Narrandom Spugna

Lindo

Finito di lavorare vado in enoteca da Franco, dove si rivede ciò che resta della vecchia banda. Mi chiamano Lindo, mi sfottono perché dico sempre che voglio ripulirmi, che voglio tornare dalla mia famiglia, che voglio essere diverso, che mi servono i soldi per togliermi i tatuaggi. E ogni volta giù pacche sulla spalla e risate, poi si torna a parlare di furti, di scommesse, di soldi facili, di quelli rimasti dentro.

Ogni sera alle nove spaccate devo presentarmi alla caserma vicino casa per firmare il registro; gli faccio vedere un documento che sono costretto a portare sempre con me: si chiama “foglio precettivo”, lì c’è scritto chi sono, cosa ho fatto, cose che vorrei lavarmi di dosso. Credete veramente che un pezzo di carta possa dire tutto quello che c’è da sapere su di me? Per i carabinieri sembra di sì, mi squadrano come un avanzo di galera che il penitenziario non ha finito di digerire; vuol dire questo, pregiudicato?

Sono passati due anni da quando sono uscito. Non scorderò mai com’è stato respirare per la prima volta fuori dalle sbarre: l’aria, la stessa del cortile, sembrava lavata. Ricordo ancora quei cancelli di ferro, verdi, spessi, minacciosi. Quando sono entrato sembravano dirmi “non sei il benvenuto”, ma ci sono rimasto tre anni, e quando me ne sono andato ho avuto l’impressione che quelle porte sarebbero state pronte ad accogliermi in ogni momento, e allora ho giurato a me stesso che non avrei mai più passato quella soglia. Adesso sono fuori con la condizionale, eppure mi sembra di non esserne mai uscito. Cerco di rigar dritto e di costruire qualcosa con le mie sole forze, senza scorciatoie, lavori sporchi ma onesti.

Dopo la mia scarcerazione sono stato assunto da un’impresa di pulizie, ci pago l’affitto di una topaia e quello che mi serve per mangiare: acqua, caffè, zucchero, pasta, passata di pomodori, cose per il bagno e carne in scatola; totale 647,52 euro, su per giù il mio stipendio. Non è male, mi accontento, le sigarette sono la sola cosa che mi manca davvero. Il mio capo dice di credere nelle seconde occasioni, per questo assume ex carcerati in libertà vigilata: lo dice e basta, tutti sanno che si becca esenzioni fiscali in cambio degli stipendi penosi che ci dà. Io però ci credo davvero nelle seconde occasioni.

Quando arrivo alla ditta mi sembra di ritornare dentro, indosso una tuta insieme ad altri nelle mie stesse condizioni. Mentre ci prepariamo si parla sempre delle solite cose, di processi, di reati, di avvocati, delle famiglie; qualche volta anche di calcio. Poi saliamo sulla camionetta e si parte. Da quando sono stato assunto mi tocca sempre il turno in tribunale. Passo con il carrello delle pulizie fra le aule e non posso fare a meno di sentirmi addosso gli occhi di tutti. Ogni volta che lavo i vetri degli uffici qualcuno si mette a fissare i miei tatuaggi, quelli che mi sono fatto in galera. Vorrei poterli lavare via, come fossero semplici macchie, altre volte vorrei non averli mai fatti. Ma lì era una questione di sopravvivenza, dovevi dire chi eri: con le braccia, con le azioni, con le minacce, con le amicizie. Cerco di ignorarli, fare brutto con qualcuno potrebbe mettermi nei guai, per questo ascolto Gianni Celeste sforzandomi di non cantare via la rabbia dai polmoni e penso alla mia officina. Voglio aprirmi un’officina, sono sempre stato bravo in meccanica, Prima di entrare in carcere rubavo macchine con la banda, le portavamo in un garage e le smontavamo completamente nel giro di quattro ore. Poi ci hanno fatto una perquisizione, e ci hanno sbattuto dentro, siamo anche usciti sul giornale. Penso a tutte queste cose mentre con la spugna gratto via un’incrostazione ostinata da uno specchio nel bagno accanto alle aule del primo piano. Ho provato di tutto, non voglio raschiarlo via se no pensano che sono stato io e mi risbattono dentro, ho provato anche con lo sputo, ma è impossibile.

C’è sempre qualcuno che mi propone un lavoretto facile, uno scavalco nel cuore della notte o una truffa alle assicurazioni, sanno che a breve sarò licenziato, che il capo non assume nessuno per più di sei mesi, che avrò bisogno di soldi, che presto non riuscirò manco a pagare l’affitto, figuriamoci ad aprire un’officina. Io rifiuto, ma per me è difficile resistere. Non sono sicuro del perché lo facciano, dicono che vogliono aiutarmi a realizzare i miei sogni o perché vogliono che sia io a realizzare i loro. Non possono darmi soldi che non possiedono, né li accetterei, eppure non sanno fare altro.

Dovrei darci un taglio e allontanarmi da ‘sta merda, smetterla di frequentare solo quelli del giro, ma chi è che farebbe amicizia con uno come me? Ci ho provato, ma ogni volta se ne scappano, e quelli che rimangono sono i peggiori. Forse sono davvero gli unici che tengono a me, ogni tanto ci penso: riaffacciarmi sulla vecchia vita, fare un paio di colpi, poi basta, così potrò comprarmi una licenza, trovare un garage e aprire un’officina. Lavorare con lo sporco, quello bello però, quello che sa di sudore e che ti rimane sotto le unghie anche se lo strofini per bene, quello che la spugna non lava mai via. Quello sporco che non ti vergogni a portare in giro.

 

Un racconto di Francesco Dragone

Illustrazione di Gabriele Panteghini

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