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L’Anello

Chi è stato gentile con me, oggi? Qual è l’ultima cosa che mi hanno gettato addosso? Che cosa ancora mi fa sentire utile?

Calzava delle scarpe di raso bianco, con il tacco alto e piccoli cristalli che le coprivano le dita dei piedi. A ogni passo generava il desiderio di tradire ed essere traditi.

Che cosa volevo di più quel giorno? Perché era così unico?

Lei camminava verso l’altare. Dopo poche ore, per una sorta di senso di fierezza, mi avrebbe buttato in un cassonetto e si sarebbe abbandonata al dolore e alla speranza.

Camminava lenta e grave verso il marito, la fede non l’avevano ancora scambiata, ma tutto quello che era rito comune non le interessava più.

Io ero già al suo dito sinistro. Lei attendeva il cessare della musica, poi avrebbe abbracciato i parenti e finalmente la sera: mi avrebbe stretto nella mano tutta la notte. Quando però lo vide all’altare, ebbe la sensazione che qualcosa fosse andato fuori posto, quasi si diffondesse una specie di straniamento e il mondo intero si deformasse nella più assurda quotidianità.

Dicembre è il mese più freddo qua dentro, tutti dicono che sia gennaio, ma dicembre è di gran lunga peggiore. Viene gettata tantissima roba. Se un giorno ci fosse una rivolta degli oggetti abbandonati, li trovereste sotto la porta di casa, flaccide rimembranze della nostra infanzia, orsetti che piangono stoffa da cavità al posto degli occhi, bambole per sempre belle, gettate via da bambine che non potevano possedere l’eterna giovinezza. Sarebbero tutti ai vostri piedi, battendo alla porta, e voi, colpiti dal ricordo, vi immergereste in un sonno profondo, disposti a seguirli ancora una volta. Gli oggetti però non parlano, solo il tempo li aiuta a esprimersi meglio, rendendoli vecchi, privandoli della nobiltà che un giorno gli donammo e che oggi ci siamo ripresi.

Qual è stata la verità di quel giorno? Quella incisa su un anello: una storia che ritorna e a ogni nuovo giro muta e accresce il sentimento.

Quel giorno si sono amati, lo sentivo dalla sua stretta, le dita uncinate al mio fianco. Sono un anello d’oro e d’oro rimango finché lei continua a cercarmi come un ricordo perduto.

Si erano sedute al tavolo degli sposi alcune amiche di lui, io ero poggiato sulle ginocchia, la sua mano mi nascondeva alla vista. Oltre l’eco delle risa, nella penombra, due piedi sgraziati di donna avevano iniziato a strisciare. Due scarpe nere, basse e senza tacco si erano unite a quelle di lui. Lei non vedeva là sotto, ma forse sapeva, perché le sue dita avevano iniziato a svegliarsi e muoversi verso di me con violenza, usando le unghie nel tentativo di cancellarmi via, finché qualche briciola d’oro non era caduta tra quelle del pranzo. Quando tornò a casa mi lasciò sulla scrivania ad attendere quel messaggio vicino al telefono.

Gennaio in un cassonetto è solo uno sfavillio di luci nel cielo, oltre una coltre di cibo marcito. Qual è stato il punto più basso della mia storia?

Quella notte il cellulare si accese, illuminando di un nuovo giorno tutta la stanza.

Febbraio, marzo. Dove vorrei essere ora? Qual è l’ultima cosa che mi ha fatto male?

Chi è?” gli aveva strillato “Chi è?”.

Poi aveva alzato le mani contro di lui, lo spingeva lontano per non essere toccata, ma tutto in realtà era inanimato, nessuno reagiva, nessuno diceva qualcosa. Tranne l’oggetto del ricordo, il simbolo della bellezza sfiorita. Fu così che, nove mesi fa, lei mi prese, uscì di casa correndo e mi lanciò qui dentro.

Maggio.

Vicino a me ci sono un paio di scarpette bianche, i diamanti si stanno staccando, qualche topo è venuto a morderli.

Un racconto di Federico Meccoli

Illustrazione:  Marco Pellino

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