorno prima tra loro, nessuno dei due avrebbe saputo ripeterlo. Non esisteva. Esisteva il formicolio delle loro mani, il buco che gli si allargava nel petto, il respiro irregolare.

Lei allungò la mano verso quella di lui e la strinse. Lo fece per alleviare il terrore di quando, presto, non avrebbe più potuto raggiungerlo. La quinta ora stava per scadere. Lui sollevò il bracciolo che separava i due sedili, la strinse a sé in maniera un po’ goffa, come un medico frenato dalla consapevolezza di non avere la cura.

“Non dovevo lanciarti quella roba addosso”, mormorò lei.

Si tirò su dalla sua spalla, si asciugò gli occhi con la manica della felpa.

“Morivi dalla voglia.”

“Non dovevo, comunque.”

“Non fa niente.”

“Davvero?”

Lui non rispose. Si lasciò andare contro lo schienale del sedile, lasciò perdere. Lei non si oppose. Sui display, a caratteri cubitali, la velocità del treno.

270, 285, 293.

Tutto ciò a cui riusciva a pensare era che non era pronta.

“Davvero non fa niente?”, insisté. Lui socchiuse gli occhi.

Erano nel pieno della settima ora, il loro tempo sarebbe scaduto a breve.

“È stata una tua decisione”, disse lui. “L’hai detto tu, è la cosa giusta.”

“Non che tu te lo sia fatto ripetere due volte.”

“Non voglio litigare.”

“Almeno dillo, ok? Ammettilo. Vuoi che finisca, lo vuoi quanto me, forse di più.”

Lei lo fissava, gli occhi arrossati nello sforzo di trattenere le lacrime. Allora lui sentì montare la rabbia. La odiò, lei e le sue insinuazioni, le sue pretese, la sua incapacità di lasciar andare.

“Voglio che finisca qui. Sono esausto, stremato. Tu mi hai stremato, ok? Sei contenta così?”

Lei accusò il colpo in silenzio, ma il suo sguardo si fece affilato. Non aggiunse altro, si infilò gli auricolari nelle orecchie e si addossò al finestrino.

Lui rimase solo con il suo senso di colpa. E tanto più realizzava di aver detto la verità, più avvertiva il coltello affondare nella piaga.

Il treno raggiunse il capolinea allo scadere della settima ora. Lei ripose gli auricolari nella tasca del giubbotto, ma non si mosse. I passeggeri si accalcarono nel corridoio della carrozza. Il signore del 15C gli rivolse un’occhiata curiosa, poi passò oltre.

“Che avrà pensato di noi?”, chiese lei. Lui alzò le spalle, provò a sorriderle.

“Che siamo due sfigati.”

“Ha ragione.”

Il treno si svuotò, rimasero soli. Nessuno dei due accennava a muoversi.

La stazione brulicante, la fiumana di persone, il caos degli arrivi e delle partenze. Non avrebbero avuto una sola possibilità, là fuori.

Si voltò a guardarlo. Glielo lesse negli occhi che era già altrove.

 

Un racconto di Sara Canfailla

Illustrazione di Melissa Brusati

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