Narrandom- aspettano dietro le ante

Aspettano dietro le ante

È solo una piccola stanza, la mia. Le pareti bianco sporco sono attraversate da crepe, così insicure e svogliate da sembrare linee di matita tracciate da un bambino triste. Sul letto, il piumone color polvere è ripiegato in tante grinze morbide. Una libreria bianca, rigonfia di romanzi e umidità, è inchiodata alla parete. Una scrivania – bianca anch’essa, di un bianco più vuoto, però – occupa la parete opposta; la luce dell’abat-jour illumina un quaderno, una penna stilografica, una cornice screpolata d’oro appoggiata al muro, ad inquadrare un’aspettativa disattesa, come una finestra murata.

Sul parquet è sempre sparsa della carta, mista a cirri di polvere: fazzoletti ridotti in poltiglia, fogli stropicciati o appallottolati, pagine strappate, scarabocchiate, buttate o lasciate cadere.

Un armadio occupa per intero il lato più lungo della stanza.

È un’accozzaglia di ante: dalle più classiche in legno di pino a quelle in mogano o ebano, molte sono verniciate coi colori più improbabili, sono presenti degli intarsi rococò su alcune, altre sono incise o scorticate e disegni geometrici ricoprono altre superfici ancora.

Sento un singhiozzo provenire da un pannello su cui le striature del legno si nascondono dietro un rosa innocente. Mi avvicino. Apro, lento e cauto.

Dentro lo scomparto si nasconde una bambina, non so come ci sia finita qui dentro. Ha le ginocchia raccolte davanti al petto e i capelli biondi stretti in due codini, tra le mani tiene una tavoletta di cioccolato semi-sciolta. Ha le labbra sporche e anche tutte le guance, dove al cioccolato si mescolano lacrime piccole come brillantini; sembra quasi ricoperta di fango. La piccola è avvolta in una trapunta, e trema. Dovrei chiamare i suoi genitori, ma non so chi sono e non so dove sono. Vedo solo il suo viso tondo emergere dalla coperta, due occhioni azzurri e acquosi, delle carte di caramella sul fondo del suo nascondiglio, ma da cosa si nasconde non lo so ancora. Singhiozza e mentre chiudo l’anta un po’ mi stringe il cuore.

Uno schiocco ovattato mi raggiunge da un’anta più a sinistra, giro una piccola chiave e mi affaccio. Due ragazzi si guardano negli occhi, si stringono, la mano di uno tocca il viso dell’altro. Le dita si cercano, i corpi si scaldano; le labbra carezzano la pelle, partono dall’angolo delle labbra e risalgono la guancia fino all’orecchio, sussurrano qualcosa e suggellano un bacio, come ceralacca su una lettera proibita.

Vestono solo di biancheria intima e uno dei ragazzi ha un ciondolo al collo: una piccola chiave che scintilla nel buio e proietta sfaccettature colorate, come per effetto di un prisma.

L’interno del loro rifugio è foderato di seta rossa e tutt’intorno gravitano piccoli oggetti che fatico a mettere a fuoco: dei francobolli, un fiore reciso, forse un biglietto carico di promesse. Sento un profumo dolce, di pensieri morbidi e carezzevoli, come uno sfioramento di labbra.

I due si abbracciano, il mento appoggiato alla clavicola dell’altro, e noto che uno di loro ha un’ombra nera sull’occhio che tiene aperto a fatica. Vorrei sapere cosa gli è successo, vorrei sapere da chi si nascondono, cosa c’è scritto sul biglietto. Ma chiudo l’anta piano, attento a non disturbare quella loro intimità, obbligata in uno spazio così stretto.

Il mio armadio è sempre inquieto e un’altra anta mi chiama: un taglio obliquo si apre sulla superficie nera. Una donna, giovane, siede scomposta nel pertugio buio. Non riesco a vederle le pupille. Ha dei capelli lunghissimi e disordinati che le ricoprono il corpo nudo. Si appiattisce contro la parete in fondo, spaventata. Vorrei dirle che non c’è motivo di aver paura, ma non posso farlo, non la conosco, non ancora. Osservo le pareti interne e scorgo una crepa passarle dietro la schiena e diramarsi in due braccia dalle dita nodose e piene di artigli. Tiene le gambe aperte e tremanti. In mezzo alle cosce intravedo il riflesso di una lama. La ragazza apre le mani, le richiude, fa schioccare nervosamente le dita. Poi se le porta al grembo, incrociate come in preghiera. Sotto le mani giunte noto un rigonfiamento da cui si sprigiona un bagliore rossastro e denso. Sento un piccolo cuore scandire il tempo che passa, l’eco di un vagito sempre più incerto. Ma gli occhi di lei restano inespressivi. Vorrei consolarla, vorrei chiedere di più, vorrei urlare anche, ma lei tende una mano, richiude l’anta e scompare dietro il legno scuro.

So che prima o poi la rivedrò, perché è così che funziona il mio armadio. Nasconde chiunque abbia bisogno di essere nascosto. Ognuno ha un segreto che aspetta dietro le ante, e io li ospito tutti nella mia stanza, dentro uno spazio che è il mio e che sento pulsare ogni giorno, così vicino. Mi siedo alla scrivania bianca, col quaderno davanti e la cornice screpolata d’oro ad incorniciare il muro sporco, chiudo gli occhi, e aspetto. Perché so che al momento giusto, solo quando saranno pronti, loro usciranno dall’armadio. Mi verranno incontro e allora conoscerò il loro nome, il loro passato, saprò ascoltare la loro storia. E allora ve li farò conoscere. Quando saranno pronti, quando lo vorranno, mentre io sono seduto alla scrivania, apriranno l’anta e usciranno dall’armadio, cammineranno a passi incerti fino alla mia poltrona, mi appoggeranno una mano sulla spalla e sentirò il calore propagarsi fino al petto.

Chiuderò gli occhi, nella mia stanza, e la cornice non sarà più vuota.

Illustrazione di Giulia Canetto

 

Davide De Capitani

Davide nasce vent’anni fa in quel ramo del lago di Como. Refrattario alle manifestazioni d'affetto, da grande adotterà un carlino di nome Carver. I papillon che si ostina ad esibire contribuiscono a farlo sembrare uno snob classista. In realtà gli fanno solo schifo le cose - spesso le persone -, ma ha un cuore d'oro.

2 pensieri riguardo “Aspettano dietro le ante

  1. Bravo Davide. Originale e ben costruito. Brandelli di vita che trasmettono emozioni pur nella loro estrema sintesi.
    Lasci sempre il lettore in attesa di ri-leggerti. Grande!

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