Chi ha paura delle malattie sessualmente trasmissibili? - Narrandom

Chi ha paura delle malattie sessualmente trasmissibili?

La sera in cui Daniele mi ha lasciata, ho fatto sesso con uno sconosciuto.

Non che sia un evento sconvolgente di per sé, fare sesso con un estraneo, ma non ero mai andata a letto con qualcuno che non fosse il mio ragazzo. A essere sinceri, non ero mai andata a letto con qualcuno che non fosse Daniele.

La mattina dopo, sul tram, mentre torno a casa, chiamo Giorgia e le racconto tutto; la mia voce vibra di eccitazione e senso di colpa. Dopo aver esultato e lodato la libertà che dopo anni di prigionia di coppia sono finalmente riuscita a ottenere (libertà, ci tengo a specificare, più imposta che scelta), cambia tono, e con aria materna e minacciosa mi domanda: “ma hai usato precauzioni?”

“No”, cinguetto soddisfatta, raccontandole tutti i dettagli della serata e i motivi per i quali sono assolutamente certa di non rischiare di rimanere incinta.

“Hm”, mugugna preoccupata, non è la gravidanza che la spaventa, “ma la prossima volta stai più attenta…”

 

Ho sempre conosciuto lo stato di salute del pene che ospitavo dentro di me, esclusi rari casi di cistite non ho mai avuto paura di contrarre qualche malattia.

Pillola, spirale, il fallibile ma intramontabile coito interrotto non mi sono mai sembrati metodi a rischio. Peccato che adesso il rischio non sia solo quello di rimanere incinta.

“Va bè, ora non ti agitare, per una volta non succede niente”, prova a consolarmi Giorgia.

Invece basta una volta a rovinarti per sempre! Lo dicono tutte le pubblicità progresso.

Il tempo di arrivare a casa e l’euforia del sesso occasionale ha ceduto il posto a una sottile inquietudine. È solo una stupida paranoia, non devo pensarci.

Cerco di sedare l’immagine di me sul letto di morte, circondata da amici e familiari che scuotono la testa sconvolti: ha pagato un errore con la vita.

No, che assurdità, devo sempre esagerare, mi ridicolizzo, convincendomi che in fondo la mia paura non sia altro che un modo per esorcizzare il dolore della fine di una storia.

L’autoanalisi mi convince parecchio.

Vado a fare una doccia. Cerco di vivere come sempre: scuola, studio e serie tv.

Ma non dura molto, così trascorro i primi tre giorni davanti al computer e faccio esattamente ciò che mai si dovrebbe fare: digito su Google “malattie sessualmente trasmissibili”. Finisco in una rete infernale in cui nessun essere umano dovrebbe mai imbattersi.

Al quarto giorno non ho dubbi: ho l’AIDS. Perché sono convinta di avere proprio l’AIDS non lo so, ci sono almeno un centinaio di altre malattie che avrei potuto contrarre, alcune decisamente più probabili, ma io sono sicura: è quella lì.

La mia vita è finita, penso mentre scorro i sintomi. Me li sento addosso tutti, nonostante molti si dovrebbero verificare a distanza di mesi, se non anni.

 

Corro da mio fratello, massimo esperto di rapporti occasionali, e gli confesso di essere malata. Mi risponde con uno scappellotto, allora inizio a snocciolare il mio sapere enciclopedico da Wikipedia: percentuali, referti medici, testimonianze, epitaffi.

“E finiscila che non hai niente”.

L’intera esistenza di Luigi ruota attorno a un’unica certezza: le cose brutte non accadono mai a te, ma alla famiglia alla fine della strada. Non c’è nulla di cui preoccuparsi davvero, se non assicurarsi che la ragazza con cui hai appena avuto un match su Tinder sia davvero bella come appare nelle foto del profilo.

Utilizza la sua retorica da hakuna matata per tranquillizzarmi, e per dimostrarmi che le mie sono soltanto ansie da adolescente inesperta, decide di sottoporsi al calvario medico insieme a me. Ma intravedo nei suoi occhi un’ombra. Sta passando in rassegna le ultime volte in cui ha fatto sesso, lo so.

Se c’è una cosa più trasmissibile delle malattie sessualmente trasmissibili, è la paura delle malattie sessualmente trasmissibili.

 

Scortata da Luigi, che si rivela improvvisamente più angosciato di me, salto da un laboratorio di analisi all’altro: per aver trascorso una notte nel letto di un uomo, passo giorni sdraiata su lettini coperti di carta, tra esami del sangue, pap test e visite ginecologiche. Alzo le gambe, rannicchio le dita dei piedi, trattengo il respiro. E prego.

Spendo in tutto duecentotrentacinque euro di controlli e centocinquantasette euro di integratori alla papaya per rafforzare le difese immunitarie.

Finisco anche in una libreria esoterica e compro un libro sui rimedi naturali contro il cancro (adesso, alla certezza di avere l’AIDS si è aggiunto il sospetto di un tumore al collo dell’utero).

Prendo anche il biglietto da visita di un medium, perché comunque non si sa mai.

 

Controllo il telefono ogni quarto d’ora. Aggiorno di continuo la pagina della mail, perché nel foglio della comunicazione dei referti ho spuntato tutte le caselle. Devono potermi raggiungere con ogni mezzo possibile. Ovviamente, mi chiamano nell’unico momento in cui non ho il telefono vicino. Esco dal bagno e il mio sguardo attraversa tutto il corridoio, superando l’ingresso fino al telefono abbandonato sul tavolo della cucina. Una spia celeste s’illumina intermittente. Mi scaravento su quella scatolina bianca e leggo finalmente il messaggio che tanto aspettavo. I miei occhi saltano la data, l’intestazione e i vari convenevoli per arrivare al dunque: non ho niente! Sto bene! Mi ritrovo le guance bagnate di lacrime e la bocca tutta impastata. Dio, grazie! Sto bene! Che idiota, che paranoica, devo smetterla di agitarmi così tanto, altrimenti mi verrà un cancro al fegato. Respiro e raggiungo la stanza di mio fratello più veloce che posso. Aveva ragione: queste cose succedono sempre agli altri, non a te. Quando apro la porta, lo trovo immobilizzato davanti al telefono. Sto per gridare di gioia, ma la mia gola, più perspicace di me, si chiude immediatamente lasciandomi muta.

Non l’ho mai visto in vita mia, ma so decifrare quello sguardo. E non è paura: è la consapevolezza che, a volte, le cose brutte non capitano solo agli altri.

 

Illustrazione: Matteo Perdon

Jolanda Di Virgilio

La vita di Jolanda è un pendolo che oscilla tra la nostalgia di casa e il terrore di tornarci, la scelta di essere vegetariana e la passione per il cibo spazzatura, l’amore per Kieslowskij e l’esaltazione per la nuova stagione di TheLady. Nell’attesa che le venga diagnosticato il disturbo bipolare, legge e guarda serieTV.

 

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