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Dodici metri di container refrigerato, bianco

Dodici metri di container refrigerato, bianco. È arrivato a Mitilene su una nave cargo – come la frutta -, e ora occupa una striscia di parcheggio riservata ai disabili, dietro l’obitorio. Gli occhi lentigginosi di Charis perforano il mare, la luce del tramonto le agita i capelli corti. Il vento imprime alle onde un movimento continuo e nauseante, le foglie degli oleandri costieri si agitano da parecchio tempo.

Due giorni fa, poco distante da qui, è affondato un peschereccio turco con a bordo trecento persone. Sette morti. Trentaquattro dispersi. Charis ha visto l’acqua punteggiarsi di cadaveri gonfi, sbiaditi dall’annegamento. Una bimba in ipotermia, molle di acqua e lacrime, le è entrata nelle pupille e ora fatica a uscirne. Era riccia, la catenella del ciuccio attaccata al risvolto del pigiama; hanno provato a rianimarla dentro una coperta termica.

Tra la sabbia e gli arbusti è ancora incastrata la plastica dei gommoni e dei salvagenti di decine di sbarchi: in un solo giorno su queste coste possono arrivare diecimila persone –tra vivi e morti. La squadra di bagnini e volontari armati di binocolo si è momentaneamente ritirata e una calma surreale si allunga su questo accenno di tramonto. Ci siamo solo noi due qui, sulla spiaggia, eppure all’immagine di Charis, nella mia testa, continua a sovrapporsi prepotente quella del suo container.

Stamattina sono andata ad Agios Panteleimonas, il cimitero di Mitilene, dove negli ultimi mesi tutti gli spazi non riservati agli abitanti sono stati riempiti dai cadaveri, per lo più anonimi, dei migranti annegati nell’Egeo nel tentativo di raggiungere la Grecia, e da lì proseguire il loro viaggio. Sulla strada ho incrociato un pick-up nero. Dietro, nel cassone, era seduta una donna. Con la mano sinistra stringeva a sé il corpo di un neonato avvolto in un lenzuolo bianco, con la destra si copriva gli occhi lasciando scoperte solo la fronte e le sopracciglia stropicciate di lacrime. Era una donna greca intorno alla cinquantina, una delle tante volontarie che da mesi aiutano a recuperare e seppellire i corpi che il mare rigurgita sulle spiagge di Lesbo. Ho mangiato con loro e li ho sentiti definire questa faccenda come un grim process, lugubre, triste, qualcosa che i volontari non dovrebbero trovarsi a fare.

Più tardi, alle macchinette del caffè del centro di accoglienza primaria ho parlato con Anna Panou, una psicologa, anche lei volontaria. Ha gli occhi slabbrati dalla stanchezza e, senza che io le chieda nulla, mi guarda e dice che non crede sia possibile capire fino in fondo ciò che queste persone vivono. Ormai da mesi si trova quotidianamente a contatto con uomini e donne disgregati dal senso di colpa, con bambini orfani di padri, madri e sorelle. Sostiene che non bastino empatia e professionalità per comprendere ciò che hanno vissuto e cosa provino una volta arrivati sull’isola. Nevertheless, we simply try to stand by them.

Il punto, però, è che ora i cimiteri sono pieni, non c’è più posto, e i cadaveri continuano ad arrivare. Il container refrigerato che Charis ha donato all’isola contiene sessanta corpi in attesa di identificazione e sepoltura, ma non basta.

Charis è inglese, ma con me parla una lingua ibrida, mi spiega di avere da sempre una passione per la cultura classica, ha studiato il latino e mi prega di parlarle italiano, anche se, da subito, si rivela poco loquace. Quando le chiedo perché abbia sacrificato buona parte dei suoi risparmi per comprare quel container si limita a fissarmi. Would you like to see it?, dice, con un forte accento britannico. Annuisco.

È enorme.
Tra l’obitorio e il container incrociamo uno dei medici legali che si occupa in prima persona della gestione dei cadaveri: Thodoris Noussios. Oggi sono arrivati altri cinque corpi, this tragedy must stop, sospira. Mi spiega che i morti stanno lì in ospedale e che, a identificazione avvenuta, i medici chiedono ai famigliari dove preferiscano seppellirli, se in Grecia o nel paese di origine. Il fatto è che la procedura può richiedere parecchio tempo e ora non c’è più spazio né per conservare i corpi in attesa del riconoscimento, né per seppellirli. Ad Agios Panteleimonas, il cimitero, gran parte dello spazio è occupata da migranti che non si è riusciti ad identificare, e anche quelli sono in aumento. Nell’ultimo anno il numero di sbarchi si è impennato vertiginosamente; arrivano per lo più siriani, ma anche iracheni e afghani, il ventitré per cento sono bambini non accompagnati. Noussios è un uomo giovane, energico, si scusa per la fretta, ma non manca di rispondere a un silenzioso cenno di Charis: sì, è già pieno, le dice, prima di scomparire dietro un filare di palme, oltre il container.

Dicono che nelle giornate limpide, da qui, si vedano le coste della Turchia. Nessuno studiando Saffo sui libri di scuola, si fa un’idea di quanto Lesbo sia grande, né di quanto sia vicina alla Turchia, incastrata tra gli speroni di Babakale e Denizköy. Oggi a poche centinaia di metri da questa spiaggia sono annegati una donna di trentacinque anni e un bambino di due, i corpi di altri quattro bambini dispersi non sono ancora stati trovati.

Charis continua a fissare il mare. È arrivata con il suo container pochi giorni fa, ripartirà domani. Andremo all’aeroporto insieme e da lì prenderemo voli diversi. La tensione della mascella chiusa le irrigidisce i muscoli del collo.
Who’ll care after them? sussurra. Chiede spiegazioni alle increspature delle onde. Chi si prenderà cura di loro, di tutti quelli che sono andati a fondo? Chi li riconoscerà, chi pregherà per loro, nella loro lingua, chi si occuperà di aprirgli le porte del paradiso secondo le loro religioni? Non credo si aspetti una risposta, ma, oltre a una borraccia, nel mio zaino pesano due libri. Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese si apre di scatto dove una matita segna l’inizio del dialogo tra Saffo e Britomarti. Qui Pavese descrive l’Egeo come mare che vide molti amori e grosse sventure. La ninfa dei boschi, suicidatasi buttandosi in mare, si rivolge all’insofferente Saffo, trasformatasi come lei in schiuma d’onda: tutto muore nel mare, e rivive. Ora lo sai. Spiccai il salto, per salvarmi. Per sfuggirgli, per essere io. Perché dovevo, Saffo.

Charis mi chiede spiegazioni, indica con il dito una parola: mi chino a raccogliere la spuma della risacca. Annuisce.
Ora è Saffo a prendere parola, risponde alla ninfa: è possibile questo? Lasciare i giorni, la montagna, i prati – lasciare la terra e diventare schiuma d’onda – tutto perché dovevi?

È possibile questo? Si chiedono i genitori sopravvissuti ai figli. Lasciare la montagna, i prati e la terra e perderli al fondo di questo mare; è possibile, questo?
Bisogna accettarlo, dice Britomarti a Saffo.

Charis chiude il libro. Solleva lo sguardo al vento, lontano, dove tremila anni fa anche i poeti greci devono aver guardato. I ciottoli della spiaggia ribollono di schiuma, si scoprono e ricoprono, intrecciati alle strisce piatte e sottili delle alghe.

Do you think she’ll take care of them?, mi chiede.

 

Un racconto di Martina Merletti

Illustrazione:  Maria Durando

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