Sé Vedèm

“Dammene uno,” arriveranno a dire, comprando le bestie. Perché la vita sarà troppo lunga e le ragioni per piangere troppo poche.

“Uno che regga un paio di mesi,” aggiungeranno riferendosi alla vita delle bestie. Perché due mesi bastano per affezionarsi alla bestia giusta.

Tornando a casa daranno loro uno di quei nomi che ce li rendono simpatici. Li farà ridere chiamarli Dario o Fausto. Compreranno il cappottino per fargli il video e mostrarlo agli amici.

Dario, o Fausto, se l’è vista brutta. Una vita buttata in gabbia a diventare un morto-a-breve, quando ce l’hai scritto in fronte che entro qualcosina tiri le cuoia e poi via, al Sé Vedèm.

Il Sé Vedèm è il mercato del sabato dove si comprano quelli che chiameremo À bientôt.

“Come lo vuoi?” Belati, latrati, unghie che grattano, denti che mordono, puzzo di piscio.

“Mi serve per il ragazzo. Che si tempri. Dammi quello con gli occhi dolci.”

Storcerà il naso perfino il mercante. “Sicuro che vuoi quello? Poi ci rimane male di brutto.”

Ma certi padri hanno il polso fermo e la schiena dritta.

“È così che dev’essere.”

Il mercante gli incarterà l’animale, si pulirà i peli dalla mano, sorriderà e dirà “À bientôt.”

Il ragazzo prenderà la busta che si muove un poco e salirà in macchina col padre.

“Possiamo non dargli un nome?”

Il padre scuoterà la testa. “Deve avere un nome.”

“Ma perché?”

“Perché poi deve far male.”

Il ragazzo sbircerà nel sacchetto per vedere gli occhioni della bestia, mentre quella dorme.

“Farà abbastanza male.”

Ma il padre: “Che ne pensi di Fausto?” riderà, “Oppure Dario.”

Il ragazzo non risponderà.

Non parlerà per tutto il viaggio.

La sera starà sulla veranda con la bestia in grembo. E così anche le sere dopo. Se il ragazzo andrà in bagno ci andrà anche la bestia. Il ragazzo cadrà e la bestia si butterà in terra. Ma il ragazzo cercherà di non ridere. Per non rimanerci troppo male dopo.

Che non chiami il suo coso per nome, il padre non lo perdona. Osserva il ragazzo ignorare la bestia, che lo segue dappertutto. Il ragazzo non piangerà vedendo che comincerà a zoppicare, non si commuoverà quando gli cadranno, ciuffo dopo ciuffo, tutti i peli, nè quando non sarà più in grado di trattenere gli escrementi e le urine.

E quando poi il piccolo cuore di bestia smetterà di battere, il ragazzo indicherà quel coso a terra e dirà al padre: “Non mi ha fatto male. Diglielo a quello del mercato.”

Il padre prenderà il coso per le zampe e lo porterà al Sé Vedèm, di sabato, sbattendolo sul bancone e dicendo “Era difettoso.”

Sulla veranda il ragazzo intanto verserà una lacrima e dirà al vuoto: “À bientôt.”

Perché la vita sarà troppo lunga e le ragioni per piangere, davvero, troppo poche.

Un racconto di Giulio Rubinelli

Illustrazione di Giulio Rubinelli

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