_ Blog di racconti

Biancaneve doveva morire

È il fatto di sentirti preso in giro che ti infastidisce.
Non è, come pensano gli altri, il mal d’amore che ti fa urlare e battere i pugni contro le pareti della tua cella di cristallo. Sarebbe romantico. Sarebbe profondo.
Questa cosa che la gente pensa che tutti, ma proprio tutti, facciano ciò che fanno per amore è a dir poco ridicola, superata. Magari è valida per gli altri.
Ma non per te.

Hai passato la tua vita al servizio delle donne che ti circondavano: tua madre, quella megera, poi tua sorella grande. Se avessi avuto una moglie e delle figlie, ti saresti lasciato bacchettare anche da loro.
La tua altezza avrebbe potuto incutere timore, invece provocava un fastidioso senso di disprezzo negli abitanti del villaggio.
Fossi alto io, come lui. Di certo non mi farei soggiogare. E invece guardalo, un mulo che si lascia trascinare per le orecchie e battere con un bastone.
E tu incassavi, senza mai rispondere.
In realtà, la tua vera sofferenza era nascosta tra i denti da roditore che avevi in bocca. Una balbuzie talmente marcata da farti passare per ritardato. Meglio non parlare.
Meglio tacere, sempre.
Fin da bambino avevi una mira micidiale. Tua madre, quando non ti picchiava, ti insegnava alcuni dei precetti fondamentali che ti hanno reso l’adulto che sei: avvistare il bersaglio, prevedere i suoi movimenti, mirare, colpire.
Avevi cominciato col tirare uova marce ai fantocci che proteggevano l’orto dai corvi.
«Devi centrare le teste. Vedi, è lì che devi mirare, sul cranio. Tu li colpisci, loro cadono, al resto pensiamo io e tua sorella».
Così a sette anni ti arrampicavi sulle querce, aspettavi che qualche mercante passasse e lo tramortivi con una pietra. Tua madre legava l’uomo o la donna a un albero, tua sorella rubava tutto ciò che poteva rubare, poi filavano via. All’inizio te ne stavi appollaiato fino a che i malcapitati non si svegliavano venivanritrovati da qualche viandante. Ma poi arrivava l’inverno e non potevi ammettere che vedere quei poverini morti assiderati fosse un dolore insopportabile, così avevi smesso di controllare. Di pensarci, no, non ne eri ancora stato capace. Non lo saresti stato ancora per un bel po’.
A dodici anni tua madre ti aveva regalato un arco con una faretra. Quando lo toccasti per la prima volta, sembrava fossi nato per maneggiarlo.
Quando ti annoiavi, nelle giornate di magra, prendevi il tuo arco e miravi a qualunque cosa, ora il sasso, ora il tronco, ora la foglia mossa dal vento.
Com’eri bravo a centrare l’obiettivo.
Dopo la foglia venne il rospo, poi la biscia, poi il leprotto. Arrivare ai cervi sembrò il naturale corso delle cose. la tua bravura venne notata.
Quando la Regina ti convocò a corte e ti propose quel lavoretto veloce, senza troppe spiegazioni, fu tua madre a rispondere per te.
«Sarebbe onorato. Onoratissimo».
«Voglio che mi porti il cuore di Biancaneve. Lo voglio in questa scatola».
Ma che schifo, avevi pensato. Che strano feticismo è mai questo? E poi che prova è? Avrebbe più senso portarle la testa. Dal cuore mica si può riconoscere la persona.
Tua madre aveva accettato, la regina ti aveva equipaggiato a dovere. Arco e frecce nuove di zecca, coltellaccio brutto e cattivo per uccidere la ragazza ed estirpare il suo tenero cuore.
Ti ha mandato a spiarla, notte e giorno, hai segnato tutti i suoi spostamenti. Constatare che ogni tre mattine andava al pozzo da sola fu cosa facile. Eri preparato.
Ma aveva quel profumo. Riuscivi a sentirlo da metri e metri di distanza. Così lasciavi passare i giorni e ti avvicinavi sempre un po’ di più, fino a quando ti nascondesti dietro a un albero accanto al pozzo, tanto vicino che, se solo avessi allungato una mano, avresti potuto toccarle i capelli.
Ma la regina doveva prevederlo.
Non poteva non averci pensato, no! Crederlo sarebbe stato un insulto alla sua intelligenza.
Lei sapeva.
Sapeva che se tu avessi guardato Biancaneve negli occhi, se avessi visto le sue guance arrossate bagnarsi di lacrime e invocare aiuto, – il tuo aiuto , se la paura poi le avesse mozzato il respiro, tanto da non farla parlare, figuriamoci urlare, non ce l’avresti fatta.
Non era neanche questione di coraggio. È che quella ragazza, con quei capelli così profumati, quegli occhi piccoli, scuri, dolci come quelli di un cerbiatto…
Le dicesti con uno sguardo che l’avresti salvata. Per farle vedere quanto eri bravo, quanto eri magnanimo, colpisti un cinghiale con una freccia e questo stramazzò al suolo. Prendesti la piccola mano di Biancaneve e lei si lasciò condurre, spaventata, e guardò mentre infilasti il coltello nel petto carnoso dell’animale. Ti vomitò sugli stivali prima di scappare via.
Il resto, si sa, è storia.

E ora sei intrappolato in una cella abbastanza ampia e spaziosa da farti percepire fisicamente il significato del vuoto. Puoi solo camminare avanti e indietro, indietro e avanti, e guardare il tuo riflesso agitarsi da una superficie all’altra.
Si è sparsa la voce che tu di Biancaneve ti sei innamorato solo guardandola. Nessuno ci crede, quando dici che ti sei scordato del suo volto non appena è scappata via.
Alcuni dicono che urli e batti i pugni perché ami la Regina. Tutto questo, in fondo, lo hai fatto per lei. Credono di sapere tutto, ma non lo sanno.
Non capirebbero.
Non capirebbero mai che il motivo vero per cui urli, piangi, impazzisci e impazzirai fino alla morte in quei pochi metri quadrati è talmente semplice: lì non hai niente da colpire, nulla con cui farlo.

Illustrazione di Raffaele Cataldo

Martina Marasco

Martina nasce a Varese il giorno dell’amore, circondata dai sette laghi e dalle parole di Stendhal. Non ha mai imparato a gestire la rabbia, le cose e le persone, così ha cominciato a scrivere. Ama i cani, al punto che di solito ci si fidanza e ride al pensiero di aver scritto la sua biografia in terza persona.

 

Un pensiero riguardo “Biancaneve doveva morire

Lascia un commento