Letto_Verin_Narrandom

Gran Riada

 

Aeroport de Valencia

 

Ora, quel breve tragitto gli parve infinito. Erano passati cinque anni dal loro ultimo incontro, poco prima che lei si trasferisse. Da allora si erano telefonati qualche volta, ma entrambi avevano seguito il corso delle loro nuove vite, senza deviare mai. Francesca aveva finito il dottorato, aveva cercato a lungo lavoro, aveva convissuto con un giovane medico, aveva viaggiato in giro per il mondo. Lui era rimasto nel suo piccolo ufficio in Corso Francia, aveva lavorato ogni giorno e ogni giorno, per quasi quattro anni, aveva trovato Livia ad attenderlo a casa.

Francesca lo avrebbe aspettato fuori, erano d’accordo così. Andrea uscì dalla porta scorrevole e la vide. Se ne stava appoggiata con le spalle alla portiera e giocava con le chiavi. Le scorreva tra le dita, una dopo l’altra. Le si avvicinò, continuando a osservarla. Attaccata all’anellino di ferro del portachiavi, la linguetta di una lattina di birra. Le mani le tremavano un po’.

– Ma non era dorata? – chiese Andrea, poggiando lo zaino per terra. Francesca sollevò lo sguardo.

– Sono anche passati dieci anni, – gli rispose, sorridendo. Sì, erano passati dieci anni da quella sera, da quando avevano bevuto insieme quella birra, seduti sul suo letto blu come il mare, e avevano parlato, parlato, parlato, e poi si erano persi, l’uno dentro l’altra, come onde, ancora e ancora. Francesca gli andò incontro. Un abbraccio, il tempo di tornare a respirare.

– Sei qui per davvero.

– Tu che dici?

– Non ci ho creduto fino all’ultimo, – disse lei, fissandolo.

– Andiamo, fammi vedere dove vivi, – disse Andrea, recuperando lo zaino. E salirono in macchina.

 

Jardì de Turia

 

Parcheggiarono poco distante dalla città vecchia, dove Francesca abitava. Il sole era alto, faceva caldo. Passeggiarono a lungo, l’uno accanto all’altra, parlando del più e del meno. Poi presero una birra gelata e si sedettero su una panchina.

– Avremmo dovuto chiederla in lattina, – disse Andrea. – Avresti potuto aggiungere un cimelio alla tua collezione.

Francesca gli sorrise. I suoi occhi brillavano nella luce del sole. Abbassò un attimo lo sguardo, facendosi seria. Poi tornò a guardarlo.

– Ti va di parlarne? – gli chiese.

– Di cosa? – rispose Andrea.

– Dimmelo tu, di quello che è successo.

– Come sai che è successo qualcosa?

– Lo so da quando mi hai detto che saresti venuto qui, – disse Francesca. Appoggiò la sua birra per terra e fece lo stesso con quella di Andrea. Gli prese le mani.

– In cinque anni è la prima volta che vieni a trovarmi.

– Ma mi fermo solo un paio di giorni… è solo una piccola deviazione, una breve vacanza, – le disse Andrea, con un sorriso ironico. Poi il sorriso scomparve.

– Non so da dove cominciare. Mi sembra d’aver perso tutto. Di non avere più niente, neppure le parole.

Francesca continuava a guardarlo.

– Ma tu mi conosci, – aggiunse Andrea, e distolse lo sguardo. Davanti a loro, ragazzi in bici compivano le loro evoluzioni sulle rampe.

– Come hai detto che si chiama questo parco? – le chiese Andrea.

– Jardì de Turia.

– Ma il Turia non è un fiume?

– Sì, praticamente ci stiamo bevendo una birra nel letto del Turia.

Andrea si voltò verso di lei, inarcando le sopracciglia.

– Un’inondazione, negli anni ’50. Provocò un sacco di danni. Decisero di deviare il corso del fiume. Il letto rimase vuoto, prosciugato. Pensa che volevano farci un’autostrada, – continuò lei.

– E invece, cos’è successo?

– E invece è diventato questo immenso giardino, – sorrise Francesca.

Rimasero in silenzio per un po’, mani nelle mani.

 

Ciutat Vella

 

Era domenica mattina. Andrea era in cucina, preparava il caffè. Francesca dormiva ancora. All’ora di pranzo sarebbero saliti in macchina, e lei lo avrebbe accompagnato all’aeroporto. Quella pausa nello scorrere ostinato del tempo stava finendo, e Andrea guardava ogni cosa attorno a sé, come fosse per l’ultima volta. I piatti puliti accanto al lavello, le piante di salvia e di rosmarino sul davanzale, la polvere nella scia di luce che colpiva il tavolo di legno della cucina, il mazzo di chiavi che Francesca aveva lasciato lì, in un angolo, quel ricordo di tanti anni fa. Le campane della chiesa battevano i loro rintocchi, erano le undici. Andrea tornò verso la camera, si fermò sulla porta.

Il sole inondava la stanza. Francesca era seduta al centro del letto, la schiena piegata in avanti, le braccia a circondare le gambe, la mano destra fermava il polso sinistro. Indossava solo una canottiera e un paio di slip bordeaux. Aveva lo sguardo perso fuori dalla finestra. Fissava un punto lontano. Andrea entrò nella stanza, allontanò il cuscino e si sedette dietro di lei. Le spostò i capelli e cominciò a baciarla, lentamente. Le spalle, nude, la nuca, il collo. Era salata.

Lei si voltò e lo guardò, senza dire una parola. Gli si avvicinò, finché le loro labbra si sfiorarono.

– Non te ne andare, – disse, con un filo di voce.

 

   

Un racconto di Daniela Moramarco

Un’illustrazione di Verin

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