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Maria Callas

   L’infermiera Lucia dice il lutto è solo l’incrocio tra un lupo e un gatto. Dice così e sa di borotalco. Prende alcune strisce di carta camomilla tre veli, le mette sul fondo della padella; la padella è come la paletta alzaimmondizia piccola solo che il nonno ci fa la cacca dentro.

   Alla scuola io racconto a tutti che mio nonno prima era un uomo e adesso invece è per metà un vegetale, come le rape o l’insalata dell’orto di Marameo.
   La notte sogno che esco in giardino e c’è il sole uguale a quello dei Teletubbies. Dentro il sole c’è la faccia di un bambino e il bambino sono io. Mio nonno sta lì fuori felice con i piedi che sono radici dentro la terra bagnata. L’infermiera Lucia, salopette e cappello di paglia, lo innaffia con un tubo di gomma, nel getto d’acqua vedo l’arcobaleno; mio nonno fuma la pipa, ride coperto di lumachine.
   Invece quando vado a trovarlo sta nel suo letto, tutto pallido, coi tubicini dentro il naso e nelle braccia lunghe. Il petto fa su e giù nella vestaglia. Sembra un fantasma e anche un robot triste.

  

    Il nonno guidava l’Alfa Romeo e ha avuto un ictus. Io non sapevo cos’era un ictus allora l’infermiera Lucia mi ha detto facile l’ictus è parente del cactus. Dice il cactus è come un cetriolo che sta nel deserto, però più grande e coperto di spine durissime. Il nonno è come se una spina di cactus gli è cresciuta nel cervello allora lui è andato a sbattere contro il palo della Telecom.
    Io da quando il nonno è malato da grande non voglio guidare la macchina. Voglio guidare solo lo skateboard, oppure la bicicletta del mio amico Valerio che è velocissima, ha otto marce e il portaborracce col gatorade dentro.

   L’infermiera Lucia apre le tende, fa entrare la luce bianca. Si avvicina al letto dice Signor Alfredo come si sente oggi? Mio nonno ha gli occhi sbarrati, sembra un pesce palla dei documentari, fa un verso strano come un urlo sott’acqua però senza bolle. Io dico ciao nonno; mi stampo un bacio adesivo sul palmo e lo appiccico sulla sua guancia fredda, la immagino fatta di squame; l’infermiera Lucia sposta il lenzuolo, arrotola la camicia da notte del nonno fin sopra l’ombelico.
   La pancia è gonfia e pelosa, le gambe sono vecchi manici di scopa.
   L’infermiera Lucia mi dice vai al lavandino, riempi la brocca con l’acqua tiepida; in bagno apro il rubinetto rosso e quello blu. Metto il dito sotto l’acqua e aspetto. Penso a mio nonno prima dell’ictus che mi raccontava questa storia di Maria Callas e del verme solitario.

 

   C’era una volta Maria Callas che era una cantante molto brava però triste. Era una soprano, vuol dire che aveva una voce acutissima. Era la più grande cantante lirica della storia. Però soffriva l’amore, quello dei grandi, e poi pesava tanto, era grassa come il bue del presepe. Un giorno Maria Callas fa un gesto estremo e romantico insieme. Decide di bere un bicchiere di champagne con dentro una larva di tenia, cioè un verme piccolo che vive nell’intestino e può crescere fino a diventare lunghissimo. Se ne sta lì dentro tutto solo per anni e infatti si fa chiamare anche verme solitario.
   Il Verme solitario si pappa tutto il cibo al posto di Maria Callas così lei perde trenta chili, diventa magra e bellissima.

 

   L’acqua scorre, dalla porta vedo mio nonno girato su un fianco al centro del letto. L’infermiera Lucia sistema la traversina assorbente sul materasso. Anche il mio gatto Mafalda prima che moriva, quando viaggiavamo — per esempio che andavamo a in montagna a Bardonecchia — gli mettevo la traversina nel trasportino così non sporcava con i suoi bisogni. Credo però che Mafalda soffriva le curve come me, invece il nonno non sa fare la cacca e nemmeno la pipì senza che lo aiutano perché ha fatto l’incidente con l’Alfa Romeo.
   L’infermiera Lucia toglie il pannolone che puzza come la lettiera di Mafalda quando tornavo dalla scuola e mi dimenticavo di cambiarla. Ha la faccia tutta seria e non canta più. Io immagino che si tappa il naso, per gioco, getta il pannolone nel secchio lontanissimo, mi guarda dice canestro, come Lola Bunny in Space Jam.
   Torno nella stanza mentre appoggia la padella contro il sedere del nonno. Lo fa sdraiare sopra, tira su le lenzuola. Io le dico tieni e lei afferra la brocca con le mani dentro i guanti di lattice. Dopo vado alla finestra a guardare la forma strana delle nuvole.

 

   Quella della Maria Callas è solo una storia, diceva il nonno. Però a me faceva paura, perché mangiavo tantissimo e non ingrassavo mai, poi al matrimonio di mia zia avevo assaggiato lo spumante di nascosto.
Allora pensavo che anche io forse avevo il verme solitario. Quando facevo la cacca controllavo sempre che nel gabinetto non c’era finito dentro un pezzo della coda del verme solitario. Un giorno il nonno è entrato in bagno e mi ha visto. Si è messo a ridere tanto forte, poi mi ha abbracciato e baciato tutto. Ha detto non devi avere paura. Ha detto che era colpa della suggestione. La suggestione è come quando guardi le nuvole e ci vedi la forma delle cose.

   Fuori dalla finestra vedo un astronave intergalattica e il viso buono di un gigante.

 

   L’infermiera Lucia rimette il nonno sul fianco, lo pulisce con la salvietta e l’acqua tiepida. La passa tra le cosce e sul sedere. Poi tampona con un asciugamano, lo getta nella cesta della biancheria sporca.
Infila un pannolone pulito e tira giù la vestaglia, prende la padella e la porta via.

   Io trascino uno sgabello fino al letto, mi ci arrampico e siedo accanto al nonno. Gli prendo la mano e la accarezzo piano. Gli parlo delle nuvole, delle avventure in bici, del compito di matematica. Penso che forse nella vita tutto è una suggestione, anche la malattia del nonno.
   Poi dico c’era una volta Maria Callas che era una cantante molto brava però triste.

 

Un racconto di L. C.

Illustrazione: Nora 

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