La polvere sotto al tappeto-Narrandom_ Blog di racconti

La polvere sotto al tappeto

Ogni mattina i suoi occhi si spalancavano alla stessa ora.

Prima, c’era lo scatto della chiave che girava nella serratura.

Poi, quelli che nella sua testa prendevano la forma di violenti rintocchi di campane a morto, quando la lama del coltello sbatteva contro i montanti della ringhiera, producendo sempre tredici vibrazioni baritonali. Una sinfonia macabra che lei aveva imparato a memoria.

 

Lui desiderava che Viola lo sentisse arrivare, che disegnasse nella sua mente quel coltello dal taglio affilato, con l’impugnatura di legno; che anticipasse la sensazione di liscia freddezza sulla sua pelle tumefatta.

La vita di Viola era tutta lì, nei trentacinque metri quadri di uno scantinato dalle pareti spoglie, ingiallite dall’umidità. Fra le fessure di quelle mattonelle azzurre in cui si intravedevano ancora le macchie di un rosso sbiadito. Sul materasso logoro adagiato in un angolo, con le lenzuola chiazzate di vomito, urina e mestruazioni. Nel secchio pieno delle sue feci, quello che lui svuotava solo due volte alla settimana, perché godeva a farle respirare i suoi scarti.

All’inizio, quel secchio non era di plastica infrangibile, ma di latta, e Viola, usando il bordo arrugginito, aveva inciso dei graffi sulle pareti per tenere conto del tempo: due anni, sette mesi e tredici giorni.

Li aveva affilati per cercare di tagliarsi le vene, ma lui l’aveva fermata in tempo, ricucendole la pelle lacera con ago e filo, come si fa con gli strappi sui vestiti.

Da quel giorno ne erano passati molti altri, troppi perché Viola potesse contarli.

Era rimasta incinta due volte, e per due volte lui l’aveva presa a calci fino a farla abortire.

Di quelle settimane confuse ricordava poco o niente: i grumi scuri di sangue fra le sue cosce lattiginose, i crampi, la febbre alta provocata dalle infezioni e i lunghi blackout tra uno stato di veglia e l’altro.

Lui non poteva permettere che partorisse, un neonato sarebbe stato troppo difficile da gestire.

Così aveva preso a penetrarla da dietro, velocemente e con violenza, perché a lui piaceva in quel modo, e sempre sotto la minaccia costante di quel coltello puntato alla gola.

Durante quei rapporti Viola si trincerava in uno stato catatonico, fingeva di essere altrove, e si risvegliava solo quando avvertiva il primo rivolo caldo scorrerle lungo la gola, lì dove la lama si posava con più forza.

Lui non le dedicava più di un’oretta al giorno, e di questo Viola era grata.

Non parlava mai e non voleva che lo facesse nemmeno lei. Solo in un’occasione si era lasciato sfuggire una frase, le aveva detto che quello era il suo modo di darsi la carica ogni mattina.

Scendeva di sotto e giocava con lei: passava la lama lungo le sue braccia ossute, fra i suoi piccoli seni, sulle clavicole, lungo le linee delle guance, poi scendeva giù, girava intorno al suo ombelico e ne arrestava la discesa fra le sue gambe.

Spingeva piano, una o due volte, facendosi largo fra i suoi peli pubici, e Viola si sforzava di non piagnucolare, finché il muco non diventava una patina dura sui bordi del naso e della bocca.

Dopo, l’afferrava per i capelli e le sbatteva con forza la faccia contro il muro, finché non era certo di averle inflitto la giusta punizione.

Quando era sul punto di perdere i sensi, lui la metteva prona e le mordeva forte la spalla per tenerla cosciente.

Viola aspettava con ansia il momento in cui lo sentiva tremare dentro di lei, segno che si era svuotato.

Risaliva le scale, e dalla lama colava una pioggerella rossa che sporcava la ringhiera. Spariva dietro la pesante porta di legno. E la chiave tornava a girare nella toppa.

I primi tempi Viola quella porta l’aveva presa a calci, a pugni e a testate. Aveva urlato con tutto il fiato che aveva in gola, ma non era venuto nessuno.

Non veniva mai nessuno.

Nell’udire lo scatto della serratura, per settimane si era acquattata davanti alla porta in cima alle scale, sperando di coglierlo di sorpresa, ma in cambio aveva ricevuto schiaffi e sputi in faccia.

Quando Viola aveva compreso che non c’era modo di scappare, aveva tentato altre strade.

Lasciarsi morire di fame non era fattibile, lui la ingozzava a forza e se vomitava le ricacciava in gola anche quello.

Si era graffiata la faccia fino a scorticarsi lembi di pelle, aveva sbattuto volontariamente la testa contro il muro fino a sanguinare, ma di quel masochismo non erano rimasti che lividi, e il tempo aveva cancellato anche quelli.

 

Viola non ricordava più come fosse fatto il cielo.

L’unico svago concesso era dentro la sua testa, con quei rimasugli di vita che le erano rimasti conficcati addosso.

La vecchia altalena su cui dondolava da bambina, con il viso inclinato verso l’alto alla ricerca di sprazzi azzurri tra le foglie dei rami. Sua madre, di cui ricordava solo vaghe sensazioni: l’eco di una voce o l’accenno di un sorriso.

Si aggrappava alle sporadiche immagini che nuotavano in quel mare di cemento, e da quei frammenti costruiva storie e mondi, ma non era mai abbastanza.

Quello che sognava più spesso, guidata da una gioia feroce, era il giorno in cui quel coltello lo avrebbe passato sulla trachea del suo carceriere, lasciandolo agonizzante per terra, e avrebbe risalito quei gradini per spalancare la botola della cantina.

Avrebbe spostato il tappeto che la nascondeva, e camminato fra quelle stanze ordinarie, piene di suppellettili e foto, di divani, cuscini e mobili lucidi. Infine sarebbe uscita, fra quelle strade che non ricordava più, sotto quel cielo troppo grande da immaginare.

Per ora, c’erano solo i suoi occhi che si spalancavano. Lo scatto di una serratura. I violenti rintocchi di campane a morto, quando la lama sbatteva tredici volte sui montanti della ringhiera.

Suo padre era tornato a giocare di nuovo con lei.

 

Illustrazione: Elisa Inverardi

Giovanna Giordano

Giovanna nasce in padania da genitori terronici, dal nord ha imparato ad alcolizzarsi di vino, dal sud a mangiare come se non ci fosse un domani. Da piccola ha frequentato tutte le scuole cattoliche che Verona offriva, infatti poi è diventata atea. Da grande vuol far parte del fronte liberazione nani da giardino.

 

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