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Torture

Un piacevole subbuglio si impossessava della casa quando Rachele stava per arrivare. Mia madre sparecchiava a tutta velocità mentre Giada iniziava a ciabattare da una stanza all’altra in canotta e mutandine. A me toccava prendere gli asciugamani e ricoprirci il tavolo della cucina; era un compito che mi dava una certa soddisfazione, mi faceva pensare ai tempi in cui le donne partorivano in casa, agli ordini che davano nei film: «Presto, portate degli asciugamani!».

Lo squillo del citofono ci faceva sussultare. Rachele si attaccava al campanello e suonava il suo solito motivetto: ta-tararatta… zan-zan! Io correvo ad aprire e Giada si metteva in posizione: sdraiata sul tavolo, con le gambe divaricate, sul volto la rassegnazione di una martire. «Ma ti sembra modo di accogliere le persone?» scherzava Rachele, quando entrava in cucina e vedeva mia sorella, che le sorrideva nervosa tra le ginocchia. Rachele poggiava a terra il suo borsone e mi chiedeva di portarle un bicchiere d’acqua.

Aveva stabilito che ero la sua assistente. Voleva che restassi sempre nei paraggi, per allungarle gli strumenti del mestiere. Il suo borsone era un gorgo nero in cui affondavo fino ai gomiti, tra flaconi, boccette e vasetti incrostati. Mi affascinava assistere alla procedura dello scioglimento della cera, che avveniva in un recipiente apposito, una specie di vulcano portatile, attaccato alla corrente. Lì dentro la cera ribolliva, di un bel rosa BigBabol: se non facevi troppo caso all’odore, aveva un aspetto goloso.

«Ragazza mia, quante storie!» diceva Rachele, ad alta voce, per sovrastare i gemiti e le grida di mia sorella. «Non è niente che non puoi sopportare». Uno strappo dopo l’altro, cercava di distrarla con qualche nuovo aneddoto sulle altre clienti: quella che, non importa quanti prodotti usasse, aveva sempre i piedi che puzzavano di ‘prosciutto invecchiato nel nylon’; quella che la faceva impazzire cambiando continuamente data e orario dell’appuntamento; l’altra che aveva perso venti chili e ogni scusa era buona per farsi guardare nuda. A Rachele non piaceva scoprirsi: capitava che portasse le maniche lunghe anche d’estate.

Ogni tanto le scappava qualche lamentela sul suo fidanzato. Era mia madre, in realtà, a stuzzicarla. Le chiedeva ad ogni occasione se si era deciso a trovare lavoro. «Lascialo» le diceva, scuotendo la testa, «non fa per te. Te lo dico sempre, io». Rachele le dava ragione, e per un po’ non diceva niente. Giada faceva un sobbalzo talmente ridicolo, dopo uno strappo a tradimento, che scoppiavamo tutte a ridere, e si cambiava discorso.

Un pomeriggio, mentre mia madre e mia sorella erano in bagno per darsi il cambio sulla graticola, rimasi da sola in cucina con Rachele e notai che aveva delle macchie scure su un braccio. Si era rimboccata la manica, ma subito aveva fatto una smorfia di dolore e l’aveva riabbassata.

«Che ti sei fatta?».

Mi guardò, sbattendo le palpebre. «Ceretta alle braccia» rispose, prendendo a rovistare nel borsone. «Devo stare più attenta. Se no faccio la fine di Prugna Secca».

«Certo» dissi, con un ghigno. «Però Prugna Secca ha ‘cent’anni o giù di lì’».

«Perché, secondo te quanti anni ho io?».

«Venticinque?».

Riemerse dal borsone e mi guardò con uno dei suoi sorrisetti obliqui. «Con questa bugia spudorata ti sei appena guadagnata uno smalto. Scegli quello che ti piace». Mi riempì le mani di vasetti colorati. «Goditeli, questi anni» disse, «fino a diciotto sembra che non passano mai. Poi… boom, ti ritrovi tutta rugosa».

«E blu» dissi io.

«E blu, sì».

La storiella la conoscevo a memoria, ma Rachele non si faceva pregare quando si trattava di raccontarla di nuovo. «C’era questa cliente, quando andavo ancora a scuola, di cent’anni o giù di lì. Ogni mese prenotava per mani e piedi, ma poi, ogni volta, mi diceva: ‘fammi anche i baffi, Raché’, e io: ‘no, signora, all’età vostra la pelle è troppo delicata. Resta il livido’. Per quel giorno si accontentava, ma il mese dopo, punto e accapo. ‘Signora, avete la pelle di carta velina. Resta il livido’. E ancora, e ancora: ‘Fammi i baffi, Raché’. Ogni mese la stessa storia. Un giorno mi ha stressato così tanto che mi sono arresa. Una professionista non l’avrebbe mai fatto, ovvio, ma io ero ancora agli inizi, perciò… zac!, uno strappetto e via».

Per un istante non era successo niente. Rachele aveva guardato soddisfatta i peli attaccati alla striscia, poi si era voltata verso la signora. Sopra le labbra rinsecchite le era comparso uno sbaffo blu, appena una venuzza. Tutto era cambiato nel tempo di un istante, ma Rachele giurava che era stato l’istante più lungo di tutta la sua carriera: la venuzza aveva iniziato a contorcersi e a ramificarsi in una tela di ragno, e subito un nuvolone blu si era allargato su tutta la faccia. «I capillari. Esplosi, come i fuochi d’artificio. Boom!».

«È impossibile» dissi, come ogni volta, ridendo.

«Ah, sono una bugiarda, io?» disse Rachele, minacciandomi con la spatola. Tornò a rimestare la cera, in quel suo mini-calderone elettrico. «È stato un trauma, eh. Per poco non cambiavo tutto e mi mettevo a fare la parrucchiera: là il peggio che ti può capitare è che tagli un orecchio a un cristiano». Sul viso le tornò il sorrisetto lugubre. «Madame, è pronta per la tortura?» disse, mentre mia madre rientrava in cucina.

Quando ebbe finito anche con lei, riaccompagnai Rachele alla porta. Insistevo sempre per reggerle il borsone, anche se pesava quanto me.

«Ed è rimasta blu?».

«Prugna Secca? Eccome» rispose, aprendo la porta. «Lo smalto? Non l’hai più preso?».

Le dissi che dovevo pensarci ancora un po’: ero indecisa tra il latte-e-menta e il melanzana glitterato. Rachele mi capiva. Si caricò il borsone su una spalla e le venne ancora una smorfia di dolore, che subito cancellò.

«Ti fa male?». Le guardai il braccio coperto fino al polso.

«Non è niente che non posso sopportare» disse, e mi fece un accenno di solletico sotto il mento. Poco prima che arrivasse l’ascensore si voltò di nuovo verso di me, che ero rimasta sull’uscio: «Latte-e-menta è il massimo dello stile».

Non ricordo se ebbi mai quello smalto. Quella fu una delle ultime volte che Rachele venne a casa nostra. A un tratto smise di rispondere al telefono e mia madre e mia sorella dovettero cercarsi un salone. La incontrammo per caso, mesi dopo. Non aveva il suo borsone. Portava gli occhiali scuri e si affrettò a cambiare strada.

 

Un racconto di Raffaele Cataldo

Illustrazione di Raffaele Cataldo

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