Vernetto_Veri Verin . Narrandom

Christian con gli aerei

Christian e Ettore ogni mercoledì andavano in piscina insieme. Enrica gli preparava le borse uguali, tranne poi mettere una merendina in quella del figlio e una mela in quella del marito.

Partivano di casa verso le cinque e tornavano alle otto, ogni volta così. “Ciao mà, a dopo!”. E ogni volta in piscina non ci andavano. L’idea era venuta subito al padre. D’altronde l’aeroporto di Caselle era lontano solo venti minuti dalla piscina, e lui di nuotare non ne aveva proprio mai avuta voglia.

Ormai non si dicevano più nulla, al bivio Ettore prendeva per la direzione del cartello bianco con l’aereo sopra.

Quando arrivavano parcheggiavano la macchina all’inizio della pista, scendevano, e andavano ad appendersi con le mani alla rete metallica, i nasi e i menti appoggiati nelle fessure e il piede destro ben infilato tra le maglie. Christian amava gli aerei. Non gli interessava molto dove stessero andando, gli interessava solo vederli rullare sulla pista, alzare e abbassare il carrello, e lo stridio dei flap lo affascinava, erano davvero piccoli rispetto alla mole dell’aereo ma parecchio scaltri. Non si abbandonavano però in scrupolosi tecnicismi, Christian era troppo piccolo e Ettore abbastanza disinteressato, si limitavano a tifare.

“Questo atterra perfetto, me lo sento”

“No, non vedi pà? Sta già arrivando storto”

“Cosa dici? È perfetto”

“Ti dico che è storto”

“Se atterra perfetto mi dai la merendina”

“Ok, tanto è storto”.

Quasi sempre Ettore si trovava a sgranocchiare di malavoglia la buccia rossa delle mele dell’orto della suocera.

Alle sette e mezza risalivano in macchina e tornavano a casa. Ma la prima sera di ritorno, senza che il rituale fosse perfezionato, avevano subito rischiato di essere scoperti:

“Pà! I costumi sono asciutti”

“Merda”.

Con pragmatismo Christian l’aveva fatto fermare al lavatoio di un paesino, aveva preso le borse e ci si era avvicinato. Aveva immerso tutti e due i costumi e con perizia li aveva poi spugnati sugli accappatoi perché sembrassero umidi nei punti più rilevanti, aveva bagnato le ciabatte e aveva passato le mani ormai intirizzite sui flaconi dello shampoo. Rimesso tutto nei borsoni era salito in macchina ed erano ripartiti. “Per un pelo, bravo”.

Un mercoledì, poco prima che arrivassero al bivio, Christian vide alla sua destra un grosso piazzale con pile e pile di blocchetti di cemento, tutti uguali.

“Pà, a cosa servono quelle cose?”

“Quelle? Sono le traversine delle rotaie, tengono insieme i binari dei treni”. Christian non esitò. “Pà, portami a vedere i treni”. Ettore non era preparato alla svolta, ma sterzò comunque brusco verso il cartello azzurro che indicava “Torino”, con quelli dietro che suonavano inferociti. Non sembrò nemmeno accorgersene.

Alle sei le luci della città erano già tutte accese e a Christian sembrava che fossero più vicine delle volte in cui le aveva viste dai finestrini dei bus delle gite, le uniche volte che ci era andato a Torino.

La stazione di Porta Nuova era davvero enorme. Un tizio all’ingresso stava suonando il piano ma non gli interessava. Era concentrato sul fatto che fosse nei pressi della stazione già da cinque minuti e non avesse ancora visto un treno. Gli pareva impossibile che fossero murati alla vista in modo così caparbio, come se la città se ne vergognasse e li stesse nascondendo con fregi colorati e pianoforti.

Quando gli si parò davanti la sfilza di binari con le teste dei treni pronti alla partenza si fermò un attimo. Sarebbe potuto andare ad accarezzarli sul muso come fossero stati animali. Animali più domestici dei suoi amati aerei. Ettore l’aveva distratto e trascinato in un bar a comprare della cioccolata, poi si erano seduti sulla panchina del binario 11, quello di mezzo. Erano stati in silenzio, Ettore mangiava, Christian guardava. Dopo qualche annuncio di partenza e partenze effettive era giunto a formulare la prima ipotesi.

“Pà, ma quindi se mi siedo all’inizio del treno, quando arrivo sono al fondo?”

“Esatto”.

In un attimo gli sembrò che quella cosa che gli ripetevano sempre a catechismo – Gli ultimi saranno i primi – avesse davvero senso. Empiricamente provato.

“È vero solo se non vai a Ivrea però”

“Perché?”

“Perché quando arrivi a Chivasso il treno si ferma e riparte nell’altra direzione. Quindi se ti siedi in testa, a Ivrea arrivi in testa”.

Christian si mise a pensarci e lo trovò sensato, ma si chiese se ci fosse carità cristiana in un posto in cui i primi sono i primi. Poi se ne fregò. Sono solo treni.

Erano quasi le sette e Ettore si rese conto di essere in ritardo, ci avrebbe messo molto di più a tornare verso casa dal centro di Torino, e soprattutto in autostrada non avrebbero trovato lavatoi. Nella fretta per uscire dal parcheggio invece che imboccare Corso Vittorio prese deciso per Via Roma e si bloccò davanti all’imponenza delle fontane Po e Dora. “Oh pà, una fontana!”.

Christian scese coi borsoni a spalle e d’istinto andò verso Po. Quando tirò fuori la roba le campane di San Carlo e Santa Cristina lì dietro si misero a suonare le sette. Rimase coi costumi sospesi sul ciglio dell’acqua. Alzò gli occhi verso la statua e gli sembrò davvero enorme, e spaventosa. Ma bella. Guardava da un’altra parte quindi non avrebbe visto cosa stava facendo nelle sue acque. Finì velocissimo, ma non senza generare qualche domanda nei passanti indaffarati.

“Dove siete stati? Siete in ritardo, ero in pensiero”. La guardarono con una punta di tristezza, non avrebbero potuto raccontarle quanto bello era stato il loro

pomeriggio.

“Va bè. L’importante è che siete arrivati. Avete nuotato bene?”

“Oh, come dei treni!” rispose Christian, con un sorriso.

 

 

Un racconto di Camilla AE Vernetto

Illustrazione di Verin

 

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