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Contratti prematrimoniali e altri cavilli

Torino, lì 08/04/2017

 

Cettina cara,

 

Spero che questa mia ti colga impreparata ad affrontare i giorni difficili che seguiranno il doloroso annuncio contenuto in queste poche righe: me ne vado.

Non fraintendere, anima mia, ti ho amato più di quanto sia umanamente possibile amare, ma soccombo  di fronte ai tuoi capricci e sbalzi d’umore, alle tue flatulenze notturne e all’odore di morte che si porta dietro tua madre tutte le volte – ogni giorno – che viene a trovarci.

Ben consapevole dell’adorazione che con un certo coraggio affermo di non sentire più, ma che per anni mi ha stregato e da cui dipendevo come una droga, hai gonfiato il tuo ego della riverenza che provavo nei tuoi confronti. Per me camminare al tuo fianco era un onore, un privilegio. Come un paggio che viene scelto personalmente dalla sua regina per alzarle lo strascico durante una processione ufficiale. Non volevo credere che tu, proprio tu, bella, elegante amazzone in un mare di scimmie, avessi scelto me, proprio me, per farmi l’onore di passare la vita insieme.

Ben conscia del tuo potere, mi hai strizzato come una massaia fa con lo straccio che adopera per pulire il pavimento. Ti servivo per uno scopo ben preciso, mia amata: mantenerti, non rimanere sola, proteggere te stessa sposando qualcuno che non potesse ferirti in alcun modo, e sono stato così sciocco da scambiare le tue necessità per amore.

 

Un’altra umiliante sconfitta, anima mia, l’hai inflitta nel categorico e spiacevole veto che hai imposto nei confronti della fellatio, salvo poi scoprire, enorme delusione che non cerco di nascondere, essere un rifiuto riservato esclusivamente a tuo marito. Di certo non ti facevi nessuno scrupolo a elargire questa scandalosa pratica, buona per le donnacce e le sottomesse, come dicevi tu, a qualsiasi altro pene riuscissi a rimediare, di cui ti dilettavano le attenzioni.

Ma le mie, di attenzioni, angelo mio, le mie attenzioni non le hai mai gradite.

 

Mentre leggi queste mie parole, io sono su un volo diretto a Bangkok, dove ho intenzione, amore mio, mia luce, ho intenzione dicevo, di scoparmi tutte le prostitute che riesco a trovare e di assumere le più svariate e numerose sostanze stupefacenti.

Pensa che liberazione è stata scoprirti proprietaria di diversi terreni, le cui cospicue rendite alzano il tuo reddito sensibilmente sopra il mio, e mi danno quindi pieno diritto a ricevere un generoso assegno di mantenimento, come dice il mio avvocato, e come c’è scritto in quelle piccole postille, clausole al fondo del contratto prematrimoniale che abbiamo firmato prima di sposarci, quel maledetto giorno di troppi anni or sono.

Le clausole, amor mio, te lo dico sempre di leggere le scritte in piccolo, le postille, tutto ciò che sta dietro gli asterischi, che quelle sono cose che possono cambiarti la vita.

E così, quando anche la preoccupazione di doverti mantenere fino alla fine dei tuoi miserabili giorni è svanita, ho deciso, amore bello, di lasciarti.

Per sempre.

Per vent’anni mi sono tenuto tutto dentro, convinto di non avere via di fuga, di doverti amare come un ergastolano finisce per fare con i tre metri quadri della sua cella.

Perché sa che non potrà mai più conoscere altra realtà all’infuori di quella.

L’incredulità del povero ergastolano che viene liberato per un cavillo legale, forse riesco a comprenderla, io, che ho riavuto la mia libertà grazie ad un asterisco: poter finalmente smettere di reprimere i miei sentimenti, attuare la mia vendetta, lasciarti, umiliata con le amiche, ma soprattutto, obbligata a mantenermi.

 

È con immenso piacere quindi, che mi congedo da te, da tutto ciò che abbia mai veramente amato – e odiato.

 

Buona fortuna, luce*.

 

Mai più tuo

 

Ing. Adalberto Cavilli

 

 

 

 

 

 

*Ricorda, amor mio, di leggere le postille la prossima volta che firmi un contratto prematrimoniale, se ancora troverai qualche babbeo disposto a sposarti.

 

                                                                                                                                                  Un  racconto di Alessia Lingua

Illustrazione di Michele Antolini

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