Narrandom-Peperoncino-Norart

Grappoli

Carlo prende un gomitolo grigio e un ago dalla scatola dei biscotti, da tempo destinata all’arte del cucito da sotto il letto della madre. In cucina, il nonno, un po’ grinzoso e un po’ rarefatto, lo sta aspettando. Oggi è il giorno in cui insegnerà al nipote a preparare un grappolo della memoria.

Sul tavolo bianco, stretto e lungo, c’è una ciotola ricolma di piccoli peperoncini rossi. Carlo arriva con un sorriso largo e mostra al nonno quello che ha in mano: il gomitolo grigio, l’ago, un album di foto di famiglia e uno delle vacanze.

―Nonno ma perché servono i peperoncini?

―Perché pizzicano come i ricordi! Così quelli più belli non li dimenticherai mai. Ora, c’hai pensato bene? Hai preso tutto?

―Sì, nonno.

―Puoi fare solo un grappolo di peperoncino della memoria, devi essere sicuro.

―Ma poi posso aggiungerne ancora, no?

―Devi! perché hai scelto il filo grigio?

―È il colore dei marciapiedi.

È il primo pomeriggio di domenica, la madre di Carlo, lunga e liscia, parla al telefono con un uomo che non è suo marito; il padre, tozzo e bitorzoluto, invia messaggi dallo studio alla sua assistente, mentre il nonno, con nel portafoglio la foto in bianco e nero del suo primo amore, insegna al bambino come fare un mazzo di Ricordini, come li chiama lui.

―Da dove vuoi iniziare? Il primo ricordo è importante.

―Da mamma

―Hai già scelto quale usare?

―Sì, la prendo.

Carlo apre l’album delle vacanze, arriva fino a metà del tomo e prende una foto che ritrae loro due al mare che sorridono.

―Sicuro?

―Sì, sì. A che serve la foto?

―Per avere bene in mente il ricordo. Ma non c’è tuo padre

―Lavorava…

―Dai, iniziamo. Ricordati i movimenti, che devi rifarli uguali.

Con la mano sinistra il nonno prende dal gomitolo la punta del filo grigio e, con gli occhi chiusi, ne bacia la punta sussurrando qualcosa a bassa voce.

―Devi dire il nome del tuo più bel ricordo e poi baciare la punta del filo, così da farlo passare all’ago che bucherà il peperoncino.

―I ricordi non hanno nomi, nonno

―Le persone sì.

―Tu hai detto il nome di nonna?

―Adesso, invece, devi fare come faccio io.

Sempre tenendo il filo con la mano sinistra, il nonno lo fa passare nella cruna dell’ago che poi si porta al petto e sussurra, ancora una volta, qualcosa a bassa voce.

―Ora, la scelta del giusto peperoncino è importante, per cui pensaci bene. Devi prenderne uno che ti ricordi quella persona.

Carlo prende dalla ciotola davanti a lui un peperoncino lungo e liscio.

―Questo va bene per mamma?

―Devi sceglierlo te.

―Allora sì.

Il nonno, intanto, rovistando nella stessa ciotola, ne afferra uno rosato, tozzo e corto, con una macchia verde al centro a forma di moneta.

―Tu scegli quello nonno?

―L’ho già fatto una volta, non posso rifarlo. Lo uso solo per farti capire come funziona.

Con la mano sinistra, il nonno prende l’ago e lo infila, delicatamente, nel sottile gambo del frutto; una volta che l’ago l’ha attraversato, bacia il peperoncino e lo posa sul tavolo.

―E dopo?

―Dopo continui: un peperoncino per ogni bel ricordo

―Ho capito, adesso facciamo il mio, nonno?

―Aspetta, ti faccio vedere ancora un po’, dopo pensiamo al tuo, ma prima devo trovare un altro peperoncino per farti capire meglio.

Gli occhi del nonno sono tristi e sconfitti, sa già che non troverà altri peperoncini e, infatti, dopo aver messo la mano nella ciotola ne prende uno, lo esamina e lo rimette nel mucchio, e così un altro e un altro ancora. Carlo, vedendogli il viso farsi sempre più cupo, inizia ad aiutarlo: ne tira fuori uno, simile a quello che il nonno ha già usato e glielo mostra, il nonno fa segno di no con la testa e allora il bambino ne prende un altro, ma neanche quello va bene.

―Sono così difficili da trovare altri bei ricordi?

―Rispetto a quello di prima, sì.

―Neanche io?

―Tu non sei un ricordo.

―Facciamo così.

Carlo prende con la mano sinistra il capo del filo grigio, lo bacia, e con gli occhi chiusi si gira verso il nonno.

―Cosa devo sussurrare?

―Angela.

―Non è nonna.

―Non ha fatto in tempo a diventarlo.

Il bambino, senza aprire gli occhi, sussurra piano “Angela”, poi, sempre tenendolo con la mano sinistra fa passare il filo nella cruna dell’ago che poi si porta al petto e, ancora una volta, sussurra “Angela”.

Dopo, infila l’ago nel gambo del peperoncino, poco sopra a dove il nonno l’aveva precedentemente bucato.

Fa così una volta, poi un’altra e un’altra ancora. Il vecchio guarda il nipote incidere ancora più a fondo, movimento dopo movimento, il suo unico ricordo felice.

―Nonno si può fare così, no?

―Non lo so.

―Ma vale?

Il nonno prende dalle mani del bambino l’ago e si fa passare il peperoncino. Il gambo del frutto è totalmente ricoperto dal filo grigio, il vecchio si porta l’ago alla bocca, lo bacia, sussurra “Angela” e trafigge la macchia a forma di moneta.

 

Illustrazione di: Nora

Giulio Fenelli

Giulio è romano DOC. Da piccolo ha frequentato corsi di equitazione circense, tennis, sci alpino e appenninico, e nel tempo libero scriveva poesie. Poi ha conosciuto il whiskey e le sigarette, e alle poesie non ci ha più pensato. Sogna in piccolo: gli basterebbe scrivere il nuovo Notturno Cileno e timonare il suo Pequod.

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