Pollo aglodolce Signole?

Le lanterne ondeggiano dolcemente, fluide e sensuali, sulla schiena nuda di Xue.

La ghirlanda di globi rossi danza con lei dalla spalla sinistra al fianco destro, mossa dal vento della pelle sulla quale sono impresse le aureole di luce sbiadita.

Dietro il velo del fumo di una sigaretta intinta nell’oppio, mi chiedo quale tempio ospitasse quelle lanterne, che in questa città fredda ancora brillano fioche. Sprofondato tra morbidi cuscini di seta, guardo una terra di pagode tra le sue spalle, la grande muraglia delle sue vertebre, la neve sulle morbide valli dei suoi fianchi.

Xue, occhi di nocciola e malinconia, intona melodie straniere con le labbra chiuse, accompagna la lenta danza con le note che non può dimenticare.

Fuori piove, passano macchine, gli ubriachi ridono forte e i drogati rincorrono draghi, ma qui dentro, qui dentro c’è solo la quiete di tappezzerie scarlatte e luci soffuse che accarezzano i nostri corpi nudi. Il chiasso della strada non può spezzare l’armonia delle canzoni di Xue, perché sono canzoni che non appartengono a questo asfalto.

-Balla ancora, ti prego.

Xue si gira, i seni piccoli ma sodi come gocce di giada, il monte del pube liscio e fresco come una peonia.

-Tempo scaduto, mi risponde piano, calando una vestaglia di seta blu sulle spalle. L’alba di ambra fresca e lanterne rosse ora è coperta dal cielo notturno di un dragone argentato, artigli come spade, denti come lance.

Mi viene incontro e mi sfila la sigaretta dalle labbra, sprofonda tra i cuscini insieme a me e aspira. L’odore di spezie della sua pelle si tinge delle sfumature dolciastre dell’oppio.

Abbiamo pochi minuti, poi la padrona salirà le scale e strillerà l’ora, buttandomi fuori per far posto al prossimo cliente. Ma cristo, quei cinque minuti d’avanzo, dopo aver fatto l’amore con lei, sono così grandi da ingoiare il mondo.

-Torni settimana prossima?

Annuisco senza parlare.

Xue si tira su a sedere, mi passa la sigaretta e si abbraccia le ginocchia.

-Spero di non stare più.

L’amore di una puttana è qualcosa di pericoloso: fa impazzire l’uomo affamato d’amore. Una puttana affitta l’amore e poi se lo riprende, ma l’uomo innamorato è troppo egoista per non soffrirne.

-Mi parli come se fossi uno dei soliti porci che vengono qui.

-Non lo sei?, mi chiede senza voltarsi.

Il drago d’argento brilla sotto l’abat-jour. Mi aiuto con un altro tiro narcotico.

-Io ho bisogno di fuggire. Ho solo bisogno di una finestra.

Xue ride sarcastica, fredda e amara, e mi indica la sua, di finestra, con un cenno del capo. E ancora non si volta.

Con due dita, faccio scivolare in basso la vestaglia, scoprendo le prime lanterne.

-Chi ti ha fatto questo tatuaggio?

Xue sospira.

-Io non ricordo.

Poi sospira di nuovo.

-Io dimenticato.

Qualcosa le si rompe nella voce e i respiri si fanno corti e rapidi, i respiri di un pianto soffocato. Getta i capelli neri in mezzo alle ginocchia, piegata in avanti come un cigno abbattuto. Vorrei stringerla a me, ma quel drago mi punta ancora le sue fauci. Vorrei tenerla tra le braccia e cullarla, ma la porta si apre all’improvviso.

-Tempo scaduto!

Mi rivesto sotto lo sguardo severo della padrona, che una volta pronto mi scorta veloce fino all’uscita. Meno male che la vecchia si fa pagare prima, penso. Non sopporterei che Xue mi chiedesse soldi dopo una notte passata con lei. Almeno così si conserva una parvenza di romanticismo, penso scendendo le scale fino all’ingresso del centro massaggi. Un’ottima copertura, anche se un po’ ovvia.

Ha smesso di piovere, ma l’acqua residua scroscia ancora, dalle tende dei bazar fino ai tombini, gorgogliando schiuma e immondizia. Cammino lungo il marciapiede, saltando pozzanghere nere.

La strada si illumina nella sera dei ristoranti che s’attardano a chiudere. All’angolo di una via molto stretta, un ristorantino cinese espone lanterne rosse come quelle di Xue, a incorniciargli l’insegna e la vetrina, le ultime gocce di pioggia che mollemente cadono a terra, lente come lacrime.

Resto fermo, ancora un po’, ad annusare il profumo di lei ancora impregnato nella camicia, a ripensare alla sua danza di lanterne, a disegnare quel posto tranquillo tra le nebbie di montagna impresso nella sua schiena mentre la gente mi passa a fianco, indaffarata pure a notte fonda.

-Aglodolce in offelta!

Il vecchio ristoratore si sporge dalla finestrella nella vetrina, con un berretto di carta e i baffetti a manubrio sui denti un po’ cariati.

-Pollo aglodolce in offelta, signole.

-Come?

-Pollo aglodolce solo tle eulo, signole!

 

Illustrazione di Michele Antolini

Guido Zanetti

Guido nasce a Genova nel 1992. Cresce a Pavia, dove studia filosofia per tre anni e tre quarti. Corre a Torino, dove studia sceneggiatura alla Scuola Holden.

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